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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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POLITICA
SERVIREBBE UNO SGUARDO AL PASSATO (lettera aperta all'Assessore Martorano)
13 marzo 2012

Gentile Assessore Martorano,
provo a ricominciare da lei per una serie di ragioni. La prima risiede certamente nel fatto che, non essendoci incontrati noi due nemmeno mai in un incrocio di sguardi, non credo potrà mai rispondermi che le faccio delle accuse per motivi personali; la seconda ragione nasce dal fatto che, se ben ricordo, lei è stato a lungo il candidato in pectore del centrodestra per poi ritrovarsi assessore del governo di centrosinistra; questo mi lascia presupporre (e spero che non sia, la mia, una ingenuità troppo grande) che in qualche modo lei sia stimato da entrambe le parti e, di conseguenza, ad entrambe le parti debba risposte ancora più piene e puntuali. Terza, ma non ultima ragione, è che un inizio di dialogo pare averlo cercato proprio lei con l’intervento con cui tentava di rimediare alla precedente sua infelice (bisogna ammetterlo) uscita sulla libertà dei cittadini di curarsi dove vogliono.
Non ho intenzione di prendere spunto dall’episodio spiacevole del Sindaco Summa ( al quale naturalmente, e non perché sia del Pd, non posso che augurare una pronta guarigione) solo per non far torto ai tanti cittadini comuni che hanno nei nostri ospedali affrontato (o subito) casi simili senza troppo rumore e senza tanto conforto. Parto, piuttosto, dalla sua dichiarata volontà di intervento per un positivo cambiamento dello stato dell’arte e, dal momento che io non la conosco, mi sento in obbligo di cominciare da un pensiero positivo –salvo a riservarmi il diritto di potermene poi anche pentire- e credere che la sua non sia volontà di lessico politichese e che lei sia un assessore leale, ma non telecomandato dalla necessità di non spiacere alle superne rote che hanno certamente il potere di farla diventare un ex. Ben sapendo, per ovvi motivi di cronologia, di non potere attribuire a lei tutti i guasti della sanità lucana, mi permetto tuttavia, interpretando il pensiero di molti corregionali, di sollecitare lei, oggi alla guida dell’assessorato più importante e delicato (e anche più ambito), a non seguire la moda ultimamente diffusasi del “non mi interessa il passato, mi interessa il futuro”; questo dico perché, oltre alla constatazione che in quel passato esiste gente che ha subito e sofferto e che ancora aspetta riscatto e giustizia, gli effetti nefasti di quel passato avvelenano anche il presente e si proiettano minacciosi in quel futuro di cui molti dissennati oggi si fanno scudo per sfuggire alle responsabilità del momento. Sicuramente sarà a conoscenza del fatto che sui mali della sanità ha già messo mano la magistratura e penso che già da questo si debba partire, perché l’intervento della magistratura rappresenta in genere il fallimento stesso delle istituzioni; saprà della rocambolesca nomina a direttore generale del dott.Vito Gaudiano sulla cui legittimità si discute a processo (prossima udienza fissata per il 2 maggio); saprà che lo stesso Gaudiano dovrà rispondere di abuso d’ufficio per l’illegittima chiusura del servizio di genetica del presidio ospedaliero di Matera nel processo che inizierà il prossimo 27 giugno (e se avrà il gusto di andare a fondo, forse comprenderà che le ragioni di tale chiusura fanno a cazzotti col merito che a parole tutti vogliono promuovere); nello stesso tempo, mentre il dg Des Dorides (in partenza a sorpresa , a quanto pare) individua come problema la mancanza di “allenamento” (“Alle strutture serve allenamento di alto livello” dice; e aggiunge “…in Basilicata il problema è serio, non c’è massa critica… per avvalorare la presenza di una cardiochirurgia”), nel presidio ospedaliero di Matera esiste un primariato, definito centro regionale trapianti –inesistente nella legislazione nazionale- unico in Italia nonostante l’evidente assenza di “massa critica”: in Basilicata si fanno, infatti, pochissimi prelievi di organi (solo due nel 2011) e questi, peraltro, vengono eseguiti da