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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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POLITICA
L’IDV E LE SUE REGOLE
12 novembre 2012


Evangelisti, Formisano, Donadi… lo stesso Belisario – il fedelissimo – che in occasione dell’ultima visita di Di Pietro in Basilicata, lo scorso 9 novembre,  diserta e non si fa vedere né a Potenza né a Matera, né nella conferenza stampa del leader massimo, né nel suo codazzo e nemmeno ai banchetti dei referendum: insomma l’emorragia c’è e da gocciolio sta diventando salasso. Di quale intensità si appresti ad essere  il flusso  non è che si possa dire con certezza, ma si è tentati comunque di consigliare a Di Pietro di tapparsi la bocca  per evitare almeno di venire sbugiardato. Perché, diciamolo francamente, se Tonino evitasse la propaganda, se la smettesse di effigiarsi come  martire del mattone incompreso e  figlio spirituale della Borletti, se presentasse lealmente il suo faccione tondo come quello di un simpatico briccone  e la cantilena delle sue frasi fatte e delle sue tiepide freddure come la carta di identità di uno dei tanti politicanti tronfi della propria presunta onnipotenza, forse Report non gli avrebbe creato tanto danno, Crozza nemmeno  lo avrebbe nominato e sua moglie ( che non è sua moglie, ma forse una ex moglie) non sarebbe rimasta pressocché l’unica a difenderlo nei social network dalla rabbia di chi aveva creduto in lui.
Durante la sua ultima apparizione a Servizio Pubblico,  tra il  pietoso tentativo di spostare il discorso sulle eccellenze italvaloriali e l’impietoso incalzare di Enrico Mentana e di Luisella Costamagna, Di Pietro, che non è più al riparo nemmeno nell’ ormai poco credibile bunker dei sermoni di Travaglio, annunciava il rinnovamento della politica del suo partito, rispolverava il discorso ad effetto sulle regole e ripeteva come un mantra la storiella dei rimborsi elettorali donati nel 2012 per la ricostruzione della scuola terremotata di Finale Emilia, storiella in cui “finale” non è solo il nome di un paese, ma forse anche l’indicazione inconsciamente chiara di una destinazione solo recente, finale appunto, di un avanzo di milioni e milioni di nostri euro finiti nelle tasche IdV. Il giorno dopo cotanto annuncio, il 9 novembre appunto, Tonino in Basilicata finiva in ospedale per un malore, segno evidente che il senso del pudore non deve averlo abbandonato del tutto; è probabile, infatti, che a fargli girare la testa sia stata la necessità di dover ritirar fuori il must delle mele marce rispondendo sulla vicenda di Roberto Galante, consigliere comunale di Potenza eletto con l’IdV e poi ritornato nel suo ex partito, oggi al centro di una indagine per presunti rapporti con clan malavitosi che lo avrebbero sostenuto con il proprio voto. L’ex pm non ha saputo esprimere un concetto più articolato di un banalissimo “Meno male che non è più con noi”, non lasciandosi sfiorare nemmeno dall’idea che, grazie alla raccolta indifferenziata che è il metodo di reclutamento dell’IdV, il consigliere in questione non è più con loro dipietristi, ma è e rimarrà nel consiglio comunale del capoluogo lucano. Insomma il povero Tonino a Potenza ha avuto un problema di vertigini; dal pronto soccorso è passato sollecitamente  in otorinolaringoiatria, perché a qualcuno deve essere pur venuto il sospetto che il raiss molisano sia sordo da un orecchio se non da tutti e due. In Basilicata, infatti, a gran voce gli si chiedeva da tempo di rimuovere il doppio incarico del segretario-assessore Rosa Mastrosimone, la ex mastelliana oggi asso pigliatutto dell’Italia dei Valori di Basilicata; la Mastrosimone, che nello sbandierare la sua fedina penale pulita non cita mai le diverse questioni giudiziarie in cui risulta coinvolta, non è stata eletta alle ultime regionali e, diventata assessore per grazia di una telefonata di Di Pietro al Governatore lucano, in tempi di spending review continua a pesare sulle casse regionali. Tutti naturalmente si aspettavano che il Tonino venisse a risolvere anche questa situazione, non fosse altro perché nell’ultimo Ufficio di Presidenza dell’IdV si era deliberato con voto unanime di “introdurre e rendere vincolanti alcune specifiche misure in materia di trasparenza dei comportamenti individuali e delle scelte politiche, impegnando […] i dirigenti, eletti e amministratori IdV al più rigoroso rispetto di criteri di incompatibilità, ispirati all'esigenza di impedire che la stessa persona ricopra contemporaneamente un ruolo di governo istituzionale e il corrispondente ruolo di direzione politica nel partito”. Ma Di Pietro, a dispetto della lista dei buoni propositi, ha fatto lo gnorri, a domanda ha genericamente risposto di rinnovare la fiducia a quelli che lavorano bene e intanto ancora una volta ha consentito che ad andarsene dal partito, nel quale “ la volontà di un vero cambiamento non s’intravede malgrado i fiumi di parole”, sia stato il dott. Enrico Mazzeo, l’unico consigliere regionale che, ostacolato dagli stessi dipietristi, si è speso in battaglie importanti come quella sull’ambiente. E dire che persino il senatore Belisario, notoriamente non capace di esprimere un parere appena divergente da quello del suo capo, nei giorni scorsi aveva tuonato per mezzo dei suoi più fedeli scudieri sulla necessità di rimuovere certe incompatibilità. E dire, inoltre, che pare che numerose medesime incompatibilità siano sparse un po’ ovunque tra i dipietristi di tutto il territorio nazionale.

