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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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SOCIETA'
VIGNETTE MICA DA RIDERE
4 gennaio 2013
Per non ridere delle cose serie, per non dimenticare...
 ...e per non smettere di indignarsi.


UN GRAZIE DI CUORE A GIULIO LAURENZI



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permalink | inviato da associazionencl il 4/1/2013 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CIAO ELISA
2 luglio 2011

 
 


 

Ciao Elisa che ritorni a casa. Quanto tempo ti abbiamo aspettato! Eppure ora che torni il dolore sembra ancora più grande di quando, sepolta nel profondo, una pur flebile speranza rimaneva di rivederti viva, sorridente, donna. Una speranza senza speranza… eppure c’era; senza senso, contro il nonsenso di una certezza orrenda che già pulsava nel cuore di tua madre. Ciao Elisa! Ora che torni te ne vai davvero; te ne vai laddove la tua mamma potrà piangere le lacrime più dolci, dopo tanto pianto amaro che ancora sta scorrendo; te ne vai dove noi faremo fatica a vederti, perché per questa città tu resterai per sempre in alto, al confine di un cielo di settembre che avrebbe trattenuto il tuo respiro nella bocca dei Santi, se i Santi ci fossero stati in quella chiesa. E invece il tuo sorriso è rimasto inchiodato alla croce vuota di un Dio che se n’è andato, perseguitato da un perbenismo di facciata che ha imbiancato molti sepolcri e ha ucciso assai di più di quanto non pensiamo. Perché anche Danilo è morto, Elisa; è morto delle sue manie nascoste da chi avrebbe dovuto aiutarlo, è morto delle sue colpe confuse nei suoi alibi, è morto di una solitudine rovinosa e di un rimorso che, forse, cercava pace in una nuova colpa. Anche i suoi genitori sono morti, sai. Come può, infatti, sopravvivere un padre o una madre, persino una sorella, alla consapevolezza di aver sbagliato troppo, di aver confuso l’amore con il bisogno di tener nascosta la “vergogna” per le stranezze di quel figlio strano! E la Chiesa, certa Chiesa, tu credi davvero che sia viva? Viva di chi? Viva di cosa? Di quanti chiudevano gli occhi, forse? O di quello che per il buon nome occorreva non vedere? Anche un tempio si è come miseramente frantumato sotto il passo strascicato del suo prete, sulle sue spalle curvate al silenzio, sulle sue campane mute. E quanti altri, Elisa, in questi diciotto anni avranno smesso di respirare! Perché non si respira, credo, a fuggire di continuo da se stessi, a non trovare angoli di vuoto, di buio, di freddo in cui nascondersi per un istante solo come hanno nascosto te per diciassette anni; non si respira con il fiato della colpa sopra il collo, nemmeno con la coscienza di un errore disastroso commesso per incuria, per incapacità, se non per dolo. Né si riesce a sentirsi potenti braccati come bestie per tanto tempo, sempre in forse, sempre in bilico, sempre in attesa di un incubo; perché non c’è consorteria, Elisa, non c’è massoneria che duri eterna e, probabilmente, nemmeno c’è coscienza così dura da non spezzarsi mai. E un po’ anche noi, Elisa, ce ne siamo andati con te; noi che per molto tempo abbiamo percorso la tua assenza come percorrevamo quella via sopra cui tu incombevi, assorti al nostro vivere, garantisti, scettici, inermi, in fondo distratti. E adesso tu sei qui, ma non con noi a scontare il nostro inferno ancora. Tu, Elisa, sei qui e sei dove più non esiste il dolore. Abbi pietà di tutti, se di là c’è pietà; se là esiste il perdono, perdona. Noi, noi qui, non lo possiamo fare, non fino a quando non si saprà chi ti ha sottratto persino all’ultimo abbraccio, chi ha permesso che il tuo corpo evaporasse sopra di noi facendosi caligine dentro il nostro cielo. Addolcisci tu, Elisa, il dolore dei tuoi cari, perché la giustizia che forse arriverà, non sarà mai giustizia per loro, mai capace di bilanciare la sofferenza e le umiliazioni di questi anni, mai giustizia vera quella che arriverà dopo aver fatto della loro esistenza una via della croce.

