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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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diritti
UNA QUESTIONE DI GIUSTIZIA
31 agosto 2018

Si è parlato spesso su questo blog della dolorosa vicenda del dottor Carlo Gaudiano, valente ematologo di Matera, il quale dal 2001 sta patendo una ingiustizia a cui non si è posto rimedio neanche dopo una sentenza di tribunale datata 2012. Il Dottor Gaudiano in questi 17 anni ha svolto la sua attività come volontario in Albania, ottenendo risultati eccellenti, riconosciuti dalle istituzioni locali, nella prevenzione delle emoglobinopatie e dell’anemia mediterranea. Nella sua terra, invece, ha subito – come recita la sentenza- “un progressivo attacco alla sua professionalità” nonché “una condizione di umiliante isolamento”.

Oggi la Sanità della Basilicata è stata sconvolta da una inchiesta che ha portato agli arresti i vertici dell’Azienda Sanitaria e lo stesso Governatore della Basilicata, Marcello Pittella, che è ai domiciliari dal 6 luglio scorso. A sostituirlo nelle funzioni di Presidente della Giunta è la dott.ssa Flavia Franconi, assessore alla Sanità della Regione Basilicata ormai da cinque anni. Neanche lei sembra avere intenzione di dirimere questa questione facendo sì che vengano restituiti al dottor Gaudiano ruolo e competenze illegittimamente sottrattegli.

Al di là della dolorosissima storia personale di Carlo Gaudiano – colpito nel pieno della carriera e del successo professionale, ma ormai prossimo al pensionamento - la vicenda assume un carattere simbolico.

SE NEANCHE UNA SENTENZA DI TRIBUNALE PASSATA IN GIUDICATO RIESCE A GARANTIRE LA GIUSTIZIA AI CITTADINI VESSATI DA UN POTERE MALATO, VUOL DIRE CHE I CITTADINI NON POSSONO AVERE PIÙ NULLA IN CUI CREDERE.

SE LA GIUSTIZIA NON ESISTE PER UNO, LA GIUSTIZIA NON ESISTE PER NESSUNO. E un’ingiustizia, ovunque fatta, è un’ingiustizia fatta al mondo.

Per questo vi chiedo di firmare la petizione che trovate al link qui sotto. Per chiedere giustizia e rispetto della legge; per dire a chi ci governa che governare è un servizio, non un ergersi a proprio piacimento al di sopra di tutto. Firmate non per Carlo Gaudiano, ma perché un Carlo Gaudiano non ci sia mai più.

Grazie a chi ci aiuterà.

la petizione è a questo link (se non si clicca, copiarlo e incollarlo nella barra degli indirizzi)

https://www.change.org/p/flavia-franconi-giustizia-per-il-dottor-carlo-gaudiano?recruiter=275372216&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_for_starters_page







diritti
ALMENO UN TAPIRO D'ORO (Gaudiano story: aspettando Godot)
1 dicembre 2014


Il 27 novembre scorso il Dott. Carlo Gaudiano, medico materano finito suo malgrado al centro di una terribile e ormai arcinota vicenda di mobbing, è stato audito presso la Quarta commissione della Regione Basilicata in merito ad un ennesimo comportamento ostativo posto in essere dall’Azienda Sanitaria di Matera nei suoi confronti. Certo è che la notizia dell’audizione proprio non può considerarsi uno scoop dal momento che è la terza volta che una volenterosa assise regionale, variamente composita, ascolta una vicenda che ha dell’assurdo, si stupisce, si indigna, promette battaglia e poi … e poi non si sa come andrà a finire questa volta, ma bene si sa come è andata a finire le altre due. La prima audizione del Dott. Carlo Gaudiano (da non confondersi con quel Dott. Vito Gaudiano che in questa storia pure ha un ruolo, sebbene assai diverso) risale niente di meno che al luglio 2002, quando la penosa vicenda era ai suoi albori e sarebbe stata ricomposta con conseguenze assai meno gravose e dolorose se solo qualcuno l’avesse presa seriamente in considerazione. Dopo più di dieci anni poi, il 18 marzo 2013, con una nuova audizione, la Quarta Commissione regionale prendeva atto del fatto che, mentre la politica dormiva i suoi sonni più profondi, un tribunale aveva riconosciuto che nei confronti del Dott. Carlo Gaudiano erano stati posti in essere comportamenti ed azioni lesivi della sua dignità umana e professionale ed intimava che la vittima fosse risarcita con una somma di denaro nonché, principalmente, con il ripristino totale del suo ruolo; ruolo che, peraltro, era non da poco, se si considera che grazie al suo impegno ed alla sua passione proprio a Matera, nel luglio del 1990, fu fatto il primo prelievo in Italia di cellule staminali da sangue cordonale e che nel 1996 fu istituita a Matera una banca di cellule staminali da sangue cordonale tra le prime in Europa. Di fronte a tali sviluppi il consigliere Venezia, che aveva caldeggiato l’audizione, si indignava, il consigliere Mazzeo ricordava di aver già fatto una interrogazione regionale in merito e sottolineava la necessità di audire l’assessore, mentre il consigliere Romaniello, per buon peso, chiamava in causa anche il direttore generale dell'Asm con il quale –diceva- bisognava verificare la coerenza tra le scelte politiche e gli atti fatti dall'Azienda. Paradossalmente tutto questo accadeva quando dall’inizio della storia si erano già avvicendati ben cinque direttori generali.