Alla fine non meraviglia che nei sondaggi l’IdV sia scesa sotto al tre per cento e che, per grazia ricevuta dal popolo italiano, rischi persino di non entrare in parlamento. In fondo l’IdV continua ad essere il partito delle regole, ma, per chiarezza, delle regole non rispettate.

                    Anna R. G. Rivelli



POLITICA
DEPOSIZIONE
2 novembre 2012


Raffaello Sanzio - "Deposizione Borghese"
olio su pelo cm 170 X 150
Roma, Scuderie del Criminale
POLITICA
REPORT, DI PIETRO E LA FINE DEL RICATTO DELL'ANTIBERLUSCONISMO
31 ottobre 2012
 

di Alberico Giostra

La puntata di Report “Gli Insaziabili” è un’evento decisivo nella storia della controinformazione su Antonio Di Pietro e l’Idv. Per la prima volta un'importante testata televisiva ha deciso di raccontare cosa avviene nel partito dei presunti valori, mostrando un volto che non è certo quello che dell’ex pm siamo abituati a vedere nei salotti tv.
 Finora a informare senza le autocensure preventive dei fiancheggiatori di Tonino, Marco Travaglio, Michele Santoro, e Il Fatto quotidiano, erano stati pochi isolati personaggi con il sostegno episodico di Micromega, dell’Espresso e di Curzio Maltese su Repubblica. Per il resto a bersagliare Di Pietro erano stati Panorama, Libero e Il Giornale, con il limite che, la proprietà e la collocazione politica di quelle testate, aveva comportato un’immediata ghettizzazione del lavoro di pur bravi giornalisti. Il problema infatti è sempre stato quello di cercare di convincere in modo credibile quella fetta di opinione pubblica progressista che continuava ancora a farsi incantare dalla figura carismatica del giustiziere Di Pietro, che il leader Idv non è ciò che appare essere e che il suo partito e quanto di più ingannevole esista. Sabrina Giannini c’è riuscita ricorrendo a documenti finora noti solo agli addetti ai lavori ma non al grande pubblico e affidandosi poi ad un incalzante contraddittorio con l’ex pm. Il resto l’ha fatto la tv e la sua inarrivabile potenza espressiva: il cuore della puntata di domenica 28 ottobre era infatti la reazione del volto di Di Pietro di fronte alle domande della Giannini. Milioni di spettatori hanno potuto assistere alla smorfia di imbarazzo disegnata sul volto terreo dell’ex magistrato, al suo balbettare impaurito al cospetto della discreta ma ferma insistenza della reporter milanese sulle proprietà, i bilanci del partito, l’associazione a tre e i lavori di ristrutturazione fatti in una casa di Di Pietro fatta passare come sede dell'Idv. L’akme della puntata è stato poi toccato quando all’improvviso è apparso Bettino Craxi nel famoso intervento al processo Enimont, quando il leader socialista disse, scolpendo le sue parole nella storia, che i bilanci dei partiti erano tutti falsi. A incalzarlo allora c’era un giovane e vispo magistrato di nome, Antonio Di Pietro. Con un devastante accostamento milioni di spettatori hanno toccato con mano la disastrosa parabola di Di Pietro, passato da inquisitore a inquisito (almeno in tv) da censore implacabile dei vizi dei partiti a difensore balbettante dei vizi del suo. Quei pochi frame televisivi hanno seppellito l’avventurosa storia della seconda repubblica nata sulle macerie di Tangentopoli e a sua volta travolta da una nuova marea di scandali. Nella cineteca della prima repubblica c’era inciso il viso straziato di Forlani interrogato da Di Pietro, la bavetta bianca che si era formata ai lati della bocca del leader Dc, quella che uno spietato Roberto Benigni ribattezzò “maionese”. Ecco, stavolta la maionese di Forlani è apparsa ai lati della bocca di Di Pietro. E nella cineteca della declinante seconda repubblica restano ora le risposte confuse e i penosi cincischiamenti dell’arrogante inquisitore di vent’anni fa.

Ma quale miracolo di sorta è avvenuto per poter finalmente assistere sugli schermi tv (e per fortuna del servizio pubblico) a questa catarsi finale? Nessun miracolo. L’evento decisivo, oltre alla credibilità di Milena Gabanelli e dei suoi reporter, è uno solo: la fine del ricatto sentimentale dell’antiberlusconismo. Tramontato il cavaliere, ridimensionato il suo conflitto d’interessi e la sua lacerante potenza distruttiva, è venuto meno quella sorta di muro di Berlino che proteggeva Di Pietro. Esattamente come il crollo di quello vero, che fino al 1989 ha protetto la Dc attraverso l’alibi dell’anticomunismo, ha provocato la fine dello scudo crociato e dei suoi partiti satellite. L’alibi dietro il quale si è nascosto l’ex eroe di mani pulite è stato Silvio Berlusconi e la sua inarrivabile e pericolosa ribalderia. Intendiamoci, il pericolo rappresentato da Berlusconi era reale, ma il furbo Di Pietro, lo ha di fatto strumentalizzato per portare a termine un disegno di appropriazione personale del suo partito all’interno del quale sono proliferati comportamenti al di là di ogni legittimo controllo. Di Pietro ha costruito dal 1998 in poi un soggetto politico fondato su un rigoroso e inappellabile accentramento su di una sola persona, la sua, del potere politico e finanziario. Un progetto portato avanti con lucida determinazione e sorretto da un’implacabile volontà proprietaria, culminata in uno statuto, quello del 2004-2009, che nell’articolo 16 raggiungeva il vertice di un delirio di onnipotenza. Un articolo che recitava cosi: “Fino a sua rinuncia, il ruolo di Presidente dell’Associazione viene assunto dal fondatore del Partito, on.le Antonio Di Pietro”. Seguiva un elenco sterminato di poteri che il dominus si autoattribuiva tra gli applausi dei suoi curvilinei cortigiani. Se anche il Partito nazionale fascista avesse avuto un articolo così, il 25 luglio 1943 nessuno avrebbe potuto defenestrare Mussolini. Quest’obbrobrio illiberale e antidemocratico è passato per anni indisturbato sotto gli occhi di sofisticati giuristi, di battaglieri leader democratici, di agguerriti giornalisti d’inchiesta, tutti troppo intenti a dare battaglia al pericolo pubblico numero uno, Berlusconi, per potersi occupare delle magagne interne di un personaggio al di sopra di ogni sospetto. Intanto però il verme bacava lentamente la mela fino a quando la sua carie purulenta è uscita alla luce del sole.