Ciao, dunque, da chi ti era amico, da chi non ti conosceva ed ora ti tiene sorella; ciao dai tuoi compagni che hanno ormai doppiato la tua età, dai nostri figli che non erano ancora nati, da quei nipoti che ti conosceranno dai nostri racconti. Ciao da quante di noi non erano madri, da quanti tra noi non erano padri; ciao dai bambini che raggiungeranno presto i tuoi sedici anni eterni e li sorpasseranno, ciao dai vecchi che se ne sono andati senza sapere la verità. E ciao da questa città che ti ha tradita, da queste vie che si sono ingarbugliate a dismisura, dall’eco dei nostri passi lontani da te, dal rumore delle polemiche senza fine e senza senso. Ciao da chi ti ha difesa e da chi non ha avuto il coraggio di farlo, da chi oggi piange e da chi non ci riesce. Ciao dalla vita che non avresti voluto lasciare e dalla bimba in rosa che per mano alla tua mamma le ripopola il deserto della strada che un giorno ti ha inghiottita.

 

          Anna R. G. Rivelli

PER ELISA
16 giugno 2011

Siamo lieti di invitarvi alla presentazione del libro
"Per Elisa - Il caso Claps: 18 anni di depistaggi, silenzi e omissioni", scritto a quattro mani da Gildo Claps e Federica Sciarelli.
Il volume, che dal 15 giugno è in tutte le librerie, verrà presentato da Libera in anteprima nazionale Sabato 18 Giugno, alle ore 18:00 presso il Teatro "Francesco Stabile" di Potenza.
NON DI MIA MANO, ANDREA, TU MORIRAI
13 maggio 2011

In risposta all'articolo di Andrea Di Consoli "Nessuno tocchi Anna Rivelli" del Quotidiano della Basilicata dell'11 maggio 2011 http://issuu.com/isolalibera/docs/quotidiano-11-05-2011

Tranquillo, non di mia mano, Andrea, tu morirai, né tu, né altri, perché a memoria d’uomo l’unica esecuzione che la Piazza Mario Pagano ha visto è stata quella, lontana solo pochi passi, della “fuggita” Elisa, per alcuni colpevole finanche di non essersi fatta dimenticare. Morirai, forse piuttosto, delle tue certezze assolute, ed io con te di invidia, invidia per quel tuo sacramentare sull’innocenza e sulle colpe che io non riesco a fare. Perché io credo (puoi dire in buona fede che mi sbaglio?) che se un omicidio conseguente ad un tentativo di stupro  può essere annoverato nella cronaca nera, vent’anni quasi di silenzi e depistaggi, se proprio non li si vuol chiamare mafia, di certo si può dirli mafieria; e se un cadavere resta per quasi quattro lustri sopra le nostre teste, sopra le nostre feste patronali e le nostre passeggiate domenicali, sopra le nostre elezioni e le nostre raccolte di firme, sopra la polifonia della nostra Chiesa e la raucedine della nostra politica, se quel cadavere somiglia tanto a certi impiccati lasciati nelle piazze a penzolare a lungo per monito alla gente, perché tutti capiscano chi ha il potere ed abbiano paura persino di sfiorarlo con qualche sgarbo pure involontario, con un saluto, magari, non modulato bene,  se questo accade, dunque, ed è accaduto, dimmelo tu cos’è che non esiste in questa terra che di infame ha solo l’inquietante silenzio della verità e la traballante mano della giustizia. Tra le vittime, insomma, prima che quelle che tu hai scelto di difendere ( ed io non ho mai escluso l’ipotesi che possano essere vittime anche loro), ce ne sono altre, molte altre che hanno meno voce, meno possibilità e che con più ferocia sono state vilipese e percosse; vittime a cui per anni è stata sottratta anche la dignità (vogliamo ricordare le parole di una Luisa Fasano?), vittime depredate fin nella bara (pensiamo a Luca Orioli) del soffio di speranza di ottenere giustizia.