equipe di chirurghi esterne alla nostra regione; ciò nonostante, tutti noi paghiamo un coordinatore regionale per i trapianti e di detto centro pure un primario la cui nomina, peraltro, è anch’essa sotto indagine giudiziaria. Sempre senza “massa critica” abbiamo già un centro di trapianto di midollo osseo al San Carlo di Potenza, uno al Crob di Rionero e di un altro simile si dicute l’apertura a Matera. Con notevole “massa critica”, invece, annoveriamo a Matera una Unità Operativa semplice di Emonidamica e cardiologia interventistica non operativa ad oltre dieci anni dalla sua nascita e attualmente, se non sbaglio, addirittura chiusa. Anche qui, il responsabile di un servizio inattivo risulta regolarmente stipendiato. Di casi come questi se ne potrebbero citare molti altri, come molti sono i casi in cui il denaro pubblico viene palesemente sperperato a beneficio ( a pensar male si fa peccato, ma…) di qualche benemerito della politica; eclatante per il suo essere paradossale, più che per l’entità della spesa, è il caso del piccolo finanziamento riservato nel 2003 all’ADMO di Montalbano Jonico per finanziare la “costruzione di un centro ADMO in Africa” dove non esistevano –e non esistono- né centri di tipizzazione, né centri di trapianto, né registri nazionali di donatori. Il cuore grande di noi lucani, insomma, attraverso la generosità della giunta regionale di allora, contribuiva con 2000 € ad innaffiare un deserto in cui non si era mai vista neanche l’ombra di un seme.
Il problema è, Assessore, che per noi comuni cittadini è impossibile venire a capo di tante cose, anzi difficilissimo è persino conoscerle e per questo si deve comprendere il perché si è così sospettosi e così certi che, per una situazione di cui si riesce a documentarsi, molte altre ce ne sono nell’ombra indisturbate. Anche per questo appare troppo comodo, e almeno un tantino intellettualmente disonesto, il tentativo di trascinare i cittadini al confronto pubblico laddove i rappresentanti delle istituzioni avrebbero il netto vantaggio di conoscenze e dati che non potrebbero essere smentiti nell’immediatezza del confronto, ma magari sì - come è accaduto già- dopo analisi oneste ed approfondite delle questioni.
Un ultimo argomento voglio lasciarle sul tavolo, sperando di non trovarmi anche in questo caso davanti ad un teorico del cassandrismo e ad un sofista del dato istituzionale. Veda, Assessore, benché nella burocrazia dei palazzi ambiente e salute siano nettamente separati, lei sa bene che nella realtà sono talmente interdipendenti da destare moltissima preoccupazione in tutti quei medici che non hanno dimenticato l’etica e il fine della loro professione; se è vero, come scrive il Prof. Antonio Marfella - Medico dell’Ambiente ed oncologo del Pascale di Napoli- in una lettera al Direttore del Corriere del Mezzogiorno, che sono i medici i tecnici della salute che devono dare gli indirizzi anche gestionali di cura del sistema sanitario al potere politico e non l’inverso come accade ora” assumendosi “ le conseguenti responsabilità anche in termini di conflitto con il potere, se questo dovere etico obbliga a contrapporsi a scelte politiche sbagliate da parte di quei politici che poi, come nessuno nega, decidono su base fiduciaria e non meritocratica anche lo sviluppo delle carriere”, se è vero questo, Assessore, anche lei ha un dovere nei confronti di noi tutti, delle nostre battaglie per l’ambiente e per la tutela del nostro territorio e della nostra salute. In sostanza, Assessore Martorano, anche su questo non può tacere, non può scindere né il suo ruolo né la sua coscienza di fronte a questioni e a decisioni che, prese oggi, scivoleranno sul nostro futuro e investiranno con una rovinosa piena i nostri figli e i loro domani più lontani nel tempo.
Mi fermo qui. Cominci a darci un segnale coi fatti, per piacere. La litigiosità della cardiochirurgia del San Carlo non è un fenomeno di costume, ma è già una somma di molti addendi errati. Metta mano al passato almeno dove può, perché come scriveva Albert Camus "l'uomo non è del tutto colpevole, poiché non ha cominciato la storia; né del tutto innocente, poiché la continua". 