E adesso? Adesso Di Pietro reagirà, combatterà com’è abituato a fare, si appellerà ai suoi amici giornalisti, a Travaglio, a Santoro, che sicuramente accorreranno in suo soccorso, intervistandolo e invitandolo in trasmissione, ma la ferita inferta da Report è troppo grave e ormai, fiaccata dagli scandali Nanni e Maruccio, la credibilità del leader Idv è irrimediabilmente compromessa. A noi resta invece il compito, arduo, di impedire che un altro fenomeno come quello di Antonio Di Pietro possa incistarsi e crescere tra le fila di chi ama l’onestà, la verità e la trasparenza.

POLITICA
LA FIABA DELL’ITALIA DEI VALORI
20 ottobre 2012


Questa volta Di Pietro – e ci dispiace per lui perché in fondo il travestimento che adotta da sempre è suggestivo e molto pittoresco-  non potrà vestire i panni di Biancaneve e morire di un’ennesima mela avvelenata in attesa di essere resuscitato da qualche riciclato principe (o principessa) di passaggio; non questa volta; non in Basilicata. Della bella fiaba dei fratelli Grimm, infatti, l’unica traccia  che si potrebbe rinvenire nell’IdV è la schiera dei nani, anzi un nanismo politico in parte genetico, in parte contagioso. E nemmeno Belisario, avvezzo alle telecamere inviate nei palazzi romani senza giornalisti al seguito, potrà facilmente continuare a recitare la parte del paladino senza macchia e senza paura, sfoderando all’occorrenza come sua Durlindana il fedele Laguardia, sempre pronto a parare il c…olpo al suo Orlando ferito il quale dei giornali si serve solo per sciorinare i suoi vuoti proclami e non per confrontarsi con i cittadini ( ai quali è solito non rispondere). Tutti e tre i personaggi di questa nostra storia ( che è ben lungi dall’essere una fiaba), infatti, non possono oggi, come hanno fatto già tante altre volte, cadere improvvisamente dal pero ed accorgersi che la signora Rosa Mastrosimone non “c’azzecca” con l’IdV; non possono perché, se pure tutti e tre fossero stati particolarmente distratti, ci avevano pensato i “dissidenti” a metterli in guardia ben prima che fosse celebrato trionfalmente l’ingresso della Mastrosimone nel partito lucano; anzi, il 7 novembre del 2009, quei “dissidenti” (quelli tacciati dai dirigenti locali di scarsa intelligenza politica e persino di non meglio specificate gelosie) incontrando  Di Pietro presso l’Hotel Palace di Matera gli avevano addirittura consegnato un corposo fascicolo che documentava l’intero percorso politico di quella che all’epoca si preparava ad essere la più discussa delle new entry. Per di più, persino il deputato Barbato ( che ha ben ragione a non voler essere appellato onorevole) oggi starnazza i medesimi argomenti che con ben altro diritto e ben altro stile erano già stati sollevati ieri, ma anche egli in realtà appartiene alla cricca di coloro che erano stati ben messi al corrente delle tante ragioni del dissenso che era cresciuto in tutta Italia; quel dissenso, anzi, Barbato lo aveva persino tradito dopo essersi avvicinato ad esso simulando spiriti barricaderi. Adesso, invece, come svegliandosi da un sortilegio, la Mastrosimone non sta più bene a nessuno. E perché mai? Cos’ha costei  oggi che non aveva ieri? Non era già stata mastelliana nel 2009? Non aveva già difeso la Lonardo quando Di Pietro in persona con un blitz seminotturno convertiva la di lei non elezione in un succulento assessorato regionale? E non era sempre la stessa lady IdV quando, nel rimpasto di giunta, la si trasferiva semplicemente in un più bucolico assessorato? E questi giochetti non costavano forse alla comunità allora tanto quanto costano adesso? Ed il problema non era già stato sollevato da esponenti politici e dalla società civile, senza nemmeno essere ritenuto degno di una risposta? Che cosa è cambiato, dunque? In fondo la questione del doppio incarico è una burla; il secondo incarico –è lapalissiano- per essere secondo viene dato dopo il primo; forse l’ingegner Laguardia ha imparato solo di recente a contare fino a due? Possibile che a vederci doppio tutti questi “statisti” lucani ci sono arrivati con tre anni di ritardo? Eppure in un comunicato dell’Ufficio stampa del gruppo IDV al Senato datato 19 giugno 2010, Felice Belisario così si esprimeva: “Anche in Basilicata dobbiamo imparare che la cura dimagrante della Pubblica Amministrazione porta più efficienza, più trasparenza e meno sperperi di denaro pubblico”; aggiungendo in conclusione che l’Idv è “invece da sempre contraria all’aumento della spesa pubblica che favorisce la partitocrazia”. A questo punto non si può che dare ragione alla Mastrosimone, e non per la lamentata politica di genere, bensì per il genere di politica caratteristico dell’IdV; d’altronde, pur dispiacendoci le autocitazioni, ci piace rammentare che  già il 20 luglio 2011, in un articolo pubblicato sul Tribuno.com, si profetizzava quello che oggi sta accadendo nel partito. L’unica cosa che è cambiata, infatti, rispetto a tre anni fa, è che si stanno avvicinando le elezioni che, si sa, anche l’IdV auspica avvengano con una legge elettorale priva di preferenze. All’appropinquarsi delle politiche, dunque, è necessario mettere in atto il metodo Belisario, quello che, con facile sforzo di memoria, si potrà ricordare essere stato utilizzato più volte, all’ultima occasione con l’ex segretario regionale Michele Radice. I posti al sole per l’ IdV di Basilicata sono pochi ed incerti, al più si riesce ad eleggere un senatore ed un deputato; i pretendenti, invece, sono sempre troppi e, con tale abbondanza di possibili candidati, chi ha cavalcato il V-day che indicava come limite massimo due legislature, dovrebbe farsi da parte. E allora come fare? Ma certo. Autilio, a cui  secondo la logica castocratica dovrebbe essere garantita la pole position, lo si lascia in caldo, poi si decide; a Benedetto, che aspira fortemente aspira, si sussurra in dipietrese il sì, il no, il forse; Mazzeo lo si mette in disparte con la tintinnante storiella del mancato contributo, forti del fatto che farà fatica a riprendersi quegli ideali che incautamente ha gettato nelle sabbie mobili del partito; e la Mastrosimone? La Mastrosimone è un osso duro, non si può che farla fuori con una specie di metodo Boffo ( “boffonesco” più che altro) buttandole addosso la croce di tutti i mali di un partito in disarmo. E così, per mancanza di candidati degni, il Senatore dei senatori si sacrificherà anche senza troppa fatica visto che i proclami (tanto sono sempre gli stessi) ce li ha già tutti scritti.

