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noicittadinilucani
Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.

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CULTURA
SINERESI A MATERA
19 aprile 2018

Dopo l’appuntamento del 7 aprile a Brindisi di Montagna, SINERESI sarà a Matera il 21 aprile insieme agli Artisti di ARTErìa.

Tema del numero è quel "se non appaio non esisto" che è diventato una sorta di incubo collettivo del nostro tempo.


FESTA DELLE DONNE: TANTI AUGURI, UOMO!
8 marzo 2018

Festa delle Donne: tanti auguri, Uomo! Auguri a te perché è di te che vogliamo parlare in questo giorno che sempre più scivola via come una celebrazione vana, come un vuoto riempito a forza da riflessioni, fiori, piccoli regali e parole altisonanti… le cene tra amiche, il profumo giallo delle mimose. E tu non ci sei in questo giorno; non ci sei quasi mai. Non ci sei perché credi di doverci oggi una libertà che non può che sapere di solitudine se domani non sarà un altro giorno per te, per te che credi di “concederci” quello che è nostro per diritto sacrosanto, di “concederci” quello che noi possiamo prendere solo perché lo vogliamo. E tra quello che vogliamo ci sei anche tu, tu accanto a noi, tu compagno, amico, padre, amante; tu che ancora hai paura di noi perché così ti hanno insegnato, tu che dal nostro corpo sbuchi e il nostro corpo temi per una rabbia bambina che non ti togli di dosso; perché così ti hanno detto, che una donna, qualsiasi donna, deve essere sempre per te quella madre devota che ti ha partorito, dimentica di sé, perduta eternamente dietro ai tuoi bisogni e voleri di bimbo. Se non è così – ti hanno insegnato- una donna è soltanto una femmina senza valore, una donnaccia che si è riempita di te per lussuria, che di te si sgrava per egoismo, per liberarsi di te, per lasciarti da solo. Ti hanno insegnato che sei tu la misura di tutte le cose e che tutto il resto esiste se rapportato a te, che ha diritto di essere solo ciò che ti fa stare bene, che il rimanente non vale nulla. Così ti hanno detto. Per anni, per secoli. Lo hanno scritto nei libri sacri, te lo hanno narrato i poeti, rappresentato gli artisti. La donna o è angelo che ti eleva a Dio o è un demonio di tentazione, se ha potere e forza è nemica, se è creatura debole e sottomessa val bene il tuo sguardo benevolo, la tua commiserazione travestita da affetto. Ma queste fantasie in bianco maggiore ve le siete raccontate tra voi, escludendoci spesso e imprigionando voi stessi in un equivoco duale: da un lato l’attrazione fatale per Aspasia, dall’altro la convenzione innaturale del femmineo languido e dolente, rassegnato ad una condizione che tu, Uomo, mai vorresti per te. Tutto questo ti hanno raccontato e ti hanno messo in trappola, perché il tuo troppo “io” non ti permette amore, ma solo terrorizzata angoscia di abbandono e, quindi, dipendenza da noi. Forse ti pare strano, ma è proprio così. Il carceriere finisce per condividere la prigionia del carcerato; per non perderci ci mandi via, per non restare solo ci cancelli, per dimostrare di essere il più forte ci sveli ogni tremore al rimbombo del nostro passo che percorre la vita. Ti hanno allevato così; così per secoli di Ninfe preda di Dei, di fanciulle eteree con lo sguardo chino, di streghe e di donne fatali, proiezioni mostruose di tutte le più antiche paure. Ti hanno allevato così, non ne avresti colpa se solo non volessi pervicacemente rinunciare a crescere, se non rimanessi soggiogato all’idea che l’amore debba essere un laccio, se non ti ostinassi a misurare la tua statura dalla considerazione che noi abbiamo di te. Cresci, Uomo. Non sarà il nostro sangue a fermarci, né la tua mano armata a farti più grande. Non è il tuo insulto che potrà avvicinarci, né la nostra gioia che potrà portarci via da te. Cresci, Uomo. Guardaci. Noi siamo tua madre, tua figlia, la tua compagna, la tua amante, la tua amica; noi siamo anima e siamo corpo, noi siamo noi e siamo te. Non siamo l’altra metà del cielo, perché il cielo non si divide; siamo il cielo tutto intero insieme a te.