Fino a quando tante cose non verranno chiarite, io non potrò non credere che la mafia ( o la mafieria) esiste anche qui; fino a quando nulla si saprà sul perché tanti errori si sono concentrati nelle indagini, nei mancati provvedimenti, nelle perizie mediche, nei sopralluoghi relativi a certi casi, fino a quando la verità e la giustizia mancheranno per una sola delle vittime, purtroppo mancheranno per tutti, anche per quelli che, a torto o a ragione, sono incappati nelle odiose maglie di queste storie. Né mi convinci se inviti me (e suppongo tutti) a leggere le carte processuali per capire, assolvere o condannare. Non mi convinci tu come non mi ha convinto Luigi De Magistris ( al quale pure ho dato stima, aiuto e tempo incondizionato e pubblico) col suo no comment sull’esito finale di “Toghe lucane” e col suo medesimo invito a leggere gli atti. Per chi ci crede davvero (e io ci credo), se non ci si deve rassegnare a che la giustizia diventi opera di alta sartoria, cucita addosso ad alcuni (e questo ahimè talvolta pure accade), nemmeno si può sopportare che sia un affare di pret-a porter, un abito da valutare ad occhio davanti allo specchio di casa. Con questo sistema non si farebbe altro che legittimare tanto le piazze forcaiole, quanto le connivenze arroganti e conviviali; se la soluzione, insomma, è farci giudici, non ci possono poi meravigliare né il moltiplicarsi dei tribunali, né l’ opporsi delle tifoserie.
Due parole, poi, devo spenderle per questa terra che dici di amare, ma che non vivi appieno; anni e anni di sopruso hanno reso fragile un popolo ricco di dignità e di valori; lo hanno reso fragile perché il sopruso che la Basilicata ha subito ed ancora subisce non è quello violento dell’attacco frontale, che in fondo innesca sempre una reazione, ma quello subdolo del comparizio, del favore strisciante, di un’apparente gratuità di amicizie sempre pronte a chiederti il conto. E’ il sopruso dei seggi in cui si contano uno per uno i voti liberamente estorti, in cui si può risalire facilmente a chi ha “ tradito” l’impegno del preteso consenso e gliela si può anche far pagare. La colpa del popolo lucano non è l’infamia, la sua colpa è il bisogno, quel bisogno che partorisce la paura del futuro per sé e per i propri figli, che fa temere di alzare la voce perché a chi ti è di fronte è stato dato il potere di incenerirti con uno sguardo. Chi vuole migliorare questa nostra regione, dunque, non può salvare Barabba dimenticando Gesù Cristo, né imputare al popolo l’oscena tirannia del sovrano.
Alla politica ed all’antipolitica non si può, forse, chiedere più niente; forse è alla gente che si può dare coraggio, perché si faccia avanti e non a mani tese ( come certi “intellettuali” che attendono dalle istituzioni i finanziamenti per essere tali) né con il capo chino. Chiedere, infatti, è un altro modo per alimentare il sistema, farsi da parte il miglior nutrimento per farlo crescere.
Non ti fucilerò, dunque, non io; aspetterò piuttosto, senza però le tue certezze e senza pregiudizi,  sulla sponda del fiume che passino i nemici di questa terra e di questa ora. E se tra essi non riconoscerò alcuno, sarò persino felice di essermi sbagliata.
 
                       Anna R. G. Rivelli
 
CHI TOCCA I FILI MUORE
9 gennaio 2011

                  

Il giornalista Fabio Amendolara, da sempre in prima linea nel tentativo di scoprire la verità sull'inquietante vicenda dell'assassinio della studentessa Potentina Elisa Claps, è stato iscritto nel registro degli indagati per "rivelazione di segreto d'ufficio in concorso con pubblico ufficiale non ancora identificato". Fabio, cronista della Gazzetta del Mezzogiorno e socio di NoiCittadiniLucani, ha subito un interrogatorio di ben cinque ore nonché la perquisizione dell'abitazione, dell'automobile e della redazione del giornale per cui lavora. La sua colpa sarebbe quella di aver rivelato in una serie di articoli particolari indizi che condurrebbero a Danilo Restivo, da sempre unico sospettato dell'omicidio, e che sarebbero stati a conoscenza della Procura già da molto tempo.

A Fabio va naturalmente tutta la nostra solidarietà con una riflessione: la storia di Elisa appare sempre più storia di potentissimi depistaggi e mistificazioni. Cercare la verità in questa vicenda è un crimine, divulgarla un atto terroristico. Non siamo né per i processi sommari né per le verità precostituite nè, tanto meno, per la cultura del sospetto. Tuttavia non possiamo non renderci conto del fatto che, quando si parla di Elisa, chi tocca i fili muore. Eppure con il cadavere della studentessa che per 17 anni si è consumato proprio nel posto in cui ella era stata vista per l'ultima volta, con la serie di assurde "coincidenze" che hanno fatto sì che ogni atto che avrebbe portato subito alla verità fosse trascurato, con i resti della ragazza che  - a quasi un anno ormai dal ritrovamento nella chiesa della Trinità -ancora non hanno potuto ricevere una degna sepoltura, uno o più di un colpevole deve esserci ed è quasi impossibile che non si arrivi alla verità.