La morale della favola? Non votiamoli più.

                                      Anna R. G. Rivelli

POLITICA
VENDOLA-DI PIETRO, GRILLINI SENZA GRILLO
9 luglio 2012

Né sinistra, né ecologia, né libertà, nemmeno quella di rimanere coerenti agli ideali ed alle linee politiche tanto sbandierati da Di Pietro; Italia dei Valori, “partito uno e bino … a livello locale … un partito di potentati di apparato, di ceto politico partitocratico” (questa è la ormai famosa definizione firmata Paolo Flores D’Arcais), è evidentemente lontana anni luce in primis dallo spirito della sinistra ( tant’è che il partito tutto pullula di ex, ed in particolare di ex mastelliani), ma anche, se vogliamo guardare ai fatti e non alle narrazioni così care al leader di Sel, dai tanti altri valori di cui una Sinistra degna di tale nome dovrebbe occuparsi e che dovrebbe preoccuparsi di salvaguardare: cari Vendola e vendoliani (anche di Basilicata), chi può spiegarci “che c’azzecca” la vostra strenua difesa della foto di Vasto? Quale trait d’union può mai accomunare il parlare forbito di Nichi e lo sgrammaticato accento di Tonino?
Nei giorni scorsi Vendola ha definito il leader dell'Idv "un importante alleato, che esprime un valore aggiunto per la coalizione di centrosinistra”, ma non ha spiegato di quale valore aggiunto si tratta; ha poi sottolineato di non volere “un centrosinistra che persegue le politiche del centrodestra”, non accorgendosi – o fingendo di non accorgersi- che il suo “importante alleato” è un centrodestra travestito da centrosinistra che da sempre ha sottratto più voti al Pd che al Pdl, che da sempre ha arruolato nelle sue file faccendieri doc programmati per il tradimento che, puntualmente, c’è stato e che spesso è costato carissimo a tutta la nazione. Sarebbe molto spiacevole, insomma, dover alla fine constatare che ciò che accomuna i due leader è un qualunquistico e strisciante populismo, un grillismo senza Grillo, altrettanto pieno di miraggi, di oasi dipinte sui palcoscenici nazionali per distrarre dal deserto che tormenta i territori. Allora a che serve alzare i toni contro il Pd e poi difendere a spada tratta Di Pietro? Al di là dei proclami, degli attacchi scomposti e altisonanti utili ad eccitare il popolino, ha mai avuto voglia Vendola di capire cosa, spente le luci della ribalta di compiacenti talk show, davvero succede nella realtà dove IdV è insieme governo ed opposizione, dove è solita sacrificare i suoi uomini migliori (“esistono due anime di Idv – scriveva Marco Zerbino nella notissima inchiesta di Micromega- quella ideal-movimentista da un lato, e quella inciucista e politicante dall’altro”) e immolarli persino per ingraziarsi i locali demoni del Pd? Nichi, Nichi, qual è il valore aggiunto? Il nientismo fatico di Belisario (“I provvedimenti di Monti non hanno aiutato il portafogli degli italiani… le famiglie sono in ginocchio… di qui in avanti andrà sempre peggio”) o la lotta di Enrico Mazzeo Cicchetti contro l’inquinamento in Basilicata, costi quel che costi, anche a dover attaccare il Governatore targato Pd? Te lo ha spiegato, Nichi, qualcuno che se di ecologia si è parlato nell’ IdV lucana è perché ad alzare la voce è stato il dottor Mazzeo? Te lo ha detto qualcuno chi è che, nelle sedi opportune e non sui tetti dopo aver allertato per tempo la stampa, ha tentato di difendere il diritto alla salute dei cittadini? Enrico Mazzeo – questo è chiaro da tempo- è stato un buon candidato per Di Pietro, uno di quelli che, per il suo valore umano e professionale, poteva raccogliere, come ha fatto, una quantità enorme di voti, ma proprio per queste sue caratteristiche era pure predestinato ad essere fatto fuori. Parola d’ordine: metterlo all’angolo; si comincia con l’inceppare la “staffetta” si finisce col “cucire” una motivazione meschina al suo allontanamento. Scommettiamo?
La politica, Nichi, non è affatto poesia e se Bersani siede sulla sedia curule, per il consolato spergiura Di Pietro. O apri gli occhi davvero, o anche tu, Nichi, quid moraris emori?