Buona festa delle donne, Uomini!

                              Anna R. G. Rivelli


POLITICA
LA BASILICATA ANTIFASCISTA: L'ESEMPIO DI LAVELLO
19 febbraio 2018

La cronaca politica di questi giorni è monopolizzata dalla campagna elettorale: foto di più o meno straripanti comitati che si aprono, declamazioni di programmi come liste dei sogni, interviste a carattere più che altro agiografico, in cui ognuno si dipinge per il santo che crede di essere quasi senza che nessuno obietti di una virgola. E in questo caos calmo, in cui una legge elettorale che non lascia scegliere quasi più nulla ha marginalizzato l’elettore, sottraendogli prima i comizi in piazza, poi persino i manifesti elettorali, rischia di passare in sordina quello che è invece un atto squisitamente Politico ( e la P maiuscola non è casuale) che è stato posto in essere in una cittadina lucana, la quale per questo meriterebbe di diventare “capitale” ed essere indicata come modello di riferimento per tutto il nostro Paese. L’approvazione all’unanimità della mozione che impegna l’amministrazione comunale “a non concedere spazi o suolo pubblico a coloro i quali non garantiscano i valori sanciti dalla Costituzione, professando o praticando comportamenti fascisti, razzisti, xenofobi o omofobi” pone, infatti, la città di Lavello al vertice nella promozione di una Democrazia che il nostro tempo sta rendendo sempre più fievole, deformandone il significato per giustificare qualsiasi nefandezza spacciata per legittima opinione. Il fascismo, però, non è un’opinione così come non lo sono il razzismo, la xenofobia e l’omofobia. Quindi a chi, negando l’evidenza, continua a dire che in fondo la Costituzione non è chiara in merito, va ricordato che la dodicesima tra le disposizioni transitorie e finali della nostra Carta Costituzionale recita che “ è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” e che tale disposizione è ulteriormente chiarita dall’articolo 1 della legge Scelba nel quale è scritto testualmente: Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Quindi nessun divieto e nessuna limitazione nel professare valori di destra se si fa riferimento ad una destra liberale e democratica, ma il fascismo ( o forse anche meglio sarebbe oggi dire i fascismi) sono tutt’altra cosa. Il fascismo per sua natura trova terreno di coltura fertile nella nostra epoca, perché essa abbonda di tutte quelle condizioni che servono ad alimentarlo, vale a dire la crisi economica, la povertà crescente, l’esasperato stato di disuguaglianza sociale, il dilagante populismo e l’assoluta disaffezione per la politica, ritenuta sempre più inaffidabile ed incapace di risolvere i problemi concreti della gente. In questo clima ha gioco facile chi, facendo leva sulla smemoratezza se non proprio sull’ignoranza, traccia rappresentazioni idilliche del ventennio, dipingendolo come un tempo di ordine, di sicurezza e di benessere, nel quale la diversità (lo straniero, l’omosessuale ecc…) era bandita perché portatrice di disordine e guasto. L’odio così viene elevato a categoria politica e il diverso da noi individuato come causa di ogni male e legittimo bersaglio di una sempre più fomentata violenza. Il pensiero comune si fa acritico e aberrante, e in un clima di stupidità saccente si finisce per cercare in ogni modo lo scontro, per agitare la Giornata del Ricordo contro quella della Memoria, le foibe contro l’olocausto, facendo perdere di significato due ricorrenze che dovrebbero essere vissute solo come incancellabile lezione della Storia. Questo sta accadendo oggi. E sta accadendo da una parte con l’assenso e il sostegno di gruppi politici e/o religiosi estremisti, dall’altro con il pavido silenzio degli altri, troppo timorosi o cauti o collusi per difendere a viso aperto i valori fondanti della nostra Repubblica.

Per questo va sottolineato il merito del Sindaco Sabino Altobello e della sua giunta; vanno ringraziati l’ANPI e tutti coloro che a vario titolo si sono impegnati fattivamente in difesa dei valori costituzionali e va chiesto esplicitamente alle amministrazioni di tutti gli altri Comuni lucani che si impegnino a fare altrettanto.

