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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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POLITICA
SE LE PAROLE NON SONO CHIACCHIERE
24 ottobre 2017

“Teoria gender, secondo gli autori, non è una forzatura, ma è la sintesi degli studi di genere, con una pianificata strategia di imposizione di questa dottrina controversa nei piani di studio dagli asili alle scuole di ogni grado. Prevede anche esercizi pratici di mortificazione emotiva e corporale, come il proposito di vestire maschietti da femminucce, ed altre pratiche raccapriccianti”.

Bene è specificare subito: questa è la frase che, sul sito del Mibact, conclude la breve presentazione del libro “Gender, ascesa e dittatura della teoria che non esiste”. Sì, è vero: quell’ “esercizi pratici di mortificazione emotiva e corporale” che sarebbero propinati a bambini delle scuole di ogni ordine e grado ha un che di estremamente inquietante, sembra addirittura una citazione estrapolata da un qualche antichissimo manoscritto, espressione delle tappe più oscure della nostra civiltà. Ma questo è. Il libro, di cui è orgoglioso coautore il consigliere regionale Aurelio Pace, è stato pubblicato meno di due anni orsono e fa mostra di sé, con il suo indice ben in vista per invogliare improbabili lettori, su siti di e-commerce e siti “specializzati” nell’ossessione del gender.

La “teoria gender non esiste”, ma a scuola i maschietti mettano la gonna. Il “genere è liquido”, ma se vuoi “tornare etero” il “genere” diventa “solido”: vai perseguitato. Gli omosessuali non integralisti del gender sono “omofobi”: i bambini si devono vendere. Quando Cenerentola era ariana, pardon lesbica, così vogliono sponsor e poteri forti. La pianificazione e l’aggressione del gender ai bambini di ogni età ed ai docenti. Questi sono solo alcuni dei titoli dei più di venti capitoli che costituiscono il libro. È evidente che non è necessario aggiungere altro per doversi schierare dalla parte del segretario nazionale dell’Arcigay, apprezzando e sottoscrivendo la sua presa di posizione contro la possibile elezione di Aurelio Pace in un ruolo di garanzia quale dovrebbe essere quello del Presidente del Consiglio regionale. Aveva già dell’incredibile il fatto che un profilo come quello di Aurelio Pace fosse considerato papabile per la presidenza del Consiglio regionale lucano, con maggioranza di centrosinistra - scrive Gabriele Piazzoni nel suo duro comunicato; e aggiunge - l’elezione del consigliere Aurelio Pace alla presidenza è un errore da non commettere, perché rappresenterebbe una legittimazione se non addirittura una promozione della sua azione omofoba e discriminatoria. In tema di uguaglianza e di diritti occorre che la politica dica senza ambiguità da che parte sta”. Ed è soprattutto questa sua domanda che è necessario condividere per capire, noi