               Anna R. G. Rivelli

POLITICA
L'ITALIA VENDUTA
8 dicembre 2011

 

 

 Per chi non l'avesse visto, ecco un filmato illuminante -realizzato con telecamera nascosta- andato in onda il 7 dicembre scorso  su La7; da quanto si vede e si sente si evince chiaramente che gli italiani dovrebbero essere risarciti e che a deputati e senatori dovrebbero essere tolti sin da subito i vitalizi e ogni altro beneficio, perché hanno venduto l'Italia in nome dei cazzi loro ( l'espressione è presa in prestito direttamente dall'onorevole (?) Razzi, ex IdV, che afferma che il Parlamento è una banda di malviventi dove ognuno -appunto- pensa ai cazzi suoi). Il bello è che a commentare il filmato su La7 c'era proprio Di Pietro il quale continuava a dire che lui non sa, che lui crede, che lui non può conoscere tutti e blabla blabla blabla... E' evidente, invece, che Di Pietro sa benissimo tutto e gli conviene così... a lui convengono i voti a qualsiasi costo, i rimborsi elettorali a qualsiasi costo e i nominati a qualsiasi costo. Nella trasmissione "Gli Intoccabili", commentando proprio questo filmato, ha avuto il coraggio di dire che lui non vuole nominati, ma eletti dal popolo, perché questi sono costretti a rispondere al popolo. Proprio come è avvenuto al Consiglio Regionale di Basilicata dove agli eletti è stato negato l'assessorato ed è stata imposta (con telefonata di Di Pietro direttamente al Governatore Lucano) l'attuale assessore ( sig.ra Rosa Mastrosimone) che, pur candidata, non era stata scelta dagli elettori. Oggi, se la Mastrosimone ( di cui Di Pietro conosce vita, morte e miracoli, perché ben reso edotto dai dissidenti che si opponevano all'ennesima udeurizzazione dell'IdV) risponde ai diktat del Governatore e non ai cittadini ( schierandosi addirittura contro i consiglieri del suo stesso partito Enrico Mazzeo e Nicola Benedetto) pur di non perdere il suo posto in giunta, Di Pietro ancora può dire che non ne sa nulla?   Di Pietro in realtà doveva conoscere Razzi almeno quanto conosce la Mastrosimone che, probabilmente, sarà prossimamente eletta in Senato o in Parlamento perché la legge elettorale l'IdV la vuole cambiare solo a parole, altrimenti Di Pietro non avrebbe fatto eleggere in Sicilia il suo fido scudiero Belisario, né l'avrebbe garantito in due regioni nell'ultima tornata elettorale, fregando quelli che si sono spesi per raccogliere voti. Benché sia d'obbligo, però, evidenziare le contraddizioni dell'IdV ( partito pericolosissimo in quanto capace di carpire il consenso dei cittadini sbandierando valori quasi del tutto assenti al suo interno), è pure evidente che il problema dell'Italia non è solo Di Pietro, né solo Berlusconi; solo una verità,infatti, si può apprendere da Antonio Razzi, e cioè che a governarci c'è stata ( e ancora c'è) una banda di malviventi che pensa solo agli affari suoi e che noi altri in questi anni, grazie a un Porcellum e a molti porci, non abbiamo potuto far altro che avallare una compravendita di candidature nei vari partiti regolamentata da precise e sostanziose tariffe. In pratica ci è stato sottratto del tutto il diritto di scegliere i nostri rappresentanti, IN PRATICA SIAMO STATI TRUFFATI. Per questo sarebbe veramente equo fin dalla presente legislatura  togliere a deputati e senatori qualsiasi beneficio, allo stesso modo di come si toglie l'eredità a quei figli che ammazzano i genitori per potersene impossessare prima. D'altro canto, perché bisogna ritenere diritti acquisiti così evidenti e spudorati privilegi, quando i contratti dei lavoratori si modificano di continuo negli anni fino a diventare tutt'altro rispetto a quelli che in origine erano? 
 