Auguriamo a Fabio di superare serenamente questo momento, alla famiglia di Elisa di continuare ad avere la forza per lottare e alla Basilicata di riuscire ad venir fuori dallo stato di putrefazione in cui versa la verità ogni qualvolta appena appena si avvicina a quelli che sono più uguali degli altri.

                                Anna R. G. Rivelli

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=394885&IDCategoria=1

SOCIETA'
GLI ULTIMI PASSI DI ELISA
10 settembre 2010

 Accompagnamo Elisa
nel suo ultimo percorso



Domenica 12 settembre ore 11
davanti casa Claps in via Mazzini
ripercorreremo il tragitto di Elisa da casa sua alla chiesa della
Trinità, attraverso quattro momenti di riflessione.

17 anni di coperture, depistaggi, omertà, silenzi complici e silenzi
indifferenti.

Tutti i nomi delle persone coinvolte devono venire fuori:
dall’occultamento al ritrovamento.

Don Marcello Cozzi: “Riprendiamo quel cammino verso la
Primavera, verso la speranza, avviato lo scorso 20 marzo”
.

“Potenza è una città che vuole pace, ma non c’è pace senza
giustizia, non c’è giustizia senza verità”.

SOCIETA'
EROS, THANATOS E AGAPE (O BENALTRISMO)
13 luglio 2010

                                       

La cosa che non mi piace però è che ci fosse un materasso o una spugna di divano che potesse servire per scopi poco nobili. Non dimentico però che anche Elisa Claps è entrata con i suoi piedi nel sottotetto….. Un incontro galante?” E’ questo soltanto un esempio delle vergognose ( e ribadisco vergognose) parole scritte da Don Dino Lasalvia ( http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2508959.html ), ennesimo esponente di una casta che protegge se stessa contro tutto e tutti, dimostrando assai spesso quanto lontana sia dallo spirito cristiano ed evangelico che dovrebbe predicare. Il non provare orrore del voler rovesciare addosso alla vittima la colpa, mentre ci si preoccupa dell’edificio maledetto dove è “il giardino di Elisa custodito da un uomo che appare non molto padrone di sé” ( roba da matti!), ci impone per la verità ben altre riflessioni. Si spinge don Lasalvia, nell’esercizio comodo del suo benaltrismo, a domandarsi se “i genitori vigilino sull’abuso di alcol… se una scuola abbia mai fatto un serio esame su quello che succede con il consumo di droghe”; ci domandiamo, invece noi, se nella Trinità oltre al sesso non ci fosse pure l’alcol, se le droghe non si incontrano anche nei gruppi parrocchiali, se i genitori vigilano in quei luoghi come gli oratori dove a volte succede di tutto, se nella scuola non sarebbe il caso che certi insegnanti di religione la smettessero di istigare odio contro i gay e giudizio malevolo contro la diversità di pensiero.

