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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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noicittadinilucani@alice.it

 

 

  

 

 

 

 

  

 

  

 
 

 

  
  

 

 

 

  

  

 

 

 

   

 

 

 

 


 



 
 

 

 


 

 

 
 

 


 


 


 


 


 

 


 


 


 


 


 


 


 


 

 


 

 


 





 

 

arte
IL NUOVO SITO DI SINERESI
26 novembre 2018






Il nuovo sito della rivista
SINERESI
Il diritto di essere eretici
è disponibile all'indirizzo

www.sineresiarte.it



Chi volesse, può inviare notizia di mostre e di eventi culturali per eventuale pubblicazione nella sezione Clip del sito

CULTURA
I "LEVISMI" DI UNA CLASSE POLITICA ARRETRATA
21 giugno 2015


Levi è un fatto. Il levismo, come molti “ismi”, una degenerazione di maniera. Levi è la storia, il levismo l'antistoria. Levi è stato lo sguardo su un presente che urlava bisogno di futuro; il levismo è lo sguardo a un passato che si vuole trasformare in zavorra per il presente. La questione non riguarda pertanto Levi e la Basilicata di allora, ma riguarda noi e la Basilicata di oggi che, certamente figlia del suo passato, come tutti i figli ha un suo proprio DNA che la rende diversa e unica. La stessa pena che prova pertanto il Di Consoli nei confronti di chi vorrebbe “superare il levismo” la si può a ragione provare nei confronti di una pubblicazione fatta a spese della cittadinanza, la rivista Appennino edita dal Consiglio Regionale della Basilicata, nella quale ben sessantadue pagine ci parlano, riparlano e straparlano di Levi, mentre qua e là ricompaiono foto di placidi buoi e donne ruspanti col “maccaturo” in testa. Ma le ragioni di una scelta così all'avanguardia ce le spiega Piero Lacorazza (componente del comitato di direzione insieme ai consiglieri Polese, Castelluccio, Mollica e a quel Galante che forse perciò non trova tempo di dare risposte ai cittadini auditi in IV commissione) non tanto sulla rivista stessa, ma su facebook dove scrive in similrenzese “Le ragioni di Appennino. È anche APP è anche PENNINO”. In realtà app va tanto di moda e il pennino deve essere appunto quello originalissimo che spicca in copertina, esemplato -diciamo così- sul noto logo di una casa editrice lucana. Il nocciolo della questione, dunque, non è Levi ( che oggi, da testimone spassionato, aborrirebbe dal levismo guardando a questa Basilicata ), ma il mai progettato progetto culturale della Regione Basilicata che, con la modica cifra di circa tre milioni di euro, ha avuto il barbaro coraggio di presentare all'Expo di Milano un padiglione a metà tra una Ikea in allestimento ed un rifugio Caritas, in cui spiccava la voce di una abortita contemporaneità nel suono fastidiosissimo degli enormi campanacci gettati all'ingresso a testimoniare l'arretratezza drammatica di tutta una classe dirigente. È penoso dover denunciare sempre il medesimo andazzo, così penoso da far passare la voglia di fare domande come di attendere risposte tanto da un Presidente Pittella, afasico o inconcludente di fronte ai quesiti più scomodi (petrolio docet), quanto da un partito regione che questo andazzo lo conosce bene ma lo denuncia evidentemente solo in campagna elettorale -come per la questione Zetema di Matera- dimostrando di voler essere difensore non dei cittadini, giammai della cultura, ma solo dei propri particolari interessi. Eppure sarebbe un diritto di tutti sapere quanto costa una pubblicazione, sulla base di cosa in Regione si acquistano libri, si erogano contributi o si distribuiscono stelle al merito, per quali diritti acquisiti vengono gettonati sempre gli stessi cantori, se non è almeno un tantinello confliggente con l'interesse pubblico che il direttore di una delle testate lucane più importanti venga “arruolato” a una qualche sequela. Sarebbe un diritto, è un diritto. Ma le risposte -si sa- in Regione Basilicata si possono attendere dalla Corte dei Conti e dalla Magistratura, non da altri.
Per questo Levi non c'entra nulla, non ha bisogno di difensori né di detrattori, ha bisogno di essere giustamente collocato e non evocato come uno spirito inquieto nell'angoscia di un lutto mai elaborato. La Basilicata necessita invece di una narrazione che la restituisca alla contemporaneità, che ne accentui le potenzialità perché si trasformino in atto, che non sia solo trito studio antropologico, per certi versi antropofagizzante rispetto al presente. Ed ha bisogno di libertà, di una libertà che la svincoli dai quei meccanismi feudali che la costringono a guardare al passato perché al presente è più prudente non guardare, perché dare voce a qualcuno non fidelizzato potrebbe tornare scomodo, perché prospettare un orizzonte più articolato potrebbe far perdere il controllo al dominus di turno, perché non di soli parquet, francobolli e provoloni silani si vive in Regione, ma anche di mance che chiudono bocche. Ma certo Levi è il migliore di noi, perché come dice Leo Longanesi “Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”.