Il 27 novembre scorso –dicevamo- si è tornati punto e a capo: nuova audizione, stesso copione, diversi, ma non tutti, i consiglieri presenti; per la cronaca Bradascio, Napoli, Rosa, Romaniello, Cifarelli, Pace, Perrino, Galante e Santarsiero (quest’ultimo non membro ufficiale della commissione). Il Dott. Gaudiano racconta per l’ennesima volta la vicenda e per l’ennesima volta suscita l’indignazione dei presenti i quali, peraltro, devono prendere atto del fatto che la già citata sentenza è ormai passata in giudicato e ciò nonostante il medico, riconosciuto vittima di circa dodici anni di mobbing, non solo non ha riottenuto quanto ingiustamente è stato sottratto alla sua dignità umana e professionale, ma è ancora ostacolato nel suo lavoro al punto che gli vengono negati dati che, in qualità di dirigente medico responsabile dell’U.O.S. emoglobinopatie, gli sono addirittura necessari. E così, a distanza di quasi due anni, si ripetono anche le conclusioni a cui giungono, più o meno unanimemente, tutti i consiglieri: è necessario convocare il direttore dell’Asm nonché l’assessore (nel frattempo cambiati entrambi, oggi rispettivamente Andrea Sacco e Flavia Franconi, allora invece Rocco Maglietta e Attilio Martorano ) e ripristinare lo stato di legalità, verificando anche il perché di fatti e circostanze evidenziati dal Dott. Gaudiano che sembrano confliggere con le norme di trasparenza e anticorruzione. Insomma, ottimo risultato. Ottimo apparentemente. Il rischio, infatti, è quello di ritrovarsi qui tra circa un paio d’anni ( Dio non voglia tra altri dodici!) a ripromettersi di audire un ennesimo assessore, un direttore nuovo di zecca (anche se questo è difficile, visto che gira e volta è la solita staffetta) per ripristinare uno stato di legalità di cui evidentemente si sarà persa ogni cognizione e per verificare a babbo morto l’impossibilità di applicare la sentenza. Ma qui non ci sono fan dell’apocalisse e nemmeno gufi, almeno per non dispiacere al Totem del Governatore che tali innocui volatili sembra intravederli un poco ovunque; in fondo qui ci sono persone che ancora, persino contro ogni logica evidenza, mostrano di credere nella politica e nelle Istituzioni, nonostante un centro di eccellenza per le staminali praticamente distrutto, nonostante una straordinaria banca cordonale buttata via, nonostante un licenziamento ingiusto, oltre dieci anni di mobbing, una caterva di tentativi di delegittimazione e un danno immane per le casse e l’immagine della Regione; e nonostante un’inutile “lezione cardiochirurgia” del San Carlo in cui si è giunti al morto a furia di non vedere, non sentire e non parlare. In fondo per Carlo Gaudiano si spera e si attende una definitiva e positiva risoluzione della vicenda, capace di conciliare le mutate situazioni interne all’Azienda Sanitaria senza continuare a ledere il diritto di un professionista che oggi sta dimostrando all’estero di essere una grande risorsa e, paradossalmente, sta portando vanto a questa regione che non ha saputo o non ha voluto difenderlo. O in mancanza, ci si attende almeno un premio, Presidente Pittella, per un cittadino che crede nella legge, crede nella giustizia e ancora ha voglia di rivolgersi alla politica per chiedere di rimediare ad un danno che la politica stessa ha perpetrato. Un premio sì, che altro non potrebbe essere che un tapiro d’oro.