Se dobbiamo andare oltre, andiamoci, caro don Dino, e andiamoci fino in fondo. "Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza" diceva Goethe, e la violenza delle sue parole, parole tanto più orripilanti perché nate nella testa e fiorite nella bocca di un sacerdote, è tale da far rabbrividire. Anche Cristo è andato alla croce con i suoi piedi ( e non lo ha scritto il prof. Introna), ma ci è andato tradito, legato, deriso, percosso… o forse sotto la minaccia di un coltello. Le sue impressioni riguardo alla ipotetica confusione dell’avvocato dei Claps, il suo cinismo assoluto nell’ipotizzare che l’unica mossa intelligente per il parroco Sabia sarebbe stata quella di far scomparire il cadavere “osso dopo osso” ( il che non fatto, a suo avviso basterebbe a discolpare non già la Chiesa – che nessuno accusa in toto – bensì quei suoi esponenti che a vario titolo sono coinvolti in questa vicenda), la rabbia virulenta ( alla faccia dell’agape!) con cui imputa a Gildo Claps il desiderio di ottenere non giustizia per sua sorella, ma“una versione dei fatti spendibile nei suoi comizi” finiscono per scoprire l’unico interesse che alcuni fedeli e buoni cristiani stanno dimostrando di avere: chiudere la faccenda in fretta, riaprire l’edificio della Trinità, non indagare sul perché e sul per come quel cadavere è rimasto in Chiesa per diciassette anni e, possibilmente, far cessare il brusio su certe abitudini poco ortodosse, certe amicizie importanti, certi giri anomali che circondavano la parrocchia della Potenza bene. Questo importa in fondo, questo significa per lei “ridurre questa situazione ad una certa ragionevolezza”. Ma “l’emergenza educativa è molto più vasta di un materassino buttato in un sottotetto” e su questo ha ragione; se, infatti, la si smettesse di far vivere ai ragazzi la sessualità come una colpa, alle famiglie come una vergogna delle proprie figlie, ai maschi come un trofeo di cui appropriarsi, alle donne come un baluardo da difendere, se la Chiesa smettesse di volere l’uomo cieco a dispetto degli occhi e delle meraviglie che Dio gli ha donato da guardare, forse i materassini nei sottotetti non ci sarebbero e, probabilmente, certe turbe che portano alla violenza e spesso all’omicidio non si svilupperebbero o, almeno, verrebbero individuate e curate senza falsi pudori. Perché se è vero che in questa vicenda c’è più di una vittima, è certo che tra di esse non c’è né don Mimì, né don Wagno, né monsignor Superbo che sicuramente hanno almeno colpa di non aver vigilato, il primo, di aver fatto confusione ( o mentito), il secondo, di non aver saputo affrontare e ridare fiducia ad una comunità, il terzo.

Ciò detto, gentile Don Lasalvia, potrei aspettarmi anche da lei una lettera di insulti come quella di cui mi ha gratificato un suo anziano collega; l’avviso pertanto che mi hanno già dato della miscredente, hanno già messo in dubbio le mie qualità di madre, hanno spaventato mio figlio ed hanno minacciato di scatenarmi contro tutti i cattolici della regione. Se vuole essere originale, la prego pertanto di vedere se le riesce di farmi togliere il battesimo; il Dio in cui io credo, d’altronde, mi sa che non è lo stesso in cui ha creduto lei.

                                    Anna R.G.Rivelli


SOCIETA'
PETIZIONE PER LA SCONSACRAZIONE DELLA CHIESA DELLA SS TRINITA'
16 aprile 2010

La tragica vicenda della scomparsa della studentessa potentina Elisa Claps, i cui resti dopo quasi 17 anni sono stati rinvenuti  proprio nei locali della chiesa della S.S. Trinità dove la ragazza era stata vista per l'ultima volta, ha posto e continua a porre interrogativi assai inquietanti che non lasciano indifferente la città. 

Molti cittadini, costernati per il fatto che un delitto così efferato è stato consumato ed occultato  proprio nei locali della chiesa, vorrebbero che il tempio fosse sconsacrato.

Il comitato promotore della petizione per la sconsacrazione della Chiesa della S.S. Trinità, costituito da Maurizio Tucci, Cesare Di Tullio, Arturo Larocca con l'appoggio dell'associazione Telefono Donna, ritiene "questo tempio inadatto a continuare a svolgere la funzione di luogo di culto" e chiede " all’Autorità Ecclesiastica che la chiesa venga sconsacrata e i suoi spazi messi a disposizione della collettività per la creazione di una struttura polifunzionale di interesse nazionale – gestita da una Fondazione costituita ad hoc ed intitolata ad Elisa Claps - destinata ad attività strettamente correlate alla prevenzione del maltrattamento e dell’abuso sulle donne e sui minori".