cittadini prossimi peraltro a nuove elezioni, se è carne o pesce questa nostra rappresentanza istituzionale. È necessario capire e, perché noi capiamo, è necessario che si spieghino bene il Presidente Pittella e tutto il Consiglio. A questo punto non bastano più neppure le uscite impreviste, le fughe dall’aula, il numero legale che viene meno e la politica in stallo nelle catene degli accordi temerari e sconsiderati che null’altro hanno in conto che una logica di spartizione. Sono uomini o caporali questi nostri consiglieri? Hanno o non hanno il coraggio del proprio pensiero e delle proprie azioni? E quello che pensano in teoria, hanno la volontà di metterlo in pratica o la teoria gli serve soltanto per sollazzare l’ego elettorale di qualcuno? Queste sono le domande. A Mario Polese, per esempio. Nella quaranteseiesima seduta consiliare, a luglio di due anni fa, Polese pronunciava frasi forti nel chiedere, con una sua ottima mozione, l’adesione della Regione Basilicata alla rete READI (Rete nazionale delle amministrazioni pubbliche anti-discriminanzione per orientamento sessuale ed identità di genere). Asseriva “che le persone omosessuali e transessuali sono ancora a forte rischio di discriminazione, laddove perduri una cultura condizionata da stereotipi e pregiudizi”; e controbatteva veementemente alle osservazioni del Consigliere Rosa con queste testuali parole: “È evidente che purtroppo siamo ancora in una fase di grande arretratezza culturale, per cui c’è la necessità di rimarcare una tutela di diritti che sono diritti essenziali”. Sembra legittimo perciò chiedersi se credeva a quello che diceva allora chi oggi, più che della citazione di Ban Ki-moon (“Lasciate che lo dica chiaro e forte: le persone LGBT hanno gli stessi diritti umani di qualunque altra persona. Anch’esse sono nate libere ed eguali”) sapientemente utilizzata in quella medesima seduta consiliare, subisce il fascino dell’accordicchio che nemmeno serve a garantire le alleanze (dato che espressione dell’alleanza è già Franco Mollica), ma solo meschinamente le aspirazioni di chi alla pancia degli sprovveduti dà in pasto il dolore dei discriminati, contemporaneamente sfamando e stimolando paure oscurantiste. E gli altri 14 su 15 votanti favorevoli di quella mozione dove sono? Cosa dicono oggi ? E il Presidente Pittella ( uno dei fuori per caso durante la votazione sulla famigerata “mozione antigender” dello stesso Pace) si distrae ancora una volta o, in scienza e coscienza, decide di perseguire il suo fine politico, snobbando e ignorando le legittime istanze di chi crede davvero che sia necessario che le Istituzioni democratiche, prima di tutti, rimarchino la tutela dei diritti che siano diritti di tutti perché le persone omosessuali e transessuali sono ancora a forte rischio di discriminazione, laddove perduri una cultura condizionata da stereotipi e pregiudizi?