                                                 Anna R. G. Rivelli                                                                                                                                                               

CULTURA
IL POPOLO MATERANO TRA STORIA E BIOLOGIA
9 marzo 2014
diritti
PARTENDO DALLA CROCE A CUI SONO INCHIODATI GLI AMMALATI
25 gennaio 2014



Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera aperta della Presidente di Domos Basilicata, Rosa Viola,   indirizzata al Presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella



Caro Presidente,

nell’augurarle buon lavoro per il gravoso impegno  a cui è stato chiamato da qualche mese, non posso nasconderle che, come molti cittadini lucani, ero curiosa di conoscere i nomi degli assessori  che  avrebbero collaborato con Lei nel governo della nostra regione. Oggi questi nomi sono noti  e al di là di qualsivoglia perplessità, che pure molti hanno espresso, ritengo che debba essere accolto con favore chiunque abbia la buona intenzione e la competenza per mettersi al servizio del bene comune e assolvere ad un compito così alto come la buona amministrazione Per questo, in qualità di presidente di Domos Basilicata, associazione che, da anni, si occupa di donazione di cellule staminali emopoietiche da sangue midollare, periferico e cordonale, non posso che dare il benvenuto al nuovo Assessore alla Salute della regione Basilicata, dott..ssa Franconi, che, alla sua prima uscita pubblica, si è messa in evidenza per aver manifestato la volontà di rimuovere il crocifisso dal suo ufficio per farne un luogo accogliente e aperto a tutti.

Sono molto contenta che il nuovo assessore sia partito dalla Croce  e mi sento in perfetta sintonia con Lei perché anche noi, nel nostro impegno quotidiano in favore della donazione del midollo osseo, partiamo proprio dalla Croce : quella croce alla quale sono inchiodati i nostri ammalati,  spesso bambini , a cui non possiamo far mancare il nostro aiuto e la nostra solidarietà.

E dunque, caro Presidente, vengo al motivo di questa mia lettera per sottoporle ancora una volta la questione della raccolta del sangue cordonale in Basilicata. Come Lei ben sa, per esserne stato primo firmatario quando era Presidente della Commissione sanitaria regionale, la legge regionale che istituisce la rete di raccolta del sangue cordonale in Basilicata, è la legge n.23 del dicembre 2007. Quella legge  arrivava dopo che a Matera, con l’avallo delle istituzioni regionali, era stata scritta una delle pagine più tristi e più amare della Sanità lucana ed erano state buttate nella spazzatura oltre cinquecento sacche di sangue cordonale donate da altrettante mamme, me compresa, che si erano illuse di poter donare la vita due volte: una volta ai loro bambini, l’altra ad un bambino ammalato. Il tutto per distruggere professionalmente un medico, il dott. Carlo Gaudiano, responsabile della banca regionale di sangue cordonale, che si poneva, per così dire, al di fuori del sistema, tant’è che lo stesso fu addirittura licenziato dall’Azienda ospedaliera di Matera ed ha dovuto attendere una sentenza del giudice del lavoro per essere pienamente e definitivamente reintegrato, ma solo fisicamente e non professionalmente, perché ancora attende di essere restituito al suo ruolo e alle sue funzioni. Ma anche questa è storia, caro Presidente, che Lei ben conosce.

Finalmente nel 2011, dopo tre anni dall’approvazione della legge 23, riparte la raccolta del sangue cordonale in Basilicata, ma siamo a tutt’oggi  lontanissimi da quelle cinquecento sacche che furono bancate nell’ormai lontano 2006, nonostante oggi  siano state coinvolte tutte, o quasi, le ostetricie della nostra regione, nonostante siano stati accreditati tutti, o quasi, i punti nascita della nostra regione, nonostante siano state destinate e, permettetemi di dire sprecate, risorse per trasportare i cordoni raccolti fino alla Banca di Roma, perché non c’è stata la volontà di istituire una nuova banca, dopo la distruzione di quella già esistente, e non si è voluto individuare una banca di una regione più vicina, dove far confluire i cordoni, il che avrebbe permesso un notevole risparmio di fondi che sarebbero potuti esseri impiegati per migliorare l’organizzazione di tutte le procedure previste. Perché è purtroppo proprio l’organizzazione ad essere estremamente carente, soprattutto nell’Azienda ospedaliera S. Carlo, dove, a fronte del più elevato numero di parti della regione, i cordoni finora raccolti sono nell’ordine di poche decine e dove ascoltiamo quotidianamente lamentele di donne, che pur manifestando la volontà di donare, per un motivo o per l’ altro non riescono a farlo.