                                      Anna R. G. Rivelli


Auguri
30 dicembre 2017



permalink | inviato da associazionencl il 30/12/2017 alle 22:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
LE MANCATE DISSOCIAZIONI DEL GARANTE (Dal livore per le minoranze all’esaltazione del fascio, fu tutta una distrazione)
12 dicembre 2017

“Eletto non nominato! come ama ripetere con piglio deciso”. Così Donato Fabbrizio scrive di Vincenzo Giuliano in un post pubblicato nella pagina facebook dell’Associazione dei Liberi e Forti di Basilicata il 29 novembre 2016. Eppure di questa elezione/non nomina la Basilicata ha grande memoria, perché fu necessario allora (nel 2014) affrettarsi a rimuovere più di qualche incompatibilità per poter affidare a Giuliano il ruolo di Garante, compresa quella del limite massimo di età, che da lì a pochi giorni sarebbe diventata irremovibile. Evidentemente, si potrebbe sospettare, non esisteva uomo più adatto di lui a ricoprire questo ruolo. Anzi di più, il ruolo si potrebbe dire creato di proposito per lui visto che, ci ricorda sempre Fabbrizio, è “ruolo istituito nella regione e mai ricoperto da nessuno prima di lui”. Sarà per questo che lo stringato comunicato diffuso sabato scorso da Giuliano per dissociarsi dal suo portavoce appare davvero poca cosa, troppo misero per poter fare chiarezza sulle agghiaccianti esternazioni diffuse a mezzo stampa da Nigro nei primi giorni di dicembre. Cominciamo col dire che Giuliano si dissocia da una sola delle due ultime note (quella del giorno 8 dicembre) e non da quella già fin troppo violenta ed offensiva pubblicata sul Roma il giorno 1 dicembre, nota nella quale in sostanza si attribuiva la colpa del femminicidio alle donne stesse, ree secondo lui/loro di emancipazione dalle situazioni di degrado familiare. Sarebbe doveroso, quindi, che il Garante si dissociasse senza mezzi termini anche dalla prima, abbandonando alla deriva il povero Nigro, sempre ammesso che possa farlo, sempre ammesso che la nota sia stata scritta solo a due e non piuttosto a quattro o persino a sei mani. Perché francamente due cose sono poco convincenti in questa storia: la prima è che Nigro possa aver fatto tutto da solo e che, non contento di aver già toppato la prima volta, abbia perseverato e rincarato la dose senza minimamente consultarsi con Giuliano; insomma, sarebbe una testa di ferro, e, obiettivamente, è difficile crederlo fino in fondo, a meno che non sia lui stesso a sacramentare di aver fatto maldestramente tutto di sua esclusiva iniziativa. Ma anche nell’ipotesi di questa evenienza, risulta strano credere (e questa è la seconda cosa poco convincente) che il Garante, la cui agiografica descrizione campeggia sulla pagina dei Liberi e Forti, non si sia accorto mai che da molti mesi il suo portavoce continuava a farla, sommessamente, sempre fuori dal vaso. Le due note citate, infatti, entrambe di dicembre, non sono le uniche sottoscritte da Nigro in qualità di portavoce e pubblicate negli ultimi mesi. Tra luglio e dicembre, infatti, ce ne sono state altre, tutte contenenti esternazioni molto al limite della condivisibilità per chi ricopre un ruolo di garanzia. Di luglio scorso è, ad esempio, un articolo apparso sul Roma in cui Nigro scrive frasi del tipo L’impegno politico viene solo riservato all’accoglienza dei profughi” e peggio “Qualche mente eccelsa ha pensato bene di sostituire con i migranti i giovani emigranti, adducendo la nobile motivazione dell’accoglienza, senza rendersi conto che in questo modo avviene automaticamente la sostituzione etnica e soprattutto religiosa”. Di agosto è invece un altro articolo innocuamente storico ( ma la storia non è mai innocua!) in cui si esaltano i “vescovi moralizzatori” che consideravano “i liberali uomini dissoluti” , si palesano sentimenti anti unitari e si chiosa con un “ I liberali non erano tanto liberali…. D’altronde oggi la situazione non è cambiata col pensiero unico neo-liberale”. Il 27 ottobre arriva poi una nuova nota sulla famiglia lucana. Anche qui il portavoce si esalta “La famiglia lucana, e non solo, è una risorsa importantissima, eppure è troppo trascurata di nostri politici, che sono impegnatissimi invece a fare tutt’altro: ad esempio, a difendere i diritti dei gay, delle coppie di fatto, dei figli pretesi ma non fatti, degli extracomunitari che approdano tutti con gli smartphone…”; continua così: “Questa società abietta e rinnegatrice dei valori morali fa di tutto e di più per tutte le minoranze pretendenti di diritti, ma non fa nulla per la famiglia, già disgregata dalla piaga del divorzio”. Poi, prima di scatenarsi con frasi del tipo “Noi abbiamo sempre combattuto contro i Saraceni”, “Certi atteggiamenti ci ricordano la lupara” o addirittura “era meglio il Fascio!”, Nigro propone una frase (“Già Lenin diceva: volete distruggere una società? Distruggete la morale! E quella vi cadrà in mano come una pera cotta! Neppure i sovietici avevano distrutto la famiglia…”) che deve essergli tanto cara da averla rispolverata pari pari nella sua nota dell’8 dicembre, quella da cui Giuliano dice di dissociarsi. Possibile che Giuliano in tutti questi mesi non si sia mai accorto di niente? Né dell’esaltazione del Fascio, né del livore contro “tutte le minoranze pretendenti di diritti”, né dei giudizi approssimativi sugli extracomunitari? Se anche fosse così, non sarebbe meno colpevole, perché la distrazione ad oltranza non è contemplata tra le doti di un Garante.