La politica perciò dica apertamente da che parte sta. E se crede davvero che sia in atto una pianificazione dell’aggressione gender ai bambini di ogni età, elegga pure Pace suo Presidente. Suo, appunto. Suo di quel manipolo del Consiglio. La Regione Basilicata, invece, “riconosce la persona come centro di valore, soggetto di diritti e doveri senza distinzione alcuna e considera l’identità personale di ogni individuo come una qualità assoluta, unica e irripetibile… concorre alla tutela dei diritti della persona e opera per superare le discriminazioni legate ad ogni aspetto della condizione umana e sociale… rifiuta ogni forma di violenza e discriminazione, opera per prevenirne e rimuoverne le cause …” (art.5 dello Statuto Regionale).


                            Anna R. G. Rivelli


CULTURA
FA’AFAFINE, BELLEZZA SENZA FINE
11 marzo 2017



Nel suo “Il tallone di ferro” ( romanzo distopico di autentica profezia sul destino della società, pubblicato agli inizi del XX secolo ) Jack London scriveva, riferendosi a quei ricchi borghesi che opprimevano la collettività inseguendo fini di profitto e potere, “Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna”. Queste stesse parole non possono non venire in mente se si ripensa alla polemica esplosa in Basilicata alla sola notizia dell’arrivo in teatro di “FA’AFAFINE”, opera meritoriamente pluripremiata che non è nulla, ma proprio nulla di tutto quello che è stato raccontato da quel manipolo di benpensanti che pure sono riusciti ad armare una piccola crociata parlando di “promozione della teoria gender” (fantomatica teoria gender !), di ambiguità ed incertezze”, addirittura di “volontà di abbattere la dualità maschile e femminile a favore di una sessualità fluida e indefinita” e di “attacco violento alla figura dei genitori e della famiglia”. Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna, appunto. Perché chi volesse trovare tutto questo, dovrebbe al più sperare che qualcuno avesse in grado di mettere in scena la fiction che la premiata ditta Pace, Bradascio e Spada si è immaginata nei suoi pensieri evidentemente tormentati da spauracchi medioevali e controriformistici. “FA’AFAFINE”, infatti, è veramente e totalmente tutt’altra cosa: una fiaba, in sostanza, una fiaba dei nostri tempi che esattamente come una fiaba rappresenta il percorso di formazione del protagonista alla ricerca della definizione della propria identità. Una fiaba in cui non ci sono boschi e non ci sono lupi, nella quale invece il buio e la paura si concretizzano nella cameretta di Alex, luogo di rifugio dallo smarrimento e dal tormento, ma anche luogo di separazione e autoemarginazione, nonché nel buco della serratura da cui due genitori ansiosi, preoccupati, spaventati non riescono ad affacciarsi totalmente su quel figlio che appare un orizzonte sconosciuto. Alex, non diversamente da tanti altri amatissimi protagonisti di fiabe, è alla ricerca di un mondo magico dove la sua sensibilità possa avere diritto di cittadinanza, i suoi sentimenti essere accolti e non dileggiati, la sua giovane persona ancora incerta e indefinita sentirsi inclusa e amata senza sgomento. E come tanti altri protagonisti di fiabe alla fine, per fortuna, si accorge che il suo mondo magico può essere appena oltre la soglia di quella stanza in cui la solitudine lascia passare il sogno, ma anche l’incubo del vivere. Alex è un dinosauro, un orsetto, una principessa, un ragazzino con la felpa gialla ora, con le scarpe rosse poi, con l’abito di raso azzurro ancora, col pallone e con Kartika a cui confida le sue pene; e di nuovo con Mr. Pig che parla e piange e proprio come lui non vuol restare solo. Alex si cerca, ma anche i suoi lo cercano, prima quasi complici di una società pronta a giudicare ( la preside, la madre dell’amichetto Elliot), poi finalmente alleati contro quei bulli che stanno uccidendo la personalità di Alex, qualunque essa sia, qualunque essa sarà. Genitori alla fine resi forti dall’amore, capaci di voltare le spalle al pregiudizio e annullare la barriera della porta che pareva dover restare inesorabilmente chiusa tra loro e il figlio.

Questo è “FA’AFAFINE”: una storia bella, a lieto fine, di tenerezza particolare, narrata con delicatezza, con uno straordinario Michele Degirolamo nella parte di Alex, con scenografie e musiche sognanti, con la capacità di toccare il cuore ma anche la testa, di far meditare su certe sofferenze infantili e far emozionare sul lieto fine non tanto per l’abbraccio e la danza allegra di quella famiglia speciale finalmente unita oltre la porta, quanto per la consapevolezza che nella realtà molti di quegli abbracci non si concludono e finiscono piuttosto in voli, in dondolii sospesi, in rivoli di sangue che forse, finalmente, dovrebbero raggiungere la coscienza di una società bigotta ed ignorante. Uno spettacolo che dovrebbero vedere i genitori per acquisire coraggio e consapevolezza e forza, che dovrebbero vedere i bambini per trarne speranza e fiducia. Uno spettacolo che, per la cronaca, è vincitore dei Premi Eolo Awards 2016, Infogiovani 2015, Scenario Infanzia 2014, è selezione Visionari Kilowatt Festival 2016 e finalista Premio Rete Critica promossa dal Teatro Stabile del Veneto ed ha persino ottenuto il patrocinio ufficiale di Amnesty International “ per aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi ed ignoranza, rappresentando con dolcezza il dramma vissuto oggi da molti giovani”.

Ma ad assistere allo spettacolo di giovedì 9 marzo nel Teatro Stabile di Potenza tutti quelli che tanto hanno parlato non c’erano. Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna.