Abbiamo infatti potuto sperimentare, occupandoci quotidianamente di donazione di sangue cordonale, che è molto cresciuta la sensibilità delle donne su questo tema ma non si è ancora sviluppata una vera cultura della donazione negli operatori sanitari( ostetriche e ginecologi) che dovrebbero esseri i primi promotori della donazione di sangue cordonale e che invece spesso vedono la raccolta dei cordoni come una perdita di tempo o un impegno in più non retribuito e non avvertono nemmeno l’esigenza di formarsi per questo compito, tant’è che disertano anche i corsi di formazione che Domos organizza a spese proprie.

E allora, caro  Presidente e caro assessore Franconi, forse sarebbe il caso , anche per riparare al mal tolto,di restituire al Dott. Carlo Gaudiano il compito di occuparsi di sangue cordonale perché se, da solo, con il solo supporto del volontariato, è riuscito allora a raccogliere cinquecento sacche, oggi con ben altre risorse umane e materiali a disposizione, forse  potrebbe fare ancora meglio per alleggerire quella croce da cui siamo partiti.

                                              Rosa Viola (Presidente Domos Basilicata)

                                     



POLITICA
LO SDEGNO NON SCEMA, LA FIDUCIA SI'
15 luglio 2013

Cara Lucia,

sul Quotidiano di questa domenica un trafiletto in pagina politica ha attirato la mia attenzione assai più della solita bagarre spartizionista che per molti cittadini è ormai oggetto di disgusto più che di interesse. L’autore del brevissimo scritto si domandava se, dopo i giorni di fuoco di Rimborsopoli, lo sdegno della gente sia scemato fino a mitigare “i giudizi e soprattutto il clima forcaiolo”, nonché a cancellare il dibattito su tanto scandalo. In effetti dovremmo supporre che le elezioni di novembre saranno la conseguenza del famigerato festival regionale degli scontrini, ma la vicenda defilippiana lascia molti interrogativi sulla reale causa delle dimissioni del Governatore ed ancora una volta ci suggerisce l’idea che i lucani sono l’ultima preoccupazione del partito regione. Per questo non è difficile accorgersi che da Rimborsopoli ad oggi, lungo l’asse di un percorso cominciato già da molto tempo, non è diminuito lo sdegno, ma è aumentato il senso di sfiducia ed è scemata fino quasi ad annientarsi la speranza che si possa cambiare veramente qualcosa attraverso azioni democratiche. Le molte cose che tu stessa denunci sul tuo giornale, le troppe cose che aleggiano senza che nessuno abbia il coraggio di scriverle (visto che, tra l’altro, la querela è diventata una specie di replica attesa), ci dicono che in realtà la democrazia esiste solo nelle parole, che non tutti siamo uguali davanti alle istituzioni e che essere figlio o affiliato di un Qualcunissimo è sempre più vantaggioso che non esserlo. E allora, il dibattito lo manteniamo vivo a che pro? Per dar modo al tizio o al caio di rafforzare la propria immagine di martire inventandosi risposte potteriane? Per far sì che tutti si dichiarino sereni e fiduciosi nella Magistratura? O perché magari accusino i magistrati di entrare a gamba tesa nelle vicende politiche? Sta di fatto che, per quanto sia orribile a dirsi, non è la Magistratura che si appropria del ruolo della politica, ma è l’onanismo di questa nostra politica che rende necessario l’intervento della legge. La vicenda oscena dei rimborsi non poteva forse essere evitata o corretta politicamente? Ed oggi c’è davvero bisogno di aspettare assoluzioni e condanne, o non basterebbe una classe politica seria che cernesse da sé ? Sicuramente provoloni silani, parquet, week end e feste di comunione resterebbero nel setaccio senza incomodare il tribunale. E invece mentre cotanti statisti regionali fanno a randellate tre loro ( l’ambizione di ognuno, Lucia, sarebbe sacrosanta se la prima ambizione di tutti fosse il bene comune), la Magistratura ha definito la questione del dott. Carlo Gaudiano che, dopo anni di tribolazione, ha finalmente ottenuto un risarcimento economico ed attende (ancora attende!) il pieno ripristino del ruolo che gli è dovuto. Va ricordato che il risarcimento economico è stato ottenuto solo per via giudiziaria con il sequestro dei soldi dei ticket sanitari (cioè con il sequestro dei nostri soldi), nonostante ancora il 18 marzo scorso la IV commissione regionale, audendo il dott. Gaudiano, s’indignava dell’incredibile vicenda ( creata e resa infinita dalla stessa politica), prometteva azioni e si impegnava in risoluzioni che sono rimaste chiacchiere volanti nell’aula. Ne hai per caso sentito tu uno, uno solo dei nostri aspiranti redentori della Basilicata, dire che quelle migliaia di euro di risarcimento ( chiamiamolo così, ma un danno decennale non sarà mai risarcito del tutto) bisognerebbe che le pagasse chi ha causato il danno? O uno che ha avuto il coraggio di dire a gran voce nomi e cognomi dei colpevoli? Io sento (e con me molti altri) solo un insopportabile sfrigolio di aria; vedo uno struscio di J.R. lucanioti nelle vetrine nazionali ed un wrestling di compagni di partito che si affrontano sui palchi. Poi ascolto i ragazzi appena “maturi”. Quando noi avevamo la loro età, Lucia, ci proiettavamo in un domani, avevamo le idee chiare su quello che volevamo e ci mettevamo in marcia per ottenerlo; non è importante che ci siamo riusciti o meno; era importante vedersi nel futuro e credere che acciuffarlo o no dipendeva soltanto da noi. I ragazzi di oggi non si affacciano neanche più alla finestra perché hanno paura di accorgersi che sono in un deserto; sanno che non potranno permettersi università troppo costose, che non supereranno i test senza avere un’ottima spinta e che lavoreranno a stento, se gli va bene, e non faranno carriera senza un mammasantissima alle spalle. I ragazzi di oggi non sono solo quelli che si specializzano a spese della Regione con i soldi di papino in tasca, sono quelli resi feroci da una competizione che in premio ha comunque il nulla, o resi indolenti dal bisogno di sopravvivere nascosti in una menzogna.

