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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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POLITICA
I FISSATI PER L’AMMINISTRAZIONE (o dell’Hully Gully nella città di Potenza)
14 agosto 2017

Konrad Adenauer, tra i primi promotori di quei processi di cooperazione europea che sarebbero giunti fino alla UE, scriveva che “La storia è la somma totale delle cose che avrebbero potuto essere evitate”. Con la suggestione di tale aforisma, tocca guardare a questi tre anni della città di Potenza; tre anni che nella storia, intesa come totale di cose evitabili, hanno già impresso le impronte di molti uomini, fermo restando che ognuno a suo modo si è dato da fare per evidenziarsi con un proprio perché. Così, tanto per prenderne uno a caso, l’assessore Coviello sarebbe ben potuto restare negli annali per essere rimasto assessore “a titolo personale” dopo essere stato epurato dal partito di appartenenza insieme al collega Bellettieri, ma, avendo voluto strafare, ci resterà forse per il video, orgogliosamente costruito e diffuso, in cui recupera una carcassa di lavatrice da un ciglio di strada boscoso tra applausi e batti cinque dei presenti proprio mentre nel backstage (cioè in tutto il resto fuori onda della città) i topi si moltiplicavano e una differenziata nata con patologia autoimmune rendeva invivibili rioni e contrade. Ma poiché non c’è personaggio storico senza frase celebre, ecco che il nostro, evidentemente più arguto per la politica in social che per le politiche sociali, si è prodotto su facebook in un’espressione memorabile con la quale intendeva sminuire la voce di chi sottolineava da tempo i “misfatti” di Piazza Matteotti. Scriveva più o meno che tutto andava per il meglio e che tutti vivevano felici e contenti tranne qualche “fissato per l’amministrazione” che continuava a cercare pretesti per attaccare Sindaco, Giunta e Consiglio tutto. L’espressione ovviamente era destinata a rimanere proverbiale, perché nella narrazione sapientemente imbastita dai nostri amministratori, i cantori di altre gesta meglio era sbaragliarli con la stigma del rancore, dell’inimicizia politica, dell’interesse personale e di tutto quell’armamentario di negatività che la parola “fissato” prontamente trascina con sé. Ma la storia, si sa, è imprevedibile, cosicché a rendere famigerata più che famosa cotanta definizione, è intervenuto un fatto nuovo, una specie di Hully Gully a cui tutta la città ha iniziato finalmente a prendere parte. Così, come nell’allegra canzoncina anni ’60, se prima era uno a ballare l’Hully Gully, adesso sono in tanti a ballare l’Hully Gully. Da giorni e giorni, infatti, le denunce si sono spostate dai social ai giornali e si sono fatte sempre più chiare e circostanziate. La differenziata non funziona, le scale mobili sono un disastro, i contratti puzzano, le strisce blu si moltiplicano, alle interrogazioni non ci sono risposte e, dulcis in fundo, si producono ad arte nuovi disoccupati. Così ballano i cittadini, i Sindacati, l’Adoc, ecc… e qualcuno pure canta perché un Pittella ascolti, ma pare non ci sia nulla da fare perché tutto è, ovviamente, in nome del bene della città. Perciò vengono in mente altre parole, frasi celebri di altri personaggi che nel cambiare casacca scrivevano “… oggi il mio posto è altrove, nel Movimento dei Democratici e Progressisti dove provare ad affermare da sinistra un diverso punto di vista che porti a un cambio delle politiche…”. Così anche Iudicello passerà alla storia, ben piazzato sulla poltrona da cui dice di voler “costruire il futuro della Sinistra moderna e riformista in Italia e in Basilicata”, facendo coro a chi da Roma intona “Siamo i Vatussi”, lato b di un disco rotto che non incanta più.
                                                                          Anna R. G. Rivelli
CULTURA
MUTATIS MUTANDIS
15 luglio 2017