                             Anna R. G. Rivelli


POLITICA
LUCANIA'S GOT TALENT
1 agosto 2015


"La coerenza -diceva Berenson- richiede di ignorare oggi come si ignorava un anno fa". A tale principio ispiratore -è indubbio- si rifà la famigerata mozione di Pace che ha fatto sì che la Basilicata potesse a ragione essere sberleffata per tutta la longitudine e tutta la latitudine del globo terrestre. Anzi, per maggiore sicurezza, gli otto firmatari della mozione hanno deciso di ignorare come si ignorava un secolo fa, o forse addirittura un millennio, e puntualizzare che senza ombra di dubbio tutti loro combattono strenuamente un nemico che non esiste o di cui tutt'al più qualcuno sospetta una vaga esistenza (è del resto proprio il consigliere Rosa che su facebook scrive "che esista o no questa teoria, è bene puntualizzare la nostra posizione"). Coerenti e previdenti che di più non si può, dunque, e certamente anche scaltramente lungimiranti, perché chi dice che Polese con la sua mozione ha scambiato il Consiglio Regionale per un ricettacolo di voti è esattamente come il bue che dà del cornuto all'asino; infatti i voti che si potrebbero "raccattare" da quella che è una purtroppo ancora discriminata minoranza, non possono numericamente neanche lontanamente paragonarsi a quelli che cadono a pioggia da un'abbondantissima maggioranza coltivata ancora nell'acritica e/o distratta obbedienza pseudoreligiosa e pseudocattolica che vive di certe battaglie formali in cui la sostanza (e per fortuna ci sono molti cattolici che lo comprendono bene) viene puntualmente sacrificata. Sarebbe come paragonare una bacinella al mare, cosicché Polese avrebbe da offendersi davvero per questo essere considerato in fondo così stupido e poco avveduto. Tanto più stupido, quanto più organizzati e sagaci appaiono quelli della Gender band, già pronti a scalare le classifiche con l'orecchiabile motivetto del Family day. Perché diciamocelo: più che di un Lucania's got talent qui non stiamo parlando, si canta e si balla nella cornice di una finzione. La realtà è plurale, signori miei, e la difesa del singolare è pura astrazione. Difendere la famiglia, infatti non significa nulla; sono le famiglie che vanno difese; la salvaguardia della genitorialità è puro suono; sono i genitori che vanno aiutati; e nulla significa mettere al centro il bambino, perché sono i bambini, tutti i bambini, che vanno tutelati nei loro diritti e nella loro serenità, proprio come vanno tutelate tutte le persone nella loro dignità e non la persona nella sua sagoma teorica ed indeterminata. Quindi non c'è neanche tanto da essere fieri per aver vinto un talent show, peraltro grazie all'ignava distrazione di buona parte della giuria.
E questo è un altro capitolo. Cosicché se proprio un po' volesse vergognarsi, Mario Polese avrebbe ben modo di farlo per il suo partito; nemmeno tanto per quei consiglieri meritevoli di una nomination (Castelgrande e Spada, per la cronaca) che almeno hanno avuto il coraggio (barbaro nel vero senso del termine) di votare a favore della più assurda e oscurantista mozione mai presentata, quanto per quelli ( sempre per la cronaca, Giuzio, Pittella e Robortella) che, pur presenti, hanno scelto la via dell'inerzia astenendosi, il primo, ed evitando con accuratezza di partecipare alla votazione gli altri due. Perciò anche Antonio Luongo, con la sua tardiva ramanzina solo teoricamente condivisibile, appare Joe Bastianich a Masterchef che critica severamente una pietanza pur se cucinata seguendo la ricetta del PD. Perché la verità, che piaccia sentirla o no, è che in questo partito malnato si sono accomodati tutti, troppi e che se non esiste una linea da seguire nessuno può essere accusato di non seguirla, cosicché dei serissimi "gender studies" sarebbero necessari per capire di che razza è questo partito e per selezionare una classe dirigente che sappia cos'è la sinistra, che non finga attivismo discutendo del sesso degli angeli, che capisca che chi governa non ha diritto di astenersi dal farlo. Insomma, una classe dirigente che, nel punto così basso in cui ci troviamo, voglia e sappia veramente attuare il cambiamento. Se no, come dice un Anonimo saggio, "è inutile che le chiamate mutande, se poi non ve le cambiate mai".

                               Anna R.G. Rivelli

POLITICA
AURELIO PACE, CAPPUCCETTO ROSSO E IL FANTASTICO GENDER
27 luglio 2015


Premesso che

- "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" e che "il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi" (art.29 della Costituzione)

- la Costituzione parla di coniugi senza specificarne il sesso

- l'interpretazione in senso strettamente giuridico della parola "matrimonio" creerebbe una contraddizione in termini di non poco conto (come potrebbe infatti la famiglia naturale -cioé spontanea e prestatuale - fondarsi su un’istituzione giuridica artificiale come il matrimonio?)