Non è scemato lo sdegno, Lucia. Non si sente perché ormai è un ultrasuono.

       Anna R. G. Rivelli



LAVORO
ASM CONDANNATA, ORA CHI PAGA?
3 novembre 2012
  

“Il Tribunale, definitivamente pronunciando sul ricorso proposto con atto depositato in data 6/3/2003 da Carlo Gaudiano nei confronti di Azienda Sanitaria Locale Matera, così provvede: condanna l’azienda convenuta a risarcire al dott. Carlo Gaudiano i danni subiti in conseguenza delle condotte datoriali per cui è causa mediante il pagamento di una somma, per il danno patrimoniale, pari ad euro 30.000,00, con gli interessi legali sul capitale da rivalutarsi anno per anno dalla data odierna al saldo, nonché per il danno non patrimoniale, liquidato in complessivi € 29.418,21, con gli interessi legali sul capitale da rivalutarsi anno per anno dalla data odierna al saldo; […] condanna l’azienda resistente a rifondere al ricorrente le spese di lite liquidate in € 9.500,00 per compenso, oltre IVA e CPA”. 

Con questa sentenza  datata 17 settembre 2012 Antonio Marzario, Giudice del Tribunale di Matera, mette la parola fine ad una vicenda durata quasi dieci anni e, restituendo al Dott. Carlo Gaudiano, riconosciuto oggetto di condotte vessatorie, la sua dignità umana e professionale, riaccende in tutti noi un barlume di speranza che a questo mondo possa esserci giustizia finalmente.