Si potrebbe non credere che siano passati quasi cinque secoli da quando uno zelante Daniele da Volterra si adoperò per infilare le braghe a santi e sante della Sistina, arrivando addirittura, come nel caso delle figure di Santa Caterina d’Alessandria e di San Biagio, a distruggere e rifare l’affresco michelangiolesco poiché gli appariva oscena la posa della santa nuda chinata con il santo alle sue spalle ripiegato su di lei. Era il 1564, ma nonostante questi 450 anni che ci separano dalla solerzia del “Braghettone” ( è questo il nome con cui è da allora conosciuto lo scrupoloso artista) ancora è molto attivo il popolo delle mutande, quello che è capace di strumentalizzare, a fine più politico che morale ovviamente, qualsiasi cosa pur di ricordare la propria esistenza ad un mondo che, per la verità, la ignora. E così ci ritroviamo a Potenza come nella Capitale, al Museo Provinciale come nei Musei Capitolini, a girare di faccia al muro (e già, è questo che è stato fatto seppure solo per qualche ora nel Museo di Potenza) alcune opere della mostra “Intramoenia”, inaugurata lo scorso 7 luglio, e non già per la visita di un Hassan Rouhani, ma per la “condanna” di una cittadina scandalizzata da alcune immagini. Purtroppo però, come scrisse Pasolini, “Chi si scandalizza è sempre banale; ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. E chi è male informato dovrebbe avere l’umiltà di informarsi prima di puntare il dito e ergersi a moralizzatore e censore. Insomma, per essere espliciti, chi non capisce l’arte e neanche ha voglia di capirla, dovrebbe evitare di sollevare polveroni che potrebbero facilmente ritorcerglisi contro. Cominciamo con le puntualizzazioni dunque. La Presidente del Popolo della Famiglia (notoriamente popolo di percentuale da prefisso telefonico) solleva il problema di una Istituzione pubblica che ospita una mostra ritenuta “fosse anche solo dal Popolo della Famiglia” offensiva della sensibilità; non mi pare abbia mai invece sollevato il problema di patrocini, sponsorizzazioni e spazi pubblici offerti a mostre d’arte sacra con il loro gran tripudio di immagini di morte spesso raccapriccianti, probabilmente capaci di ferire la sensibilità di persone, sicuramente più numerose di quelle appartenenti al Popolo della Famiglia, che ritengono le istituzioni pubbliche laiche e che potrebbero voler difendere i loro figli dalla violenza che si sprigiona da certi martiri o Ecce Homo. La signora grida allo scandalo anche per la nudità di tre fanciulle coperta da una immagine della Madonna; l’opera in questione, di Dario Carmentano, è stata da lui stesso ben “spiegata” e inserita in un contesto di denuncia che ( ah, la scarsa informazione!) non solo non è offensiva, ma è addirittura in difesa di determinati valori oggi troppo spesso assoggettati al marketing e alla superficialità. Ma se anche l’eccellente artista materano avesse taciuto, solo chi fa della strumentalizzazione la propria professione poteva trovare nella sua opera qualcosa di indecente. Pur volendo infatti assoggettarsi a considerare la nudità un gran peccato ( ditelo poi ai Rubens, ai Michelangelo, ai Guttuso ecc…), un’immaginetta di Maria che copre l’ “indecenza” andrebbe letta più come un intervento salvifico nei confronti delle tre “peccatrici” che come un’offesa nei confronti della Madonna. Ma “a far indignare il Popolo della Famiglia è la possibilità che questa mostra possa poi essere vista da bambini e scolaresche…” aggiunge la Presidente. E così finiscono di faccia al muro anche le sbigottite pudenda di un ritratto firmato da Pino Lauria, un Crocifisso in equilibrio sul naso del blasfemo Carmentano ed un altro Lauria in versione satiro con l’aureola. Certo che i bambini non le reggerebbero immagini così. Non le reggerebbero allo stesso modo di come mai potrebbero reggere i genitali del Cristo di Brunelleschi che penzolano dalla croce, o il fallo marmoreo del michelangiolesco Cristo della Minerva, o ancora i seni sprizzanti, sensualmente offerti dalle tante madonne del latte. E tra queste, se volessimo prenderne una a caso, come una scolaresca innocente potrebbe mai reggere la blasfemia dell’algida Madonna di Jean Fouquet? Come le si potrebbe mai spiegare che sotto il nome di “Madonna del latte in trono con il bambino”, nei panni ricchi e sensuali di una regina si cela il ritratto di Agnès Sorel, amante di re Carlo VII, nota per la bellezza del suo seno che amava scoprire abbondantemente? Come non trovare scandalosa e blasfema l’ipocrisia di sacralizzare una cortigiana? E perché dovremmo credere che le tornite figurine rosse che contornano una “vergine” così profana siano serafini e non angeli infernali? Da quanti secoli queste immagini violentano l’innocenza dei nostri figli nelle Istituzioni pubbliche in cui li portiamo per accrescere la loro cultura e addirittura nelle chiese in cui li portiamo per pregare? Non sarà scandaloso che le nostre bambine apprendano l’anatomia del maschio, in tenera età, dai genitali dei santi? O che chiedano spiegazioni sul gesto inequivocabile della fanciulla che, in un quadro del Rubens, offre il suo seno a un laido vecchio? Come glielo spieghiamo che quella è l’allegoria della carità filiale?