Ma nel comunicato diffuso sabato, Giuliano scrive anche: “In merito poi al movimento “Liberi e Forti di Basilicata” preciso che dal 2014 non ne faccio più parte", credendo evidentemente così di togliersi da qualsiasi imbarazzo. Purtroppo per lui, però, le testimonianze del fatto che proprio lui è stato amministratore unico della pagina facebook dei Liberi e Forti di Basilicata (per ben 8 anni e fino a tre o 4 giorni fa) restano negli screenshot e non è rimedio sufficiente ( anzi è piuttosto indice di “colpevolezza”) l’aver in fretta e furia ceduto il ruolo a quel Donato Fabbrizio (peraltro da lui stesso aggiunto al gruppo circa 5 anni fa) che, nella pagina del movimento politico, funge da portavoce del Garante, diffondendo a piene mani comunicati delle varie iniziative, compreso quello che, il 28 maggio, testimonia di un garante tanto super partes che va a parlare di fede ai ragazzi della scuola media La Vista. Inoltre, tanto per completare il quadro, lo stesso Giuliano da amministratore condivideva i post di “Fuoco vivo” (dopo le ultime polemiche magicamente spariti), band di propaganda ultracattolica, nata a Satriano di Lucania, e fondata, tra gli altri, da Rocco e Antonio Giuliano, due giovani musicisti che con il Garante non condividono probabilmente soltanto il cognome.

Alla luce di questo, forse opportuna sarebbe una verifica anche da parte di chi lo ha nominato ops! eletto) perché, benché sia ormai consuetudine (consuetudine a cui non vogliamo tuttavia abituarci) che le cariche vengano distribuite in rapporto a convenienze ed accordi politici e non già a meriti e idoneità ai ruoli, sarebbe già qualcosa se, tra gli sponsorizzati, si scegliessero almeno i meno peggio. Cosicché non basta fare adesso di Nigro il capro espiatorio, perché da quanto scritto negli ultimi sei mesi Giuliano doveva accorgersi e dissociarsi già da molto tempo. Discriminazione, omofobia, razzismo, approssimazione, populismo… tutte cose che si sintetizzano in quel “Era meglio il Fascio!” da cui un Garante avrebbe dovuto prendere distanze immediate e non solo apparenti.