La storia di Carlo Gaudiano, chiamato a dirigere nel 1996 il Centro per la lotta alle microcitemie del presidio ospedaliero di Matera e in seguito anche il locale Laboratorio dipartimentale di immunologia e di biologia dei trapianti, nel 2007 balzò agli onori della cronaca nazionale grazie ad un articolo a firma di Carlo Vulpio pubblicato sul Corriere della Sera in cui si evidenziava come indissolubilmente legata alla vicenda Gaudiano anche la distruzione della Banca delle cellule staminali cordonali di Matera la quale, con la campionatura di ben 500 cordoni ombelicali donati, costituiva un patrimonio di valore economico elevatissimo e di inestimabile valore morale. L’articolo di Vulpio fu presto utilizzato come una clava nei confronti del dottor Gaudiano il quale, già privato improvvisamente ed  immotivatamente dei suoi incarichi dal direttore generale dell’Asm, venne licenziato in quanto ritenuto  – evidentemente da chi già aveva messo in atto nei suoi confronti una sistematica azione di mobbing – ispiratore di cotanta negativa pubblicità. Tale licenziamento venne ritenuto illegittimo, ma il successivo reintegro non fece comunque cessare nei confronti di Carlo Gaudiano quella condotta che oggi viene riconosciuta capace di “ incidere negativamente sulla salute psico-fisica, sulla dignità morale e sulla professionalità”.

Lo scorso 17 settembre, dunque, la vicenda trovava un punto fermo, un esito felice per una storia che felice non è stata  e felice continua a non essere dal momento che si trascina dietro conseguenze indigeste per tutti le quali meritano riflessioni e punti di domanda.

In primis, tanto per occuparci volgarmente dei soldi, è d’obbligo fare due conti e registrare che, tra danni patrimoniali e non patrimoniali e rimborso spese, il dott. Gaudiano dovrà essere risarcito con circa 70.000 euro più “ gli interessi legali sul capitale da rivalutarsi anno per anno”; ci piacerebbe sapere da quali tasche uscirà questa cifra, se da quelle di chi si è reso in prima persona responsabile delle ree condotte o piuttosto dalle nostre di cittadini già danneggiati da chi in sostanza ha privato noi tutti di servizi all’avanguardia e punte di eccellenza così rare in una Sanità Regionale dalla scarsissima attrattiva.  Un sospetto (più che un sospetto) però ce l’abbiamo, perché l’esperienza insegna che a fronte di super compensi, super manager, super contratti e super aumenti, quando c’è da pagare, paga sempre il cittadino.

La seconda questione riguarda la vergognosa longa manus della politica, quella che si arroga il diritto di nominare i direttori generali a partire da quelli dei cessi di stazione fino a quelli delle anticamere del paradiso; naturalmente il criterio di scelta non è quello del merito, ma quello delle diverse cromie partitocratiche aduse alle più disparate spartizioni e, per amor di verità bisogna dirlo, nella Regione Basilicata le sfumature  tendono assai spesso a un rosso variegato dai contrapposti correntismi. Nel caso in oggetto, infatti, l’Azienda Sanitaria condannata vantava un direttore generale “ripulito” ad hoc della clausola ostativa alla sua nomina, quella cioè di essere dipendente della stessa Asm che si apprestava a dirigere. Come dire che non c’era di meglio da scegliere di uno che avrebbe, per motivazioni finalmente riconosciute illegittime, trascinato l’Asm in una causa di quasi dieci anni. L’acume politico in tutto questo naturalmente non c’entra; non è l’acume che fa difetto ai nostri amministratori, bensì il senso dell’orientamento di azioni che tendono sempre da tutt’altra parte e mai verso quel benedetto bene comune, cimelio dissotterrato dalla polvere ed esibito soltanto nei discorsi elettorali.

Ce n’è una terza, però, di riflessione da fare; non mollare paga alla fine. Di Carlo Gaudiano ci si è divertiti a dire di tutto; dagli ambienti dei soliti benpensanti la sua tenacia veniva bollata come rancorosa, fuori posto, priva di senso. Quella della mortificazione del diritto e del discredito di chi non intende rinunciarvi è un’altra arma bianca usata contro i cittadini e a favore del sopruso dei signorotti e spesso riesce a ferire a morte o, almeno, a tagliare la lingua di chi protesta. Il dott. Carlo Gaudiano, pur colpito nella sua “dignità di uomo e lavoratore, nell’aspettativa di carriera e nella sua vita di relazione” non ha mollato ed oggi ha ragione di dieci anni di sofferenza.

Che il risarcimento ora non pesi su di noi; c’è una banda di allegri compari che dovrebbe pagare.