Ovviamente, prima che si scandalizzi di nuovo ( due scandali a breve distanza potrebbero certo far male alla Presidente), tengo a precisare che c’è chi è convinto che nell’arte, e quindi anche in tutte le straordinarie opere citate, fermare la propria attenzione sui retroscena o sui bassoventre e i fondoschiena equivale a contemplare il Creato soffermandosi sui pruriginosi ponfi delle zanzare; perciò non credo ci sia possibilità che qualcuno, benché bambino, subisca shock né per il nudo di Cristo né per l’aureola di Pino Lauria. Insomma, si può anche capire che le lotte iconoclaste possono tornare utili per dar fuoco al poco spirito di cui si dispone, ma sarebbe scaltro comprendere che di questi incendi non è mai morta la civiltà né l’arte. E diciamolo: il pretesto una volta è il gender, una volta è Fa’afafine, un’altra il Pride, stavolta Carmentano. Non credo tuttavia che la signora Giorgio o le interrogazioni dei suoi referenti politici possano sperare di spaventare il mondo più di quanto non lo abbia spaventato il terrorismo fondamentalista che continua a minacciare di far saltare in aria il duomo bolognese di San Petronio per via di quel Maometto seviziato e collocato all’inferno nell’affresco quattrocentesco di Giovanni da Modena. In realtà se ci pensa, gentile signora, i fondamentalisti ragionano con la stessa stringente logica del suo Popolo della Famiglia e in questa logica avrebbero pure ragione, perché di certo il Profeta torturato, umiliato e condannato al fuoco eterno non è proprio un bel vedere per la sensibilità religiosa di chi ha un credo diverso dal suo. Ma, ci scommetterei, che lei direbbe che chi si sente offeso può anche andarsene dal nostro Paese. Ecco. Ottima idea. Chi si sente offeso, non vada al museo e non ci porti i figli.

Anna R. G. Rivelli



arte
ERCOLE PIGNATELLI (o di una bugonia)
26 marzo 2017

Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli ho preso a cercare immagini delle sue opere nel web e a sfogliare alcuni suoi cataloghi. Generalmente, infatti, mi avvicino agli artisti partendo dalle opere e non dalle biografie o dagli interventi critici che li riguardano; questo perché sono profondamente convinta del fatto che l’arte è una creatura viva e come tale non può essere come primo passo indagata senza in qualche modo offenderla e determinare alla fine una barriera tra noi e la sua voce. In quanto creatura viva, invece, essa va ascoltata, conosciuta empaticamente, cosicché possa scoccare quella sorta di scintilla d’amore che ce la farà conoscere profondamente senza sentire il bisogno di dover di necessità ancorare questa nostra conoscenza ad una minuziosa razionalità, senza dover cercare il messaggio più o meno astruso in una cosa, l’arte appunto, che il messaggio ce lo ha connaturato nel suo essere in quanto comunicazione e bellezza.

Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli, dicevo, e a guardare le sue opere, mi sono venuti in mente dei versi del poeta che più amo.

“Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe/anche un pensiero…”

e ancora

“e l’azzurro che nasce, a corolle, negli anditi”

“Vorrei essere fieno sul finire del giorno/ portato alla deriva/ fra campi di tabacco e ulivi…”

Versi di Vittorio Bodini, straordinario poeta contemporaneo (1914-1970), che con il nostro Artista condivide la città natia: Lecce. Io però non lo sapevo. L’ho scoperto solo dopo, quando finalmente mi sono accinta a leggere le note biografiche di Ercole Pignatelli. La cosa mi ha colpito molto, perché mi è apparso evidente che nelle sue opere, pur così europee, così internazionali, palpita un indomito cuore del Sud che del suo essere ha saputo fare una cifra e non un discorso.

Sono dunque partita da qui, da questa suggestione, per innamorarmi di questo “ragazzo col diavolo in corpo” – come è stato definito da Alessandro Riva- che veleggia col suo intatto bagaglio di infanzia verso porti che non vuol trovare, mozzo per gioco, capitano per destino. E mi sono chiesta cos’è che mi ha riportato a Bodini, anche lui innamorato del suo Salento, anche lui lontano e vicino ad un tempo. Mi sono risposta. Nelle opere di Pignatelli si percepisce un medesimo panismo, un immedesimarsi in un paesaggio talmente interiorizzato che appare dalla sua stessa sparizione, un paesaggio che più si fa vaghezza, sogno, miraggio, più è capace di trasferire suoni, profumi, emozioni. Se cerchiamo un tratto, infatti, uno solo che sia didascalico di un territorio, che ce lo marchi a fuoco in tutta la sua evidenza, non lo troveremo mai; troviamo però allusioni simboliche, eco indistinte, memorie svagate che sono tanto più incisive in quanto non ci consentono di “leggere” ma ci costringono a “sentire”. Così, al di là del forte legame con Picasso (legame evidente dagli omaggi riservatigli nonché dichiarato dalla voce stessa di Pignatelli), al di là di una suggestione che resta suggestione mediterranea oltre che fatale incontro di spiriti, mito e fede di questo nostro straordinario artista è la vita. Una vita che è prima di tutto libertà, appartenenza a se stesso, cammino mai vincolato a schemi o a mode o a “maniere”, col gusto di soffermarsi ora, di accelerare il passo poi; vita che è un continuum, un fluire privo di contraddizioni tra spiritualità sfrontata e sacro materialismo.