Anna R. G. Rivelli


SOCIETA'
LA VOCE CHE PERSEVERA E RINCARA LA DOSE DI CHI È ?
9 dicembre 2017

Femminicidio: alla richiesta di chiarimenti, fatta al Garante per l’infanzia e per l’adolescenza della Regione Basilicata dalle pagine di questo giornale, Nigro risponde al posto di Giuliano. Ci domandiamo: è ancora una volta il portavoce che parla al posto della “voce”? Se è così, inorridiamo; se non è così, ci domandiamo perché il solerte portavoce non annovera tra i mali che affliggono la nostra società anche il suicidio. E già, perché quello di Vincenzo Giuliano che, ostinandosi a non rispondere, si fa rappresentare da codesto signore, è un suicidio bello e buono; e non già un suicidio assistito, ma un sparo alla tempia, peraltro mal fatto e perciò ancora più doloroso. Lo scritto di Nigro è, infatti, bizzarramente farneticante e ancora una volta, tra le citazioni pseudo-colte usate alla ca…suale maniera e il maccheronico repertorio di oscurantismo biblico (“Chi è che ci può essere dietro questo infame progetto se non Satana?” arriva a chiedersi questa volta), esprime una violenza e una ignoranza senza pari. Perché di ignoranza si tratta se uno arriva persino ad attaccare Pittella ( che non staremo noi qui a difendere non fosse altro perché questa nomina di “sospetta” garanzia l’ha fatta lui) sostenendo che “Tutto si fa per i femminicidi, per i gay, per i disabili, per i migranti, per questa o per quell’altra associazione, per l’ecologismo ipocrita e fanatico dei radical chic in un pianeta inquinatissimo ed al rischio del collasso climatico, ma niente si fa più per la famiglia…”. Dunque è evidente che, preso dal furore censorio, Nigro ignora completamente ciò di cui sta parlando; affermare che si fa tutto per i femminicidi, per i gay, per i disabili e nulla per la famiglia significa non farcela proprio a capire che le famiglie distrutte da un femminicidio, minate dalla discriminazione o sofferenti per la presenza di un malato grave sono proprio quelle più deboli e quindi quelle più bisognose di aiuto; o ritiene, il Nigro o persino il Garante, che le donne morte, i gay e i disabili ( oscenamente tirati in ballo nella sua fanatica requisitoria) siano entità astratte? Ritiene l’uno (o entrambi) che le donne morte, i gay e i disabili non siano parte di una famiglia? O ritiene l’uno ( o entrambi) che le famiglie da aiutare siano quelle da reclame di biscotti? O magari quelle patriarcali intese nel peggior senso, così come ha scritto il portavoce con la solita dualistica contrapposizione padre=positività, madre/negatività? Poi arriva anche la tirata in odore di razzismo (“E poi perché i figli degli extracomunitari non devono pagare il nido, la mensa, il mutuo, il pronto soccorso, le cure mediche ed i nostri devono pagare?”) e quella in odore di pervicace misoginia, con lo sbeffeggiamento delle donne “emancipate e libere”, accusate neanche tanto velatamente di immoralità, e la minimizzazione del fenomeno femminicidio (“Perché, invece di pensare solo al femminicidio, con tutto il rispetto per le vittime…”); l’apice del climax arriva poi con la tirata ultracattolico-nazionalista (“Non a caso tutti i grandi regimi totalitari, di destra e di manca – neppure in URSS – avevano toccato la famiglia […] E decidendo di far fuori la famiglia ha anche decretato la fine della religione e della patria).

Insomma, se è vero, come Nigro scrive, che Giuliano avrebbe presentato al governo Pittella “notevoli proposte risolutive di problemi sociali legati all’infanzia… proposte che rivoluzionerebbero il sistema sociale”, non resta che rammaricarci del fatto che lo stesso Nigro non sia ancora adolescente, perché magari, chissà, una di queste proposte avrebbe risolto anche il suo caso.

Ciò detto, è ovvio che non si può far altro che rinnovare l’invito al Garante ad esprimersi per spiegare se è lui o no la “voce” che Nigro porta. Non si può che sollecitarlo a rispondere e a dissociarsi, perché è chiaro che lo stanno ( o si sta) “suicidando” e il suicidio non è né morale né cristiano. Questo suo, poi, non è neanche stoico.