              Anna R.G.Rivelli

 

 
 
POLITICA
ANTONIO DI PIETRO: PREMESSE E PROMESSE
22 aprile 2010

Gennaio 2008:“Fatti concreti! Né chiacchiere, né buoni propositi. Sui costi della politica l’Italia dei Valori porta a casa risultati importanti”. Con queste parole Antonio Di Pietro, nella più “sanguinolenta” delle campagne IdV, giurava sopra l’immagine di una bistecca cruda -e chi può dimenticarsela!- di voler tagliare il grasso alla politica. “Siamo solo all’inizio – gli facevano eco  Massimo Donadi e più o meno in coro tutti i dipietristi- La riduzione dei costi della politica è un nostro preciso impegno di legislatura. In futuro, punteremo ad una drastica riduzione dei rimborsi elettorali percepiti dai partiti, alla eliminazione delle comunità montane, ad un taglio netto all’esercito di amministratori locali…”

Aprile 2010: tra le poche regioni rimaste nelle mani del centro sinistra, la Basilicata organizza il proprio governo regionale. Sono giorni di fibrillazione e di lavoro spasmodico alla ricerca della quadratura del cerchio. Niki Vendola in Puglia propende per l’eliminazione di assessorati esterni; l’idea è encomiabile perché punta all’abolizione di favoritismi e clientele e, soprattutto, all’abbattimento dei costi della politica, insomma, per dirla in dipietrese ad un taglio netto all’esercito di amministratori locali…”. Ma Di Pietro è il solito buontempone! Dice, dice, dice e poi… fa il contrario: vuole ridurre i costi della casta, vuole ridurre gli amministratori, vuole, vuole, fortissimamente vuole.
La cosa che maggiormente sembra interessare in questo momento al partito dei valori sono le poltrone belle, comode e, soprattutto, numerose. Questo è l’apporto che Di Pietro si accinge a dare alla coalizione vincente anche in Basilicata dove l’IdV il grasso della politica mira a tenerselo ben stretto per dare più sapore al proprio piatto. Le pressioni che vengono fatte sul Governatore dai dipietristi lucani sono del resto di tutt’altro segno rispetto a quei “fatti concreti” che si fa sempre più fatica a rintracciare. Spunta, infatti, uno strano documento che è stato sottoposto alla firma degli aspiranti candidati regionali IdV (solo a quelli eleggibili e non a quelli di riempimento lista) come condicio sine qua non per essere ammessi alla competizione elettorale; un documento che sembrerebbe una bufala, e se non una bufala un atto estorsivo, e se non un atto estorsivo una goliardata, e se nemmeno una goliardata un’opera di espressionismo politico tracciata dalla mano di chi, avvezzo a raccattare, a far eleggere nelle proprie file e a perdere immediatamente orfani e transfughi di ogni provenienza, decide di garantirsi la fedeltà degli eletti attraverso una sorta di compravendita che ha dell’incredibile. Far crescere una classe dirigente seria e appassionata, e scegliere all’interno di essa le candidature, d’altronde, appare cosa assai banale per l’estemporanea creatività del dipietrista medio o mediocre che dir si voglia; meglio tutelarsi con un atto che se ne sbatte della volontà degli elettori e mira a gravare sostanziosamente sul bilancio della politica regionale: insomma, niente di più opportuno in un momento caratterizzato da una grande sfiducia nelle istituzioni e da una terribile crisi economica.
Ma esaminiamola quella  che viene definita “Promessa di pagamento”. In base ad essa, il candidato IdV “si impegna in caso di elezione a Consigliere Regionale e successiva designazione ad Assessore regionale a rinunciare ad uno dei due incarichi salvo espressa deroga dell’Ufficio di Presidenza”: in sostanza l’eventuale eletto che dovesse essere designato assessore, deve far posto ad un altro compagno di partito (così vengono pagati due lauti stipendi invece di uno) e deve rendersi il più possibile ricattabile, così da poter svolgere al peggio il proprio incarico. L’assessore che si dimettesse da consigliere, infatti, qualora non si allineasse alla perfezione, potrebbe essere rimandato a casa senza troppi complimenti, perdendo, e facendo perdere agli elettori che lo hanno scelto, il diritto di proseguire nell’impegno di governo: della serie, gli eletti Idv è meglio che si abituino ad essere servi sciocchi sempre e comunque. Per maggior sicurezza Antonio Di Pietro, attraverso il garante Ignazio Messina o il senatore Felice Belisario (che peraltro porta avanti trattative come se il partito fosse roba sua, pur essendo, in quanto eletto al listino, in evidente conflitto di interessi), impone quindi una penale di centomila euro a chi dei suoi uomini non dovesse sottomettersi a subire fino in fondo un “ricatto” che, in altri risvolti della stessa “Promessa”, sembra addirittura scritto per una gag di Ficarra e Picone. L’eletto, infatti, dovrebbe corrispondere al partito la somma di 3500 euro mensili, ma i contraenti convengono che qualora “una volta eletto aderisca al Gruppo consiliare regionale dell’Italia dei Valori… il rimborso forfettario previsto possa essere significativamente ridotto rispetto a quanto pattuito” dove quel significativamente sta per ridotto di ben 2000 euro oltre alla solita penale di centomila euro, prevista anche in caso di mancata iscrizione, che ovviamente non dovrebbe più essere versata. Di questo saldo di fine stagione, che riduce la politica ad un paio di mutande di lana, ci sarebbe da ridere se non ci si dovesse accorgere che la clausola evidenzia il fatto che gli eletti potrebbero non “azzeccarci” nulla col partito e che l’iscrizione al Gruppo IdV viene sostanzialmente pagata una cifra di gran lunga superiore allo stipendio medio dei tanti che inneggiano all’opposizione, alla resistenza, alla legalità ed alla giustizia sociale promossa a chiacchiere dall’Italia dei Valori.
Ovviamente non si può che ritenere carta straccia un accordo di tal genere che molto somiglia a quello che certi datori di lavoro fanno firmare alle giovani donne per poterle licenziare senza scrupoli qualora dovessero rimanere incinte. La dice tutta, però, su un certo modo di fare politica e sul grande inganno ordito nei confronti di chi viene convinto, e se dalle televisioni o dai blog non cambia molto, della bontà di un progetto politico che nella realtà non esiste nemmeno.
E’ bene che la gente conosca certi backstage di partito, è bene che sappia che dietro certe scelte che sanno di promozioni rosa e di esaltazione del merito ci potrebbero essere e ci sono logiche meno edificanti. E bene sarebbe che gli eletti IdV fossero capaci di uno scatto di reni che ne definisse la reale personalità davanti agli occhi di chi ha dato loro fiducia.
Il Governatore ora può scegliere se e come rendersi complice di certe strane “Promesse”.
                                         Anna R. G. Rivelli
POLITICA
TRA IMPASTATO E LA RESISTENZA
26 maggio 2009