- il matrimonio giuridicamente inteso è una delle forme che la famiglia può assumere (quella storicamente determinata all'epoca dell'Assemblea Costituente) ma non l'unica possibile

- l'espressione "società naturale" fu voluta da Palmiro Togliatti e avversata dai cattolici proprio perché essa lasciava ampi spazi interpretativi

- numerose disposizioni costituzionali in tema di famiglia rinviano alla legge

- la legge cambia nel tempo e nella legge il concetto di famiglia è stato adeguato ai mutamenti storici e sociali, tant'è che non si parla più di "famiglia" ma di "famiglie"

Considerato che

- non si può continuare a governare tra ideologie e approssimazioni

anche la sottoscritta intende presentare una mozione, confidando nel fatto che almeno Franco Mollica , così generoso di firme, la sottoscriverà.

Ci vorrebbe un po' più di serietà e di riflessione in Consiglio Regionale, perché la sensazione è che i più non leggano quello che firmano e, peggio ancora, non conoscano quello di cui parlano. La mozione Pace ( http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2836036.html ) è, infatti, un mero favoleggiare, perché parte da premesse artificiosamente imbastite e continua su considerazioni che appaiono frutto di totale ignoranza ( nel senso etimologico del termine). Il Consigliere, infatti, prende atto dell'esistenza di una cosa che non esiste ("preso atto dell'esistenza della teoria del gender") e continua argomentando con una serie madornale di balordaggini ("la teoria del gender afferma, infatti, che le differenze biologiche tra maschio e femmina hanno poca importanza... vuole come imposizione dall'alto che tutti noi, compresi i bambini, non diciamo più io sono maschio o io sono femmina ma io sono come mi sento"). Persino un aforisma di Simone de Beauvoir (filosofa, saggista e scrittrice) viene affastellato per dare credibilità all'incredibile. Eppure sarebbe bastata almeno un'occhiata all'enciclopedia per apprendere che il cosiddetto gender non esiste se non nella distorsione fattane a mero scopo ideologico da chi, in nome della difesa della famiglia e di una morale religiosa, mira sostanzialmente a disconoscere i diritti di una parte della società, solleticando le paure e prospettando alle mamme ansiose un gender cattivo che mangerà i loro Cappuccetto Rosso senza cacciatore alcuno che li possa salvare. Favole, insomma! Ciò che esiste sono gli studi di genere, studi scientifici che semplicemente, al di là delle specificità biologiche dell'essere maschio o femmina, prendono in considerazione i cambiamenti dei ruoli di genere in rapporto alla variazione dei tempi e delle società. Nel nostro Consiglio Regionale si raccontano le favole e fantasiosamente si arricchiscono ad arte anche le notizie date alla stampa, perché ancora ieri il Consigliere Spada in un'intervista parlava in sintesi di discriminazione a danno dei più a causa delle corsie lavorative preferenziali che sarebbero state richieste per le persone LGBTQI; il riferimento esplicito era alla mozione Polese ( http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2835248.html ) nella quale di tale richiesta non c'è assolutamente traccia. Vale a dire che pur di intorbidire le acque, pur di mantenere uno status quo anacronistico e discriminatorio, si fa colpevolmente leva sulle ansie e sulla non conoscenza ("le famiglie ordinariamente non hanno nemmeno idea di cosa sia questa teoria del gender" si legge nella mozione), forti della propria autoriconosciuta "normalità". Ma il gender non esiste, si tranquillizzi Aurelio Pace con tutti i valorosi sottoscrittori della sua mozione; continuino pure serenamente a dire "io sono maschio" o "io sono femmina" senza che nessuno glielo impedisca "dall'alto"; per quanto riguarda me e, suppongo, molti altri cittadini, è preferibile dire "come mi sento", perché c'è da sentirsi presi in giro, c'è da sentirsi offesi, c'è da sentirsi impauriti e sconcertati di fronte a tanta approssimazione e a così pervicace volontà discriminatoria. Io voglio dire come mi sento: né maschio, né femmina. Diversa da loro.

                                     Anna R. G. Rivelli



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