Giovane, sempre giovane, ventenne ottuagenario, ha mantenuto lo sguardo dei suoi ritratti degli anni ’60 ; ed è quello lo sguardo con cui interroga e racconta l’esistenza, sia quando riscrive in una sorta di sua personale bugonia la vita che rinasce dalle rovine e dalla marcescenza (pensiamo ai “basamenti”, tronchi di colonne da cui sbucano fiori e frutti come capitelli, o ai teschi di animali che si riempiono di miraggi), sia quando il colore sboccia da una figura più inquietante che leggiadra, più allusione che figura ( come in “Vitalità”, opera del 1959, premiata e tanto discussa per essere sostanzialmente figura altra da se stessa).

E questo è sicuramente un altro tratto distintivo di Pignatelli; la sua è una pittura figurativa certo, ma tutt’altro che realista. La figura che si impone sulle sue tele, infatti, sia essa un corpo di donna, una struttura architettonica o una coppa traboccante di frutti, non comunica mai davvero se stessa, non descrive ma evoca. Accade così con le acrobate che, in un assioma di straripante rotondità, si offrono in torsioni innaturali che paradossalmente le naturalizzano, assimilandole ai lussureggianti elementi vegetali che le accompagnano; accade così con le rabdomanti che sembrano germinare da tralci turgidi, nascoste ed esposte coi loro rossi succosi come bacche mature, come appetibili coccole, insidie di un bosco incantato. Mai insomma la figura racconta, nemmeno con le geometrie ora arabeggianti ora metafisiche delle masserie che infrangono lo spazio-tempo e sono luoghi dell’immanenza e della trascendenza, terra e miraggio, paesaggi biblici sospesi eppure immagini della memoria dove l’acqua, a fiotti dai rubinetti o in rissa nel mare, è voce che spezza incantesimi e silenzi; le masserie, ove il bianco della calce salentina ( “…e tornerà/ il bianco per un attimo a brillare/ della calce, regina arsa e concreta/ di questi umili luoghi…” scriveva Bodini) lascia posto a colori sognanti, vibranti di ombre di lune, sovrastati dalla sproporzione di alberi e frutti, uniformati dalla controra o dai notturni, sono luoghi dell’anima, sono favola bella contemplata a tratti, a tratti allontanata e minacciata da presenze ambigue, come i serpenti che non sai se hanno voglia di aggiungere o di togliere vita.

E poi c’è il colore, il colore che è protagonista assoluto, l’uno plurale che domina ovunque in ogni sfumatura e mai sfumato, mai incerto. Il colore è figura più della figura stessa, è proiezione del verbo. Tenue, lussurioso, incandescente, sia quando si offre uniforme in un piano, sia quando si strugge nell’ardimento di una marina o nella seduzione di arabeschi o viluppi vegetali, il colore è il battito che echeggia la vita; e il silenzio lo amplifica e laddove i grandi uccelli, sui grandi alberi dai grandi frutti occuperebbero volentieri la scena è il ritmo cromatico che ci emoziona e ci rimbomba un mondo che non è quello che vediamo; così nelle fruttiere stracolme di ogni blu, dove è solo la luce a denunciare il mistero irrisolto, o nel sensuale aprirsi carminio di melagrane su un tralcio è sempre il colore che dice “io sono” come in un credo antico. Un colore turgido, sensuale, rotondo; un colore martoriato, graffiato, frugato. Comunque esso sia, ha un effetto sinestetico: lo senti, lo tocchi, lo assapori.

Ed è questo il motivo per cui alla fine non vedi più Picasso, né il Salento, né l’infanzia impacchettata come le tele che un giovanissimo Pignatelli portava in giro da mostrare a galleristi e critici; non vedi più nulla perché tutto coesiste e si risolve nell’unica figura realistica presente: quella dell’Artista stesso. Qui però qualche dubbio ci sta. Che sia realistica intendo. A ben guardarlo, infatti, mentre da un ritratto ti fissa da dietro gli occhialini tondi nei panni di Toulouse Lautrec, il dubbio ti viene che sia un satiro dispettoso anche lui, o un Peter Pan irriverente che mentre tu ti affannai a cercargli un senso ti ha già trasportato nella sua isola che non c’è.

                 Anna R.G. Rivelli


UNO PLURALE
24 marzo 2017

CULTURA
SPECIALE SINERESI:I QUADRI PLASTICI DI AVIGLIANO
7 marzo 2016
DI FACCIA AL MURO
23 febbraio 2016


Se è vero, come si dice, che le avversità possono essere delle occasioni formidabili, la città di Potenza dovrebbe quasi quasi reputarsi fortunata visto che, da mesi e mesi e mesi a questa parte, di avversità ne sta vivendo a raffica. Proprio difficile è però scorgere della buona sorte in un prigioniero con le mani legate e la faccia al muro: la città purtroppo oggi così appare, un ostaggio costretto ad attendere impotente il definitivo colpo di grazia.