                                    Anna R.G. Rivelli

POLITICA
VITO PRO VITO
19 luglio 2011

 

Questione morale e cultura hanno in un certo senso numerose affinità, non solo perché permettono sempre, come negli ultimi giorni, che impazzi il dibattito sui giornali, ma soprattutto perché tra gli argomenti utili a rinfrescare l’alito della politica sono i più sputtanati e, nonostante questo, ancora i più utilizzati, quelli, insomma, che vengono tirati fuori da polverosi armadi (in cui pare coabitino con molti scheletri) ogni volta che ci si vuol dare un po’ di lustro e, magari, strumentalmente chiamarsi fuori dalle beghe e dalla ignoranza nelle quali solitamente si sguazza.  Non è un caso che uno dei più noti grilli parlanti, nonché intermittente ghostbuster della politica regionale, sputi veleno nel piatto solo dopo aver ben fatto la scarpetta con ogni sugo e contestualmente confonda la cultura con l’affannosa ricerca di un qualche personaggio noto da candidare in extremis per dar luce ai tanti relitti lasciati alla deriva da altri mari.
Il campo della cultura, d’altronde, si presta assai bene alla coltivazione intensiva di clientele politiche, specialmente perché troppo spesso incentivi e contributi vengono elargiti senza entrare nel merito, senza comprendere, per dirla fuori dai denti, che certi versi pubblicati a nostre spese sono tutt’altro che poesia, che certi banchetti sparsi per la città con scrittori-mendichi dimenticati là dietro non sono eventi culturali, che in  certe piogge di contributi è più facile inzupparci il pane che veder crescere una buona pianta. In assenza di coerenti e qualificati progetti che giustifichino un finanziamento alla sagra del pane e frittata piuttosto che a quella del latte degli uccelli,dunque, è ovvio che torna più utile ingraziarsi i mediocri pronti all’inchino o i sodali di comprovata fede anziché promuovere le eccellenze che potrebbero alla lunga rivelarsi voci scomodamente libere. Chi paga, per esempio, certi fogliacci pieni del nulla più assoluto che fastidiosamente riempiono le nostre cassette delle lettere? Quanti e grazie a chi si fregiano del titolo di direttore di uno di questi giornaletti e quante sviolinate dovranno poi dare in cambio? Chi ingaggia cotanti sagrestani e servitori di messa in certi eventi da scala mobile? E ancora, in base a quali meriti si decide che siano meritevoli della ribalta della Rai alcuni e non altri egualmente improbabili licantropi? E con quale onestà intellettuale nello stilare “storiche” graduatorie di scrittori si fa rientrare nei bicchierini da liquore solo la parte più familiare della pipì di certi cavalli?
Così è se vi pare - verrebbe da dire-  ma purtroppo così è anche se non vi pare. Più che al Vito contro Vito di cui parlava opportunamente il direttore Leporace, infatti, in materia di cultura si può dire certamente che ci si trova sempre di fronte ad un Vito pro Vito, un Vito pro domo sua in cui l’arte è una tappezzeria di lusso e la cultura è un mantra che pacifica persino lo stupro politico dei congiuntivi. Sfugge, infatti, alla recente lucanità del nostro Direttore che la curatrice Gavioli ha in tempi non remoti dichiarato che la pittura in Basilicata non esiste, cosicché deve sembrarle cosa assai più proficua “civilizzarci” con le avanguardie artistiche ungheresi che propongono oggi quello che in Italia apparteneva alla figurazione degli anni ’70. Tutto questo con buona pace dei tanti Giocoli che persino quando sono ricordati con impegno gratuito dai pochi kamikaze ancora disposti a farsi saltare in aria in nome di un ideale stentano a collocarsi in posizione adeguata, sopraffatti come sono dal ridondare di certe promozioni.
Non me ne voglia quindi né un Vito né l’altro se qualche parola scevra di politichese me l’aspetto anche io; sanno forse entrambi che per natura sono alfieriana e credo fermamente che l’intellettuale  per conservare la propria libertà deve “per primo fondamentale precetto star sempre lontano dal tiranno, da’ suoi satelliti, dagli infami suoi onori, dalle inique sue cariche, dai vizi, lusinghe e corruzioni sue, dalle mura, terreno e aria persino che egli respira, e che lo circondano”; proprio per questo mi permetto di ricordare ad entrambi che la vera cultura non può esistere dove non c’è libertà e che non è necessario un vero tiranno, ma basta anche un sovrano poco illuminato a  fare della cultura il più ipocrita dei business della corte. E in questa Regione un Vito e anche l’altro di sicuro non sono tiranni, ma entrambi sono sovrani; di luce, però, se ne vede assai poca.
 
                      Anna R.G. Rivelli
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