              Anna R. G. Rivelli

CULTURA
NON SOLO MIMOSE
8 marzo 2012

IL RUOLO DELLE DONNE
NEL CONTESTO
 ISTITUZIONALE E CULTURALE 
sabato 10 marzo 2012, ore 18:00
Sala convegni Palazzo Corbo- Filiano

SOCIETA'
ASPETTANDO L’8 MARZO
4 marzo 2012

La natura femminile fin dall’antichità è stata circondata da un alone misterioso e fortemente negativo. La “Naturalis historia” di Plinio presentava già un vasto campionario dei danni che una donna, per il solo motivo di essere mestruata, causava all’intera comunità, avendo addirittura potere di provocare fenomeni come la distruzione dei raccolti, la caduta dei frutti dagli alberi, la morte delle api, l’aborto degli animali, l’arruginimento dei metalli, la trasformazione del vino in aceto, la cattiva riuscita della caccia e della pesca. Vastissima esemplificazione dei tabù legati al mestruo o alla gravidanza si può trovare anche ne “Il ramo d’oro” di James G. Frazer; l’antropologo scozzese, infatti, si sofferma a lungo nell’esame di antichi riti relativi all’età puberale femminile, riti che, pur nella loro specificità, da un continente all’altro mantenevano un denominatore comune che era quello della punizione per la “colpa” di essere donna. Frazer ci racconta di fanciulle tenute in isolamento per mesi, addirittura per anni; di donne uccise per aver osato toccare oggetti appartenenti agli uomini, di partorienti inavvicinabili per molte settimane. Nella Nuova Irlanda –scrive lo studioso- ai primi segni dell’età puberale le fanciulle vengono chiuse per quattro o cinque anni in piccole gabbie allo scuro, senza che possano toccare con i piedi in terra; durante il periodo mestruale alle donne australiane è proibito, sotto pena di morte, toccare qualsiasi cosa usata dagli uomini e persino camminare sul loro stesso sentiero; gli indiani Bribri considerano pericolosissima l’impurità del parto e temono massimamente il potere negativo di un aborto, evento questo ritenuto capace addirittura di provocare turbamenti cosmici. Nella medesima opera, però, l’antropologo riferisce di cruenti riti di magia omeopatica attraverso i quali gli uomini di certe antiche tribù tentavano di riappropriarsi delle mestruazioni e del potere di procreare che - secondo la loro credenza- in origine appartenevano ai maschi cui erano stati sottratti con un maleficio dall’invidioso genere femminile. Il che spinge a credere che i tanti tabù legati alla sfera della sessualità femminile – tabù solo apparentemente persi nella notte dei tempi- derivino dalla sostanziale incapacità del maschio di accettare la preminenza del ruolo femminile nell’assicurare continuità alla specie. Ad avvalorare questa ipotesi si può citare addirittura San Tommaso D’Aquino il quale, supportando la sua tesi con argomenti teologici e filosofici, arriva a dire che esiste solo un sesso, quello maschile, e che la donna non è che un maschio mancato e, pertanto, è l’uomo che esercita il ruolo principale nella procreazione in quanto la donna non è che un ricettacolo del suo seme. In sostanza si potrebbe asserire che il complesso di superiorità che da sempre affligge il maschio altro non è che la faccia speculare di un complesso di inferiorità legato alla apparente secondarietà del suo sesso nell’atto procreativo. D’altra parte la Chiesa (non già la religione) ha da sempre rivestito un ruolo importante nell’approfondire, piuttosto che nell’appianare, il solco della discriminazione nei confronti della donna cui veniva attribuito un potere demoniaco nel tentare l’uomo quasi incolpevolmente soccombente al di lei maleficio. “Agli inizi dei tempi moderni – scrive lo storico francese Jean Delumeau nella sua opera “La paura in Occidente” – nell’Europa occidentale […] la donna è stata identificata con un pericoloso agente di Satana” nonostante l’insegnamento evangelico evidenzi proprio nell’atteggiamento “rivoluzionario” di Gesù la volontà di sancire una sostanziale parità dei sessi. Soffocato, però, dal potere dei chierici –sostenitori almeno in teoria del celibato e della verginità- il Medioevo cristiano elaborò un sistema di pensiero sconcertantemente avverso alla donna, sicuramente inferiore all’uomo secondo Sant’Agostino, addirittura paragonata ad un “sacco di escrementi” da Ottone, abate di Cluny nel X secolo. E’ sempre Delumeau che ci fa notare come la stessa Chiesa cerchi di porre rimedio a tanta discriminazione proponendo ed esaltanto la figura di Maria, la figura di una donna, però, sostanzialmente asessuata e madre per accettazione di un destino, non per “fattiva” partecipazione ad un progetto. E per lungo tempo asessuata è costretta ad essere anche la donna cantata dai poeti: donna angelicata, donna angelo, donna che sempre causerà il rimprovero divino (…Deo mi dirà:”Che presomisti?”) “Al cor gentil” di Guido Guinizzelli o l’estenuante dissidio del Petrarca incapace di sciogliersi dai “mille dolci nodi” dei capelli di Laura.