La vicenda Postiglione/Salvia è solo l’ultima mitragliata su un Comune che odora di cancrena e che si tiene in vita per quel medesimo accanimento terapeutico che si riserva al nonno di cui non si vuol perdere la pensione. Certi nostri uomini politici, infatti, oggi improvvisamente scoprono chi è Giuseppe Postiglione, sdegnati e rigorosi nello stile (“certe persone meritano di stare in carcere e non in seno al Consiglio Comunale” avrebbe detto il Sindaco De Luca a quanto risulta dagli atti ) smemorati nella sostanza, perché se Giuseppe Postiglione (chiunque egli sia )  ha mai potuto avere mire a quel Consiglio Comunale in cui “certe persone non meritano di stare”, non sarà che per caso la colpa è di chi lo ha candidato, felice di sfruttare lui, la popolarità della sua radio, l’incetta di voti che sperava facesse senza chiedersi PRIMA se Giuseppe Postiglione fosse degno o no? E se invece di essere il primo dei non eletti, fosse stato il primo degli eletti? Magari lo avrebbero fatto vicesindaco, con buona pace del rigore, dello sdegno e della capacità di sopportazione dei cittadini.

Prima di portare avanti ulteriormente queste riflessioni, è bene chiarire una cosa: chi scrive non ha nemmeno lontanamente intenzione di difendere uno che potrebbe essersi macchiato di un reato grave ed odioso ( questa cosa è bene ribadirla e sottolinearla a più colori) e il condizionale si deve soltanto a quella presunzione di innocenza a cui ciascuno ha diritto fino a prova contraria e giammai ad una benevola tentata discolpa di chicchessia; a Giuseppe Postiglione, come a chiunque finisca in guai giudiziari, si può riservare una tristezza empatica per la condizione in cui si trova e certamente si deve concedere l’attesa del chiarimento definitivo da parte della Magistratura. Non altro.

Fatto tale necessario chiarimento, bisogna tuttavia dire che dalla lettura degli atti ( che si pubblicheranno in questo stesso blog perché ciascuno possa prenderne visione personalmente) l’intera vicenda viene fuori con molti punti interrogativi sul modo in cui il tutto pare essere stato gestito dai diversi attori e soprattutto appare alquanto strano che il Postiglione, per rivolgere al Salvia una richiesta ricattatoria, chiedesse a quest’ultimo “un incontro urgente alla presenza del Consigliere regionale Aurelio Pace”; in sostanza Giuseppe Postiglione avrebbe preteso la presenza di un proprio nemico giurato ( è d’altronde arcinoto che tra Postiglione e Pace da tempo non scorre buon sangue) a far da testimone oculare ad un proprio atto criminoso; più strano ancora è che tale incontro si sia tenuto negli uffici della Regione Basilicata, luogo in cui non lasciare tracce del proprio passaggio è praticamente impossibile; strano da parte del presunto colpevole - che invece di nascondersi sembra volersi evidenziare - e vergognoso persino da parte di un Consigliere Regionale che non si fa scrupolo di utilizzare un luogo istituzionale per una riunione che sin dall’inizio sapeva essere di natura tutt’altro che consona al buon nome dell’Istituzione stessa.

Altri particolari lasciano perplessi: le spiegazioni dettagliatamente date dal Postiglione sugli interessi personali che sottendevano al ricatto, la mancata registrazione della presenza di costui nel palazzo della Regione proprio nel giorno più rilevante della vicenda, la richiesta “retorica” di Pace con il libretto degli assegni in mano, quelle dimissioni firmate in bianco, il coinvolgimento di altri soggetti politici.

Cosa cambia tutto questo nella vicenda? Può essere un’attenuante al presunto reato di Giuseppe Postiglione? ASSOLUTAMENTE NO. Se reato sarà accertato ( e in verità dai documenti si evince pure che i presupposti per accertarlo ci sono tutti), bisognerà fare esatta distinzione tra colpevoli e vittime, perché così è giusto che sia.

Tutto quanto accaduto, però, e riportato negli atti mette ben in luce l’equivoco di una certa compagine politica che non è una garanzia per la città. Così evidente commistione tra presunte vittime, presunti colpevoli e testimoni vari non fa che sottrarre ulteriormente credibilità ad una classe di amministratori che sta dando vita al periodo più buio che la città abbia mai vissuto. Insomma, per dirla con Fuller, al processo della gallina, la volpe non dovrebbe far parte della giuria; invece qui ormai si è tutti insieme e tutto diventa sempre meno credibile. Non di meno i cittadini si dividono, la confusione regna e la sfiducia pure. C’è bisogno di un reset in questa città, bisogna formattare il sistema. Tante volte e troppe cose abbiamo sentito dire e visto fare in nome di un presunto bene della città. Ora è arrivato il momento: se qualcuno davvero ha a cuore il bene di Potenza, comprenda che questa non può restare di faccia al muro, col sospetto del nemico alle spalle, in attesa di una mitragliata. Chi ama la città davvero, deve capire che l’unica è ripartire.