 

         “Se qualcuno aveva dei dubbi da che parte io potessi stare, da che parte noi potessimo stare, noi siamo tra Peppino Impastato e la Resistenza”. Di fronte a queste parole pronunciate da Luigi De Magistris al Palapartenope di Napoli lo scorso 23 maggio, l’immagine sfocata e obsoleta di partiti costruiti con le sabbie degli interessi oligarchici si frantuma definitivamente e si scopre in tutta la sua pochezza.

Non si può voler chiudere gli occhi, nessuno può voler chiudere gli occhi su quello che nella nostra Nazione sta succedendo se non ha un interesse specifico capace di sovrastare il senso stesso dell’umiliazione e dell’assassinio di quella Democrazia per cui tanto sangue pure è stato versato e tanto dolore ancora ne scorre. La carrellata di volti e di nomi che oggi si affastella sui muri, che riempie le buche delle lettere e imbratta di cartacce le nostre strade è la replica di un film già visto; tra slogan che ci parlano di futuro, di presente, di nuovo, di solidarietà, svuotando nel perimetro di faccioni semiridenti e pose languide da divi il meglio del sentimento comune di un popolo, ognuno tenta di fare il fiocco al proprio pacchetto di voti nella speranza di recuperarsi nel day after un posto al sole, dentro quel sole malato che altro non ha prodotto che cancro.
Il progetto piduista e antidemocratico del nostro Premier è ormai scoperto. L’informazione pubblica è nelle sue mani, la magistratura è sotto fuoco incrociato, il Parlamento è minacciato, la Costituzione attaccata; l’etica nelle istituzioni non si sa più cosa sia e persino le vicende personali e familiari del massimo esponente della casta vengono utilizzate per distrarre l’opinione pubblica o per rappresentare un’aureola di martirio intorno all’”eletto” che in nome di quella elezione ritiene di aver acquisito poteri di vita e di morte sull’Italia intera.
La risposta dei partiti ( quando di risposta si tratta e non di doppia voce in un coro) è debole e incerta; rispetto a questa deriva antidemocratica - dice Di Pietro che è forse l’unico a non aver timore di mostrar contezza della situazione reale - '' invitiamo la migliore società civile a reagire e a farlo prima che sia troppo tardi. Riteniamo, infatti, che il passo dall'indifferenza alla connivenza sia breve e che, da un momento all'altro, continuando così, si arriverà sicuramente ad una dittatura di non ritorno''. E intanto anche lui è costretto a gridare da Napoli “Non voglio che votate Italia dei Valori, voglio che votate le persone”, perché anche lui è costretto a constatare tra le fila del suo partito, sotto il marchio dell’IdV, le infiltrazioni di mestieranti e “pacchettari” della politica che non sempre i suoi uomini fidati nelle diverse Regioni hanno voglia o forza di evitare.
Ripartiamo dalle Persone, dunque; evitiamo le indicazioni di partito, lasciamo perdere la disciplina e anche gli “affetti” elettorali dei parenti ed amici più o meno lontani e pretendiamo il rispetto del nostro diritto, sottraendolo alla paura del controllo in sezione che pure, vergognosamente, fa vivere la nostra preferenza sotto lo spauracchio della sua tracciabilità. Riprendiamoci per intero la nostra libertà, persino quella di cui Theodor Adorno diceva “… non consiste nello scegliere tra questo e quest’altro, ma nel poter non scegliere”.
Ma la libertà è cultura e anche la cultura, oggi, è troppo spesso schiava e per ciò stesso non è più tale. Nell’era dell’equazione apparenza/esistenza il non apparire é scambiato per il non esistere e l’intellettuale si è piegato, troppo spesso, alla logica di un potere che lo riconosce soltanto se si vende e si rende funzionale a un progetto. Il potere, il potere che cancella autorità e autorevolezza, “è anonimo, vuoto, indifferenziato – scriveva Pietro Citati nel gennaio 2007 - … nebbioso, gelatinoso, vischioso: aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che non lo amano …”.
E allora sveglia! La cultura non ha nessun bisogno del potere, non di quello almeno che imbandisce la tavola del precostituito, del bianco e nero senza sfumature, del non esisti se non voglio io. Allora sveglia, uomini dei corridoi, donne delle pari opportunità! Sveglia, intellettuali lucani, se ci siete, se non servite ormai solo a riempire del vostro nome anelante alla gloria i volumi-epitaffi stampati dal potere, se non vi aspettate un sorriso da una piazza Venezia qualsiasi o una moneta nel vostro cappello. Sveglia! Non esiste poesia senza libertà, non vive un colore senza la passione del vero; non sarete nessuno mai, se in questa Resistenza non dimostrerete di essere uomini liberi.
                                                                            Anna R.G. Rivelli
POLITICA
MANDIAMO COMBATTENTI IN EUROPA
17 maggio 2009

L'Europa non è un termovalorizzatore dove si trasforma in energia la spazzatura. Ciò che è spazzatura rimarrà tale anche in Europa e, se non si farà attenzione a mandare gente con gli attributi giusti,  il rischio è quello di perdere l'ultimo baluardo e la speranza di poter avere aiuto per salvare la nostra democrazia.