                                    Anna R.G. Rivelli


Lo scritto di Nigro a cui si fa riferimento è disponibile a questo link http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2858965.html



SOCIETA'
IL PORTAVOCE DI LIBERI E FORTI DI BASILICATA PARLA ANCORA PER IL GARANTE?
9 dicembre 2017








permalink | inviato da associazionencl il 9/12/2017 alle 16:2 | Versione per la stampa
SOCIETA'
L’ALTRO VOLTO DELLA MISOGINIA
4 dicembre 2017

Solo pochi giorni fa, il 25 novembre, si è celebrata come ogni anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ricorrenza sacrosanta se si considera che solo in Italia (nella civilissima Italia!) nei primi dieci mesi di quest’anno sono state uccise ben 114 donne, un terzo delle quali per mano del partner. Fortunatamente il livello di attenzione sul problema si sta alzando, le vittime cominciano ad avvertire un maggiore sostegno da parte delle istituzioni e della società e, soprattutto, si è acquisita la consapevolezza che bisogna intervenire alla radice se si vuole debellare quello che è un problema di natura squisitamente culturale, perché il sangue delle donne non sporca soltanto le mani degli esecutori finali, ma irrimediabilmente macchia la coscienza di quanti la violenza l’hanno fomentata e continuano a fomentarla. La misoginia, infatti, non ha unicamente il volto losco e la mano lurida delle stupratore o dell’omicida; può avere anche la stupida ironia del ragazzotto che sui social sbeffeggia le donne che manifestano, il doppiopetto del politico che propone mozioni e leggi discriminatorie o il piglio sentenzioso del portavoce di un’associazione o di un movimento, uno a caso, come per esempio quello di “Liberi e forti” di Basilicata. Sul Roma del primo dicembre scorso, infatti, il signor Nigro si è prodotto in un commento sul tema  che, più che da un quotidiano del XXI secolo, pare tratto dalla satira di Giovenale contro le donne. “ Da dove vengano tali mostruosità, che origine abbiano, questo vuoi sapere? – scriveva nel II secolo d.C. il poeta latino, scandalizzato dall’emancipazione femminile - Una condizione modesta garantiva un tempo la castità delle donne latine; le distoglievano dal contagio dei vizi la casa minuscola, la fatica, il sonno limitato, le mani rovinate e irruvidite dalla lana etrusca, l'assillo di Annibale alle porte di Roma” . “Perché questo fenomeno cresce a vista d’occhio? – scriveva invece l’altro giorno Nigro, parlando del femminicidio - È una delle piaghe d’Egitto in risposta alla piaga del divorzio” La differenza tra i due, al di là di quella temporale di più di qualche secolo, sta nel fatto che il primo si prendeva sul serio assai meno del secondo. Nigro, infatti, continua con toni patetici a citare l’ordine divino violato, i figli sbandati e disorientati, Freud, gli adulteri, la gelosia come sentimento naturale, il fuoco dal cielo, il diluvio universale, Sodoma, Gomorra, la malattia mortale, l’atomismo sociale e tutta una serie di assurde amenità infilate una dietro l’altra più o meno alla rinfusa per arrivare a sentenziare che questo tumore (cioè il divorzio) distruggerà l’intera società occidentale; alla fine suggerisce convinto il modo di debellare il femminicidio “Volete guarire questo male...? -scrive- Ebbene! Togliete il divorzio e l’aborto”. Insomma, talmente è assurdo e paradossale ciò che Nigro scrive e talmente violento è il sentimento misogino che anima le sue parole, che forse se quel povero Freud, tirato in ballo a vanvera in cotanto sermone, potesse avere la possibilità di dire la sua, ne saprebbe ben spiegare l’origine. Tuttavia Nigro è un portavoce e un portavoce non esprime il proprio pensiero, ma quello del gruppo che rappresenta. E il gruppo che Nigro, in qualità di portavoce, rappresenta si chiama “Liberi e Forti”, associazione di formazione culturale e politica, come recitano le informazioni della pagina facebook dedicata. Ma, meraviglia delle meraviglie, dalle stesse note informative si può apprendere che, da ben otto anni, amministratore della pagina è Vincenzo Giuliano, il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Basilicata. Così, di fronte ad una notizia che lascia quanto meno perplessi, continuando la ricerca, si giunge ad appurare che Giuliano, nell’anno in cui fu nominato garante, di questa “Associazione Liberi e Forti” era addirittura il presidente ( e non si capisce se ancora lo sia) e in tale ruolo già partecipava a presentazioni di nuove formazioni politiche insieme ad altri campioni della promozione dei diritti e delle pari opportunità, come, tanto per citare l’esimio, il consigliere Aurelio Pace.