                   Anna R. G. Rivelli


CULTURA
ARTINOMIE
29 dicembre 2012

 

“Tutte le arti contribuiscono all'arte più grande di tutte: quella di vivere”. Ci pare non ci siano parole migliori di queste di Bertolt Brecht per chiarire il senso di questa iniziativa: è infatti la volontà di mantenere viva l’identità di questa nostra città che ha generato l’idea di salvare le tracce della creatività dei nostri artisti in un museo virtuale ed in una esposizione permanente, con l’intento da un lato di rafforzare il senso di una cultura identitaria, dall’altro di offrirsi come immagine di una città sfaccettata e plurale.
Un museo, virtuale o reale che sia, è dunque prima di tutto questo - recupero di una identità- ma non è soltanto questo; esso diventa, infatti, una memoria storica essenziale soprattutto in quei territori che la storia passata è riuscita ad emarginare e la storia presente travolge nel fluire scomposto di una ipercomunicazione. La città di Potenza, essa stessa spesso inconsapevole del patrimonio che le appartiene, trova così il modo di storicizzare quei suoi artisti dei quali oggi restano tracce documentarie assai flebili, ma che per fortuna possono essere ancora testimoniati dal ricordo collettivo; contemporaneamente va a consolidare la presenza di quegli artisti che da decenni hanno operato e continuano ad operare delineando la storia artistica della città; inoltre funge da propulsore nei confronti della nuova generazione alla quale tocca il compito di dare continuità ad un percorso nella consapevolezza che esso ha origini già ben radicate.
Un museo è anche strumento indispensabile di conoscenza; nella sua dimensione virtuale esso faciliterà il compito a chiunque voglia approfondire il discorso sulla realtà artistica della nostra città; consentirà di tracciare una storia delle arti figurative sfatando il pregiudizio sulla marginalità del nostro territorio, poiché si evidenzierà come la ricerca dei nostri artisti, senza rinunciare ad una cifra identitaria, sia in forte sintonia con la cultura artistica nazionale ed europea. In sostanza contribuirà ad evidenziare quel rapporto dialettico tra centralità e periferia che – come scrive lo storico dell’arte Enrico Crispolti – troppo spesso, ed in rapporto al contemporaneo più ancora che in rapporto al passato, risulta eccessivamente squilibrato. “…in una progressiva tendenza di fondo – scrive Crispolti – all’omogeneizzazione ubiquitaria del linguaggio ( in ragione sia di una preminente prospettiva internazionale, sia della celerità nuova dell’informazione), la tentazione è di lavorare soltanto sulla centralità (che è spesso anche appunto ufficialità), ignorando la periferia (che è spesso dunque anche il sommerso, e il luogo genetico di mozioni d’avanguardia). Tanto più che la mentalità storiografica quanto la mentalità critica correnti tendono a privilegiare nettamente la prima, la centralità, perché maggiormente evidente, e dunque di più agevole, appagante e innocuo rapporto”.
Anche per questo non si è voluto selezionare, bensì “censire” le numerose e varie personalità artistiche appartenenti alla città di Potenza ed alla sua area metropolitana offrendole allo studio, al giudizio, alla critica di chiunque voglia occuparsene, ma sottraendole all’oblio ed alla dimenticanza di cui spesso sono fatte oggetto. Il titolo della rassegna allude proprio a questa varietà apparentemente, e solo apparentemente, contraddittoria; Artinomìe è, infatti, parola ricalcata sul termine filosofico antinomìa che indica un particolare tipo di paradosso in cui coesistono due affermazioni contraddittorie che possono tuttavia entrambe essere dimostrate o giustificate. Ad un’antinomia, insomma, non è applicabile il principio di non contraddizione, così come quello stesso principio non è metro utile per comprendere il plurilinguismo e i multiformi esiti dell’arte contemporanea.
Questo nostro lavoro ci piace considerarlo un “non finito”: non finito come l’arte che per sua natura è viva, palpitante e non può essere imbrigliata e standardizzata in una forma perenne; non finito come un museo che, sul sito istituzionale del Comune di Potenza, potrà essere continuamente integrato e arricchito; non finito come questa esposizione permanente che negli anni potrà variare seguendo e testimoniando l’evoluzione dei nostri artisti.
Ci piace considerarlo anche un dono alla città, una testimonianza di impegno civile e di amore per l’arte e per la propria terra.