La profondità e la complessità delle radici della discriminazione nei confronti della donna chiariscono il perché della difficoltà che ancora oggi si riscontra nello sradicare un pregiudizio che è comunque sempre legato alla sessualità; la donna, insomma, appare più facilmente accettabile se privata di quell’aspetto sostanziale della sua natura il quale investe la sfera emozionale determinando tutte quelle specificità che non riguardano solo la morfologia del corpo. Pregiudizio e violenza mirano sempre a sminuire, ad annientare, a voler cancellare quel secondo sesso imperfetto, incapace –così teorizzava Sant’Agostino- di essere immagine piena del Creatore; così ancora oggi bisogna combattere contro pratiche terribili quali l’infibulazione, contro la mortificazione del corpo femminile che non si è fermata alle medievali cinture di castità, ma continua nei veli, nei burqua, nella pretesa d’ ”amore” che è causa di un numero sconcertante di “femminicidi”; bisogna lottare contro l’impotenza mentale del maschio che ha bisogno di essere brutale per sentirsi forte, per avere meno paura di perdere primati inesistenti. Contro la donna, contro il suo corpo, contro la meraviglia della sua capacità di essere madre la cecità del pregiudizio non ha misura; si arriva sempre più spesso –ed è cronaca anche di questi giorni - ad uccidere i figli per punire la colpa atavica della donna che rivendica il diritto di appartenere a se stessa ed alla sua dignità.

Aspettando l’8 marzo, dunque, non possiamo che accorgerci che esso è ancora troppo lontano, più lontano di quanto una data sul calendario sia in grado di indicare.

          Anna R. G. Rivelli

POLITICA
CHIEDO SCUSA AI LUCANI PER IL VOTO CHE HO DATO
2 marzo 2012

Non è la prima volta che il Presidente De Filippo, per l’ interposta persona del suo portavoce ( o viceversa, forse), fa fatica a leggere il pensiero della scrivente e preferisce interpretarlo, non da filosofo, peraltro, bensì da apprendista psicologo con scarse prospettive di successo. Ad argomentazioni di così sconcertante spessore culturale (“…articolo dettato…da un intimo livore e da una inspiegabile ansia di offendere sul piano personale” http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2728412.html ), dunque, non risponderò, a chiunque esse appartengano, per evitare di offendere il giornale che ci ospita trascinandolo in querelle degne al più di rotocalchi da mirandoline. D’altro canto, tanto De Filippo quanto Grasso sanno bene ( ma forse la memoria non serve ai portavoce) che nessun torto personale -né giammai alcun favore - la sottoscritta ha mai ricevuto dai direttori d’orchestra dei nostri palazzi ai quali restano del tutto indifferenti quelli che non sono avvezzi a dar fiato a comando alle loro trombette.