Ai link seguenti si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse sottoscrivere la petizione o collaborare a diffonderla.

http://www.telefonodonnapotenza.it/home.html

http://www.facebook.com/#!/pages/Sconsacrare-la-chiesa-della-Trinita-un-atto-dovuto-per-Elisa-Claps/119307894746362?ref=ts

SOCIETA'
NOI TUTTI SIAMO I CLAPS
11 aprile 2010

Potenza non è una città omertosa. L’omertà, infatti, appartiene a chi sa e nasconde, a chi vuole proteggere qualcuno, a chi ha un interesse proprio. Potenza non sa, o meglio, non sa bene, non sa fino in fondo, non deve sapere. Potenza, dunque, non è omertosa. Potenza è una città assediata da un manipolo di padreterni che ignora o dileggia una moltitudine di poveri cristi assetati di giustizia, assetati di verità, a volte solo di una libertà interiore che è costretta ad infrangersi troppe volte sul muro del bisogno o del ricatto. Se in questa città, quindi, lo status di un solo uomo ha meritato più rispetto della vita di una adolescente, se l’angoscia di un assassino ha commosso di più dello strazio di una madre, se la marcia di migliaia di persone ha fatto meno rumore del passo strisciante di un prete, chiedetelo ai padreterni chi è omertoso, chiedetelo a loro.
Noi stiamo con i Claps, noi tutti siamo i Claps. Siamo le madri, i padri, i fratelli di Elisa. Siamo noi con loro che siamo stati offesi, noi con loro che da diciassette anni piangiamo lacrime di sangue, noi con loro che abbiamo cercato, atteso, sperato. Noi, infatti, non siamo i padreterni, noi siamo i poveri cristi; siamo quelli che oggi vedono scambiare il proprio pudore per omertà, quelli a cui si può spacciare una verità qualsiasi, quelli che dovrebbero tacere per prudenza. Noi siamo quelli che non devono fare domande, quelli che non possono dubitare mai di notabili, di magistrati, di prelati; quelli che devono presumere l’innocenza di tutti fino a quella prova contraria che in troppi, però, si sono adoperati ad occultare.  
Noi siamo i poveri cristi, ma non ci crediamo che in questa faccenda sia stato solo un caso beffardo ad intralciare il lavoro degli inquirenti obnubilando la mente di tutti, di tutti e contemporaneamente; non ci crediamo che sia stato solo un destino crudele a suscitare una ridda di avvistamenti, rivelazioni confidenziali, testimonianze false e contemporaneamente a vanificare le soffiate che indicavano la chiesa come tomba di Elisa. E non crediamo nemmeno che non ci sia una ragione per la smemoratezza di don Vagno, per la sordità di Monsignore, per il silenzio di don Ambrogio.
Forse è vero che qualcuno in questa lurida storia potrebbe aver patito senza colpa, ma oggi non è tempo ancora per chiedere scusa a nessuno, a nessuno se non ad Elisa, ai suoi sedici anni, al suo sorriso negato per sempre, ai suoi poveri resti interrogati spasmodicamente che hanno gridato aiuto nel buio per diciassette anni. Il tempo delle scuse, se scuse per qualcuno ci dovranno essere, ci sarà quando la verità, tutta la verità, sarà stata svelata, ma oggi no. Non ci bastano i flussi di coscienza di chi si autoassolve, non le prediche di chi ha inscenato le ultime farse. Noi vogliamo verità, vogliamo giustizia, vogliamo che alla fine non paghino quelli che non hanno taciuto, ma quelli che ai padreterni hanno acceso candele. Bene ha fatto il Sindaco di Potenza a schierarsi con noi. Lo faccia con i fatti ora. Si costituisca parte civile la città di Potenza nel processo che ci sarà; lo facciano tutti quelli che ci governano. Vogliamo sentire a voce alta chi vuole giustizia senza fare sconti a nessuno, chi non teme di incontrare sulla via della verità l’amico potente davanti a cui doversi togliere il cappello, chi è cristiano nel cuore e non sulle pietre di un tempio.
Potenza non è una città omertosa e sarebbe una città giusta se di Padreterno ce ne fosse uno solo.
 
                                            Anna R.G. Rivelli
 
SOCIETA'
LE COLPE DELLA CHIESA
30 marzo 2010

“La superstizione, l'idolatria e l'ipocrisia percepiscono ricchi compensi, mentre la verità va in giro a chiedere l'elemosina”. Sono passati più di cinque secoli da quando Martin Lutero osò negare l’infallibilità del Papa ed oggi, ancora, Benedetto XVI ritiene di aver diritto a liquidare con la definizione di “chiacchiericcio delle opinioni dominanti' quello che è, invece, uno scandalo acclarato e disgustoso, nell’occultamento del quale proprio l’attuale pontefice sembra aver recitato ruolo da protagonista. E intanto ancora nella nostra epoca non è concesso levare la voce contro la Chiesa; la libertà di opinione, messa in crisi ma mai del tutto sconfitta da molti altri attacchi, si pietrifica di fronte a preti e prelati, si accuccia di fronte ai moniti ipocriti di chi da sempre ha tentato di dominare l’uomo attraverso il controllo della sua vita più intima e addirittura dei suoi pensieri.