            Anna R. G. Rivelli

UNA FIRMA TUTTA VERDE
29 aprile 2012

 
Inizia la raccolta di firme per la realizzazione del “Parco della città” (area ex Cip Zoo)


Il Comitato per il “Parco della Città”, nato lo scorso 18 aprile con lo scopo di promuovere la realizzazione di un grande Parco pubblico nell'area della ex Cip Zoo a Potenza, rende noto che a partire da domani, lunedì 30 aprile, inizierà la raccolta di firme per la sottoscrizione di una petizione popolare con la quale i cittadini chiedono agli amministratori pubblici, ed in particolare al Presidente della Regione Basilicata (Ente proprietario del terreno) e al Sindaco di Potenza, di mettere in atto tutte le azioni necessarie per la realizzazione del “Parco della Citta`” nell'area della ex Cip Zoo di Potenza sul modello del progetto realizzato e divulgato dallo studio WOP Architettura e Paesaggio (visonabile sul link: www.woplab.it/Blog/362).

L’obiettivo della petizione è quello di contrastare in modo netto qualunque proposito di cementificazione dell’area e chiedere a gran voce la realizzazione di un grande parco urbano, un luogo all’aperto dove poter trascorrere il tempo libero, dove poter svolgere attività sportiva e ricreativa, un luogo per la collettività, concepito per migliorare il benessere dei cittadini anziché gli interessi privati dei costruttori, in una città sommersa dal cemento e quasi completamente priva di parchi pubblici.

Con la raccolta delle firme, il Comitato intende catalizzare intorno all’idea del Parco il più ampio consenso possibile, coinvolgendo singoli cittadini ed associazioni, al fine di mandare un messaggio chiaro ed inequivocabile ai soggetti istituzionali competenti: no alla cementificazione dell’area ex Cip Zoo; si alla realizzazione del Parco della città, bene comune dei potentini.

La petizione è rivolta non solo ai cittadini del capoluogo ma anche a quelli dei comuni limitrofi, futuri utilizzatori del Parco. Tutti i cittadini possono non solo firmare ma anche farsi promotori della raccolta di firme chiedendo i moduli per la sottoscrizione all'indirizzo di posta elettronica comitatoparcocitta@gmail.com. Allo stesso indirizzo possono rivolgersi tutte le associazioni che vogliono organizzare banchetti nei quartieri della città o nei comuni limitrofi al capoluogo.

POLITICA
IL SINDACO, IL DRAGHETTO E I PUPAZZI DI NEVE
13 febbraio 2012

Se piove, il governo è ladro; se nevica, invece, possiamo sempre prendercela con il Sindaco. Questa è la via scelta da taluni, questo, credo, sia anche il modo di dare una mano a non risolvere mai nulla, dal momento che la critica a tutti i costi non è mai servita ad altro se non a far diventare sempre più sordi i tanti sordi e, parimenti, a scoraggiare quelli che almeno un poco vorrebbero sentire. Con le precipitazioni eccezionali che hanno toccato anche la nostra città, infatti, proprio non si può dire che la risposta dell’amministrazione comunale non sia stata sollecita ed organizzata; i disagi in città si sono ridotti al minimo e, visto che la neve c’era (e c’era in quantità non indifferente) non si poteva certo pretendere che il Sindaco, novello draghetto Grisù, la sciogliesse col fiato per toglierla contemporaneamente dalle strade ( così da garantire la mobilità, i soccorsi ecc.), dai bordi della carreggiata e dai marciapiedi. Che qualcuno ( a partire dalla sottoscritta) sia stato costretto a rimboccarsi le maniche e a far da sé, per liberare la propria auto o piccoli tratti di strada che non servono più che un paio di case, non può d’altronde ritenersi indice di “abbandono” dei cittadini, perché non può che considerarsi scelta saggia l’aver riservato qualche sforzo in più per le contrade dove il disagio è stato indubbiamente maggiore ed il rischio isolamento assai più incombente che per chi, in fondo, il pane sarebbe riuscito a trovarlo semplicemente attraversando la strada. Altra critica: le scuole chiuse; ma se fossero rimaste aperte, ci si sarebbe lamentati lo stesso come è accaduto in altre occasioni. Le scuole, benché assolvano anche ad un compito di “custodia” dei ragazzini, non possono essere principalmente ritenute alternative a nonni e baby sitter e non si può, insomma, lasciarle aperte perché altrimenti non si sa dove mettere i figli; a scuola, si dà il caso, che si studia, si va avanti con i programmi, si registrano le assenze che, per effetto delle ultime norme, pesano notevolmente sulle medie e sui crediti scolastici anche di quei ragazzi che sono rimasti bloccati nei loro paesi in un frangente in cui persino i treni hanno dato forfait. Infine è stata oggetto di critica anche l’iniziativa più gioiosa che è stata posta in essere; in una città in cui ci si piange addosso ( e non senza motivo, per la verità) per la mancanza di spazi adatti al gioco dei più piccoli, in cui spesso a ragione si stigmatizza l’assenza di un parco vero dove potersi muovere, giocare, fare sport, qualcuno è riuscito persino a trovare assurda l’idea di aprire per un giorno il Viviani, con il suo manto di neve ancora immacolato, alle battaglie a palle di neve altrove impossibili e alle gare di pupazzi di neve. Scuola chiusa di sabato + gioco autorizzato = filone istituzionalizzato. Questo è stato il commento più assurdo che poteva capitare di sentire o leggere. Della serie, insomma, qualunque cosa si faccia è sbagliata. Non c’è bisogno di essere sostenitori del Sindaco per dispiacersi di ciò; basta pensare che c’è sempre stato un pupazzo di neve nella fantasia dei bambini e che c’è sempre stato il sogno di una sconfinata distesa di neve intatta da marcare come una luna con le prime impronte di uomo. La città di Potenza può non essere bella, ma è ingiusto volerla grigia ad ogni costo, anche quando riesce ad accecare di bianco.