A questo punto è obbligatorio chiedere al dottor Giuliano se quella raffica di oscenità che il portavoce Nigro ha impudentemente scritto e pubblicato rappresenta la summa della filosofia dell’Associazione e, di conseguenza, anche di lui che ne è stato il presidente e ne è da otto anni l’amministratore della comunicazione social. E se chiedere è obbligatorio, doveroso da parte sua sarebbe rispondere, perché delle due l’una: o il Garante si dissocia apertamente e totalmente dalle parole, e soprattutto dal pensiero, di chi definisce adultere le donne divorziate e compatisce invece i “poveri padri divorziati”, oppure deve spiegare quale garanzia può mai rappresentare nei confronti di quella infanzia e quella adolescenza che spesso vive proprio nella famiglia l’angoscia delle più subdole violenze. Nigro scrive: “Il femminicidio è la conseguenza del disagio psicosociale prodotto dallo sconvolgimento e dallo sfaldamento del nido familiare”; e ancora: “La gelosia è un sentimento naturale, anche se portato in extremis può degenerare in violenza”; e come se non bastasse aggiunge: “Provate a parlar male di un gay, e vi scateneranno contro l’inferno…”. Cosa di tutto ciò pensa il dottor Giuliano? Sono queste le sue parole, i suoi sentimenti, la visione del mondo che guida la sua azione di garante? È questa la considerazione che avrà delle madri che fuggono dalla violenza di un uomo? Non saprà far di meglio che definirle adultere? E compatirà i padri violenti? E come garantirà la libertà di una adolescente che volesse emanciparsi da un padre padrone? Lo scenario si prospetta veramente molto inquietante. In attesa di avere risposta e nella speranza di sentire il dottor Giuliano dissociarsi categoricamente dalle parole del portavoce (che nel qual caso meglio farebbe a spiegare chi rappresenta se non solamente se stesso), va chiesto anche alle istituzioni, ovviamente nelle persone di coloro che fanno le nomine in ruoli così importanti e delicati, se prima di riempire le caselle dei loro organigrammi, si pongono qualche domanda, si leggono qualche curriculum, si accorgono di qualche evidente incompatibilità.

                                                              Anna R.G. Rivelli


l'articolo di Nigro a questo link http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2858856.html


Il portavoce di LIBERI E FORTI di Basilicata sul femminicidio
4 dicembre 2017










permalink | inviato da associazionencl il 4/12/2017 alle 19:38 | Versione per la stampa
CULTURA
SU UNA PANCHINA ROSSA
26 novembre 2017













Tutte le celebrazioni hanno un senso se il senso sappiamo darglielo, altrimenti diventano pura formalità e finiscono per sgretolare piuttosto che rafforzare il messaggio che vorrebbero portare in sé. Perciò alla giornata del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza di genere, siamo chiamati a dare il senso più denso e concreto possibile, senso che possa sì esprimersi nelle varie manifestazioni ed eventi che per l’occasione vengono organizzati, ma possa anche travalicarli, per restare non come riflessione occasionale di un momento, ma come quotidiano stile di pensiero e di comportamento di ciascuno di noi. Perché proprio di ciascuno di noi si tratta quando si parla di violenza di genere. Siamo tutti coinvolti a vario titolo, tutti attori sulla scena dove, diversamente da quanto ancora in troppi credono, non è una fiction ad essere rappresentata, ma una delle più evidenti tragedie del nostro tempo, tragedia che non conosce confini né geografici né culturali e fa scorrere un contatore di morte (morte di corpo e di anima) che non può essere ignorato da nessuno. Per questo occorre parlarne e parlarne ogni giorno.