 
La Chiesa nei secoli ha marciato sempre a fianco dei potenti, dimostrando di saperli riverire tanto  quanto era sufficiente a ricavarne il massimo beneficio e di saperli contrastare tanto quanto era indispensabile a non perdere i privilegi acquisiti. Una  Chiesa, dove Dio (se esiste un Dio) non c’è mai stato, ha perpetrato, e poi interpretato come volontà del Padre Celeste, i crimini più efferati, ha offerto il braccio a dittatori, ha speculato sui bisogni della gente, ha messo a tacere le vittime per proteggere i colpevoli.
 
Mai generalizzare, è vero. Mai, però, né in un senso né nell’altro. Perché se è vero che non si può dire che tutti gli uomini di Chiesa sono colpevoli come alcuni lo sono davvero, nemmeno si deve continuare a sostenere che gli ambienti parrocchiali sono per definizione sani e sicuri per quei figli che in ogni modo cerchiamo di proteggere da una strada che, invece, ci appare sempre più inquietante ed insidiosa. Troppa tranquillità, troppa libertà, troppa ipocrisia dietro certe scholae cantorum, certi tavoli da ping pong, certi obblighi di frequenza a catechismi che durano più degli anni necessari a laurearsi in teologia, certi oratori affollati e gaudenti. Troppo poco controllo lì dentro da parte di genitori fiduciosi, di sacerdoti distratti, di servizi sociali che non osano varcare le soglie della casa di Dio. Ma se la casa di Dio diventa un casino, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo.
 
La storia di Elisa Claps si incastona tristemente in un’architettura grottesca che in questi giorni fa da tempio alla Chiesa mondiale. Certi silenzi rimbombano nel nostro microcosmo paurosi e lugubri, capaci di farci tremare più dell’innocenza straziata, più della speranza tradita, più della morte stessa. Eppure ancora si ha timore di gridare quello che una comunità intera dubita ed ha ragione di dubitare; ancora ci si nasconde dietro un rispetto e una prudenza che ad Elisa ed alla sua famiglia non sono stati riservati. In questa vicenda, infatti,  se ci sono colpe evidenti sono proprio quelle della Chiesa. Don Mimì Sabia, ad esempio, è responsabile in ogni caso di quella porta mai aperta ai controlli, che sapesse o non sapesse. Quelle campane mute, mentre in tutta la città dai campanili si urlava il nome di Elisa, temevano forse di richiamare uno spirito che ancora aleggiava proprio sopra i tetti della Trinità? Don Mimì è responsabile di quel salire e scendere da stanze, di quella sua accorta riverenza ad una Potenza bene che gli rendeva in cambio un suo potere, quello, probabilmente, che gli ha permesso di fermare con le sue spalle curve ed il suo passo flebile un’orda di risposte chiuse dietro l’altare. E poi c’è Don Wagno, il giovane viceparroco, che cela un’altra verità, forse una storia dentro la storia, e rischia di confondere ancora di più le acque putride di questa vicenda. Per quale motivo così irripetibile da doversi celare sarebbe il sacerdote salito fin nel sottotetto nel mese di gennaio? C’è un uomo, un solo uomo sulla faccia della terra, che può ritenere che il prete si sia dimenticato (è questo che lui ha detto) di avvertire la questura, il vescovo, il parroco di quella macabra scoperta? E quei sacchi di plastica non impolverati che pare siano stati trovati vicino ai poveri resti, non erano forse destinati a diventare l’estrema ed eterna tomba di Elisa? Chi o cosa, per l’ennesima volta, stava per impedire ad una madre di riavere l’ombra della propria figlia?
 
Chi sa, parli. Anche con l’avvocato a fianco, ma parli. A Potenza c’è un tempio che si è sconsacrato da sé e una Chiesa che si sta sconsacrando. “Il diavolo – scriveva Carlo Dossi -ha reso tali servigi alla Chiesa, che io mi meraviglio come esso non sia stato ancora canonizzato”. Chissà, forse Dossi non era informato.
 
                           Anna R. G. Rivelli
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