     Anna R.G. Rivelli

SOCIETA'
QUELLA STRANA VOGLIA DI VERDE
14 dicembre 2011

Strana città questa città! Strana davvero! L’economia langue, si è sempre più al verde e… i Potentini cosa fanno? Chiedono un parco! Un parco nell’area dell’ex porcilaia. Cose dell’altro mondo! Un parco! “Per farne cosa?” c’è da domandarsi. Per passeggiare? Per fare sport? Per incontrare gente? Ma che follia! Se ci sono tanti centri commerciali per fare questo! Tanti, e tanti ne spuntano ancora. Così a Potenza la giornata del sabato (ma anche quella della domenica, volendo) la si può trascorrere guardando le vetrine e meditando sull’impossibilità di spendere in tempi di magra come questi; anche gli altri giorni, però, sono buoni per una bella, sana e sportiva camminata sui pavimenti lucidissimi di qualche Iper/Super/ Maxi Centro-acquisti dove portare i bambini e accontentarli con poco (relativamente poco) facendoli sedere ad un tavolino ed abbuffare con qualche ipercalorica merenda capace di distrarli da tutte le altre consumistiche tentazioni. A che serve dunque un parco vicino al fiume, nell’area più bella della città? A nulla davvero, se consideriamo che tra poco, finalmente, sarà completato il nodo complesso del Gallitello, con le sue belle aiuole spartitraffico che resteranno verdi poco e niente, con lo smisurato stupore del tunnel che a bocca aperta contempla il suo costo e la sua vaga utilità, col suicidio incombente del Serpentone su un costone ostinato a rimanere pascolo, con la rampa in simil pietra che, come la Sfinge, pone un impossibile quesito sul motivo stesso della sua esistenza. E i Potentini, invece, vorrebbero un Parco! Un Parco con un prato immenso, con la piazza dei giochi e quella degli sport, magari con un piccolo lago o con gli orti didattici; un Parco al posto dell’amianto, un Parco che contenda una fetta di questa città al cemento, che ci faccia dimenticare il Titanic parcheggiato in via Ionio, incapace persino di inabissarsi con quel suo colore cane che fugge; un Parco che ci tolga dagli occhi il cenotafio del Principe di Piemonte e l’inquietante attesa di qualcuno che lo utilizzi per fermarsi a prendere una boccata d’aria, che ci liberi dallo spettro di un Baden Powell che fa così tanto ospizio. Un Parco vero, insomma. Che idea balzana, però! E pensare che gli architetti di Wop ci hanno perduto un anno ad immaginarlo! Gente che non ha nulla da fare, questa! Gente meritevole della gogna del più agguerrito dei Brunetta! E di Antonio Nicastro che cosa diciamo? Di uno che perde il suo tempo ad occuparsi della città, sempre armato di flash? La sua è stata una vera e propria istigazione se oggi tanta gente si stringe intorno a questo, o simile progetto di verde pubblico. In effetti i Potentini sono incontentabili; cosa gli manca? Hanno pure il ponte attrezzato con le sue splendide vetrate panoramiche su un panorama assente. E hanno le scale mobili più lunghe d’Europa, indispensabili davvero, ma soprattutto idonee per un movimentato pick-nick o per una lettura al volo. E i bambini, i bambini cos’altro possono desiderare dopo che il nostro Sindaco ha persino restituito loro la palla per giocare (poco, poco, piano, piano) nel centro storico della città? Comunque l’idea di un Parco è proprio una cosa da accantonare; meglio, invece, pensare ad una cittadella, che ne so, di qualche cosa… prima c’era la “cittadella dei porci” là lungo il fiume; si può pensare, dunque, ad un’altra cittadella dentro questa città che pare una matrioska, che si apre, si apre e dentro ci ritrovi sempre la copia della copia, ma più piccola e bruttina, più inutile ed assurdo duplicato di se stessa. Un Parco, invece, pieno di gente e di vita, pieno più di aria che di Arpab, ci darebbe troppo l’illusione che chi progetta questa città la progetta anche per chi ci abita, per chi la vive, per chi l’ha scelta e per chi ci è capitato, per chi la ama e per chi vorrebbe amarla e per chi non vuole che restarci diventi una condanna.

                 Anna R.G.Rivelli
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