Sorvolando quindi sulla tattica bellica del soldato Grasso, già usata in verità in molte occasioni per tentare di zittire la gente (basti ricordare il violentissimo attacco di qualche anno fa nei confronti di Gildo Claps), vale la pena sforzarsi di comprendere il perché si spostano le questioni dal piano politico a quello personale e magari darsi da soli quelle risposte che non arrivano da chi di dovere. I servizi televisivi sulla questione petrolio in Basilicata, andati in onda proprio ieri su La7, hanno di fatto contribuito a chiarire l’incapacità o la scarsa volontà di dare risposte di chi, se è vero che vent’anni fa era solo un giovane filosofo ventottenne, già da tempo ha tuttavia la responsabilità di questa terra che, a giudicare non tanto dai consensi elettorali quanto piuttosto dagli emolumenti, lo tiene in conto anche assai più di Obama. L’affermazione che anche l’Eni è Stato, e che bisogna credergli fino a prova contraria, la dice tutta sulla qualità e quantità dei controlli della Regione del tuttappostismo. Neanche, inoltre, nella replica del portavoce del Presidente si trova traccia di un benché minimo accenno alla posta questione delle clientele che sembrano impazzare (ovviamente per coincidenze che alimentano ogni forma di “intimo livore”) tra vincitori di concorsi ed assunzioni varie, né men che meno si intravede una qualche spiegazione che riveli a noi tutti se esiste una logica pur banale nel continuare a riscaldare in seno assessori come Agatino Mancusi che proprio sull’ambiente si è prodotto nelle più spettacolari forme di ridicolaggini. Evidentemente fa parte anche egli di quell’ “esercito d’occupazione” che il nostro Grasso non ha ben individuato, trovando più vantaggioso probabilmente far credere che esso sia formato da duecentotremila votanti e non piuttosto da quel manipolo arroccato che sempre combatte, ma soltanto per sé.

Infine, dal momento che chi scrive non è abituata alla logica delle pacche sulle spalle pre elettorali ed ama coltivare relazioni positive e soprattutto ascoltare gli altri, è d’obbligo concludere con un paio di ringraziamenti. Il primo va senz’altro al direttore del Quotidiano, non solo e non tanto per la sua ferma difesa, quanto soprattutto per la sua scelta di dar voce a tutti, facendo spesso arricciare il naso sia ai signorotti arroganti, sia agli idealisti ciechi che fanno fatica a capire che la libertà di stampa non è quella di lasciar pubblicare solo ciò che coincide col proprio interesse o col proprio pensiero. Se non fosse per i pochi come Paride Leporace, qualsiasi azione delle “minoranze” sparirebbe così come spariscono convegni scomodi e manifestazioni di protesta da tutti i Tg regionali. Il secondo grazie va, invece, proprio a Nino Grasso, perché –incredibile ma vero- ha sollecitato da parte della scrivente un atto più che doveroso; avendo constatato, infatti, che i tentativi di interlocuzione dei cittadini col Governo Regionale si risolvono o nel silenzio o nell’insulto a mala pena velato, e avendo dovuto ricordare che tra quei duecentotremila elettori ci sono molti pentiti che all’epoca, benché a naso turato, ancora inseguivano il mito di idee ed ideali di sinistra, la sottoscritta ritiene giusto dover chiedere scusa alla gente di Basilicata per aver talvolta contribuito con il proprio voto a promuovere siffatto catastrofico governo.

Anna R. G. Rivelli

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