PERCHE' LA NOSTRA DEMOCRAZIA E' IN PERICOLO

votare è un diritto, VOTARE BENE E' UN DOVERE

 

POLITICA
E SPERIAMO CHE SE LA CAVI
18 febbraio 2009

Un’altra Regione è andata. Dal momento che non si può pensare ad un problema climatico se il centro destra sta inghiottendo le isole ed erodendo le coste d’Italia, forse una riflessione seria ci vorrebbe da parte di tutti e non solo da parte dei vertici del mondo politico. Forse dovrebbe essere proprio la gente a valutare con più attenzione ciò che sta succedendo e a documentarsi su quello che è il reale pericolo che incombe su questa Nazione. Ormai dovrebbe essere chiaro che il conflitto di interessi mai risolto ha concentrato nelle mani di uno ( e dei suoi molti servitori) l’enorme possibilità di manipolare l’opinione pubblica fino alla dolce schiavitù capace di coccolare nell’illusione del pensiero; in sostanza non solo è sottratta alla gente la verità su cui discutere, ma le è data in pasto la discussione preconfezionata sulla menzogna e sulle questioni artificiali, cosicché tutti ci si possa avviare alla meta prefissata, persino non con l’aria dei qualunquisti rinunciatari, ma con quella degli impegnati ben informati.

Per dirla tutta e per non lasciare spazio ad equivoci, va sottolineato innanzitutto che il problema Berlusconi in questo Paese c’è eccome. Va ribadito ( almeno per quanti non se ne fossero accorti) che mentre si alimentava fino al cattivo gusto la discussione sulla Englaro, il Governo elaborava una serie di provvedimenti osceni, sostenendoli con argomentazioni palesemente contraddittorie. Valga a mo’ di esempio la “stretta” sulla sicurezza che si avvale paradossalmente di provvedimenti tesi a togliere potere e autonomia a giudici e forze dell’ordine. Il problema dell’Italia in questo momento è Berlusconi e non bisogna avere timore di dirlo. Il problema Berlusconi sopravanza anche la crisi, per il fatto stesso che la di lui smania di sistemare le sue falle e preparare la sua ulteriore ascesa lo inebria dell’illusorio potere di risolvere le questioni più gravi (come la crisi, appunto) con un moto di ottimismo ed un invito a continuare a spendere; il problema Berlusconi sopravanza quello dell’immigrazione clandestina, quello della povertà crescente, quello degli stupri, se è vero come è vero che le sue azioni sono colpi di teatro che vivono di propaganda e di finzione ( vogliamo parlare della social card, della denuncia degli immigrati da parte dei medici, delle regalie fatte con l’indulto ai delinquenti di ogni specie?). Con tutto ciò ancora oggi, nella premiata sartoria delle libertà alla sconfitta del centrosinistra in Sardegna è stato confezionato un abito che ben si sono tutti attrezzati a propagandare. Ignazio La Russa e Pierferdinando Casini, in contemporanea col festival di Sanremo, si esibiscono a Ballarò con la solita canzone: l’analisi delle debolezze del PD e, guarda caso, da scrupolosi nunzi del vangelo secondo Silvio, cercano di convincere la gente che la debolezza dell’opposizione sia proprio quello che in realtà è l’unico e certo punto di forza, cioè Di Pietro. La cosa non può meravigliare più di tanto, comunque, finché ripetuta da cotanti apostoli. Lo sconcerto vero, però, aumenta quando è proprio il centro sinistra a mostrare incapacità di fare analisi coraggiose e di rivedere coerentemente i propri passi.

Il PD meno L, come ironicamente ama definire Grillo il Partito Democratico, è nato e cresciuto (quel poco che è cresciuto) con un grave difetto genetico: quello di essere sostanzialmente P&D, una specie di società a conduzione più o meno familiare dove le famiglie, con i loro capostipiti e con la loro numerosa ed avida prole, non si sono mai amalgamate veramente, ma piuttosto hanno continuato a rivendicare marchi di origine e, di conseguenza, postazioni, ruoli e poltrone. Il PD, insomma, è stato un’operazione di facciata nella quale, purtroppo, ci sono stati apparentamenti di interesse e relazioni ipocrite incapaci di rimanere nascoste anche agli occhi dei più ingenui. Tutto il rinnovamento che il Partito Democratico è riuscito a produrre, peraltro, si può sintetizzare nella recente proposta di nominare Mina senatrice a vita, tanto per alimentare la fama internazionale di un Parlamento la cui statura politica si misura con gli indici di ascolto. Il problema del PD, dunque, è il PD stesso, non Di Pietro che, caso mai, ne è stato l’unico alleato leale e scaltro nel comprendere fin da subito a quale deriva pericolosissima l’Italia si stava avviando al ritmo pacato di un buonismo tatticamente inconcepibile.

Di Pietro fa paura, dunque, e lo si attacca perché è l’ultimo baluardo della nostra Democrazia. Il problema Berlusconi esiste. Il PD ad aprire gli occhi …speriamo che se la cavi.

                                                Anna R. G. Rivelli

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