                             Anna R.G. Rivelli

SOCIETA'
STAMINALI, NO AD ARCHIVIAZIONE
12 luglio 2010

“La giustizia è sempre giustizia, anche se è fatta sempre in ritardo e, alla fine, è fatta solo per sbaglio”. (George Bernard Shaw) Si spera che tanto valga come catartico incoraggiamento per i protagonisti di una delle più intricate storie lucane che da tempo si trascinano senza risolversi, una storia dove si intrecciano sanità ( sanità che in Basilicata piange) e giustizia (che in Basilicata notoriamente non ride). Ci si ritrova, infatti, a distanza di oltre tre anni, a riaffrontare la vicenda della banca delle cellule staminali dell’ospedale Madonna delle Grazie di Matera che, a dispetto delle circa cinquecento unità di sangue placentare ivi conservate, è stata distrutta in un carosello di silenzi e di accuse che ancora non sono state chiarite. Il problema è che anche questa vicenda, come altre vicende lucane, rischia di morire così, con la logica del chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, in una spartizione del dare e dell’avere che risulta, come sempre, squilibrata, poiché a dover cedere ( nella propria dignità, nel proprio diritto, nella propria legittima aspirazione di giustizia o almeno di chiarimento) sono troppo spesso coloro che vivono ed operano lontani dalle stanze del potere. La storia delle staminali, che – lo ricordiamo- fu portata alla ribalta delle cronache nazionali da un articolo di Carlo Vulpio apparso sul Corriere della sera del 3 aprile 2007, era sfociata in una querela del dott. Carlo Gaudiano, fondatore della banca cordonale, nei confronti della dirigenza dell’allora Asl di Matera (nelle persone del direttore generale Maroscia, del direttore sanitario Vito Gaudiano e del direttore amministrativo Ruggieri), nonché del funzionario dell’assessorato alla sanità Montagano e di quattro giornalisti del Tgr Basilicata (Grenci, Volpe, Cantore e Stolfi); il dott.Carlo Gaudiano, infatti, considerato dalla Dirigenza dell’Asl Materana ispiratore dell’articolo di Vulpio e accusato di aver così cagionato danni morali e di immagine all’Azienda, era stato duramente attaccato dal direttore Maroscia che, in un comunicato stampa del medesimo 3 aprile (prontamente diffuso dalla Rai Basilicata), gli attribuiva “il tentativo di intimorire i vertici aziendali al fine di coprire proprie responsabilità professionali e il suo disimpegno nell’attività lavorativa” e paventava “sue responsabilità specifiche sulla irregolare attivazione e conservazione delle cellule cordonali”. Licenziato sulla base di queste accuse e poi reintegrato, Carlo Gaudiano proprio non ci sta a veder calare il sipario senza che di questo dramma sia andato in scena anche l’ultimo atto, quello che dovrebbe svelare ai tanti spettatori di chi sono davvero le responsabilità di quanto è accaduto; per questo si è opposto alla richiesta di archiviazione formulata dalla Pm Rosanna De Fraia e lo scorso 6 luglio è stato ascoltato dal Gip Roberto Scillitani il quale, a fine Camera di Consiglio, si è riservato ancora di decidere. In realtà la banca materana delle cellule staminali, dopo essere stata sottratta alla cura del suo padre naturale per essere trasferita ad altro reparto dell’ospedale, è stata distrutta con motivazioni che non risultano ben chiare nemmeno alle tante madri che quei cordoni ombelicali li avevano donati e che avrebbero avuto il diritto, prima che si procedesse alla distruzione, di essere avvisate per poter eventualmente trasferire le proprie unità in altre banche. A giustificazione di una così incomprensibile distruzione ( va detto che una banca di queste dimensioni rappresenta un patrimonio di elevatissimo valore economico oltre che di valore morale inestimabile per la possibilità di guarigione che offre a tanti malati) si parlò di banca “clandestina” quando invece essa risulta inserita nel Piano Sanitario Regionale approvato con del. 478 del 31/12/1996 del Consiglio regionale in Bur Basilicata n.6 del 05/02/1997; si parlò di conservazione “artigianale” delle staminali mentre, invece, il loro trasporto da Potenza a Matera veniva regolarmente rimborsato all’AVIS dalla Regione con atti firmati e controfirmati da Assessori e Dirigenti; si parlò di mancate autorizzazioni e mancato rispetto delle normative, nonché dell’uso di contenitori donati dall’Admo (associazione donatori midollo osseo) e non di proprietà dell’Asl, quando invece esistono deliberazioni dell’Asl n.4 con richiesta di finanziamenti per l’acquisto di attrezzature idonee alla conservazione delle cellule staminali nonché deliberazioni di acquisizione delle attrezzature donate dall’Admo. Tra le madri donatrici che si sono viste sottrarre il diritto di “salvare” il cordone donato c’era anche la Presidente della Domos (Donatori midollo osseo) Basilicata, Rosa Viola, la quale, avendo perso per leucemia la sua piccola Francesca, aggiunge l’esperienza personale a quella professionale per valutare il danno operato con la distruzione della banca materana; per questo motivo la signora Viola, come singola cittadina e come associazione, ha presentato al dott. Scillitani una memoria ed ha manifestato l’intenzione di costituirsi parte civile nell’eventuale procedimento a carico della dirigenza dell’Asl materana. In teoria, però, i cittadini di tutta Italia e, senza voler esagerare, di tutto il mondo, potrebbero ritenersi parte lesa in questa vicenda; la banca delle staminali di Matera, infatti, collaborava con centri analoghi di Pescara, Treviso, Pavia ed era pronta a trasferire tutti i dati genetici e biologici delle unità in suo possesso al centro olandese di Leiden dove vengono raccolti i dati delle unità bancate di tutto il mondo. Che la storia non finisca così, con una tiepida archiviazione che lascerà a ciascuno i suoi dubbi e a ciascuno le proprie certezze, è dunque importante per tutti, specialmente in questo momento in cui la sanità, i suoi sprechi e i suoi tagli sono sotto riflettori incandescenti. Dopo anni di suspance, il finale della storia spetta a tutti di diritto, perché anche questa vicenda non si concluda come un film già visto i cui titoli di coda scorreranno solitari sulle spalle della gente disillusa. Perché la giustizia è giustizia anche se fatta sempre in ritardo e, alla fine, fatta solo per sbaglio.