La violenza di genere si esprime intorno a noi, anche qui, nella nostra città e nella nostra regione, meno nascosta di quanto possa sembrare. Quasi sempre nasce nelle parole e colpisce le donne sin da quando sono bambine; parole “innocenti”, spesso tramandate da una tradizione socio-culturale ancora da molti ritenuta esemplare punto di riferimento, che sono acqua cheta che scava. Non di rado essa si maschera sotto appellativi edulcoranti (galanteria, spirito di iniziativa, intraprendenza, machismo…) e contemporaneamente maschera quel sottile senso di inadeguatezza che certi uomini provano di fronte alle donne che non corrispondono più al modello interiorizzato: le donne o sante o streghe. Per costoro se sante, le donne non avrebbero che da starsene col sorriso dipinto, immobili sugli altari; se streghe altro non meriterebbero che il rogo. E così passare dalle parole ai fatti è spesso un attimo; e i fatti non sono solo le percosse fino alla morte, non sono solo gli stupri, ma anche quelle molestie attraverso le quali si tenta il dominio e la prevaricazione sull’altro, magari approfittando del suo stato di difficoltà o di bisogno. Questa, purtroppo, è ancora quotidianità a cui nessuna, nessuna donna è sfuggita del tutto nel corso della sua vita.

Ma se parlarne è necessario, parlarne nel modo giusto è vitale, perché tanto la banalizzazione quanto l’esasperazione del tema sono ostacoli insidiosi per qualsiasi tentativo di risoluzione del problema. E purtroppo banalizzazione ed esasperazione caratterizzano il più delle volte gli agoni televisivi, specie in questi giorni in cui il mondo sembra aver improvvisamente scoperto il maschio alfa, come fosse razza finora sconosciuta e aliena, e la fanciulla modello Biancaneve che, sognando il principe, non pensa di doversi difendere dai nani. Questa in sostanza è la semplificazione che si sta facendo di un problema che semplice non è e che è invece tanto più complesso quanto più antico e duraturo. Verissimo è che il coraggio di parlare per chi è vittima di violenza ha tempi di maturazione lunghissimi, tempi che servono a metabolizzare almeno un poco il dolore e a superare la vergogna che sempre perseguita le vittime, ma si è sicuri di fare un buon servizio alla causa spettacolarizzando certe prese di coscienza, facendone tema di una narrazione superficiale in cui il sistema dei personaggi si stereotipizza e ripete sempre uguale, privo di sfumature, condito da lacrimoni scenografici, commenti inutili e applausi solidali di un pubblico che un attimo dopo è disposto ad esaltare il ripetersi di insulsi cliché in idiot-show come “Uomini e donne”? Non è, tanta banalizzazione, violenza anch’essa che si riversa sulle vittime più deboli, quelle che non sono attrici famose, non sono miss rampanti, e che con minore afflato solidale restano ad affrontare la quotidianità laddove i riflettori non ci sono e quel can can dei media risuona come voce di un mondo a parte, di un Eden dove tutto luccica e tutto può avvenire senza danno? Insomma, una cosa è la testimonianza, un’altra la teatralità, una cosa la condanna sacrosanta, un’altra la generalizzazione. Se il dolore diventa spettacolo, perde la connotazione di realtà per acquisire quella di finzione; e la finzione si archivia facilmente tra le favole, cosicché anche la possibilità di salvarsi nella percezione delle donne “comuni” finisce per diventare meno che una ipotesi remota. D’altro canto catalogare come violenza anche ciò che violenza non è, ribaltare la caccia alle streghe urlando al maschio in quanto maschio, rifiutare i distinguo tra un’azione inopportuna e una violenta, significa potenziare le difese dei colpevoli nella nebbia di un proverbiale se tutto è male niente è male.

E dunque impegniamoci tutti a riempire di senso la giornata del 25 novembre. La violenza di genere va denunciata. Parliamone sempre. E parliamone bene.

Anna R. G. Rivelli

(da "Il Roma" del 25/11/2017)


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