                                                       Anna R.G.Rivelli

SOCIETA'
COI FANTASMI DELLE STAMINALI
18 ottobre 2008


Noi siamo quelli dell’antipolitica. Quelli che il pane lo chiamano pane. Quelli che, dovendo, discuterebbero più sulle invalidità che sulle relative commissioni e, potendo, chiederebbero al Dottor Maroscia se lui davvero ritiene di poter convincere qualcuno con le sue dichiarazioni. Se ci spera. Se ne ha certezza.

Più di un anno fa avevamo iniziato ad occuparci della vicenda delle staminali scomparse dall’Ospedale Madonna delle Grazie di Matera; più volte eravamo tornati sull’argomento soprattutto in difesa del Dott. Carlo Gaudiano ( la cui storia raccontammo su Il Quotidiano della Basilicata del 13/11/2007 http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2062516.html ) il quale ancora oggi sconta il fio del suo mancato allineamento col non essere stato appieno restituito ad un lavoro che era, ed ancora è, anche la sua passione. Il nome di Carlo Gaudiano (medico solo accidentalmente omonimo di quel ben più noto Vito Gaudiano, direttore sanitario dell’Asl 4 di Matera), in un mortale abbraccio coi fantasmi delle staminali, è rimasto ad aleggiare in regione (e in Regione) per lunghissimi mesi in una sorta di patto di civile convivenza tra le domande dei cittadini, le non risposte delle istituzioni ed i riti apotropaici della politica che sempre spera che guarisca il tempo tutto ciò che il locale sistema sanitario non è mai riuscito a guarire. Carlo Gaudiano è stato guardato con occhio bieco e trattato secondo il principio di colpirne uno per educarne cento da un variegato e professionalissimo casting che almeno in parte sembra aver lasciato traccia della sua opera nei fascicoli di Toghe lucane. E poi ci sono le cinquecento fantomatiche sacche; quelle che, nelle dichiarazioni dei responsabili, diventano provette distrutte all’ossimorica presenza di chi non c’era e la cui distruzione viene “registrata” in un verbale che risulta alla fine essere un anonimo fogliaccio sotto mentite spoglie.

Con questo bel po’ di antefatto, non ci sembra sconcio ( e nemmeno giustizialista o antipolitico) dire che abbiamo salutato con gioia, benché amarissima, il riaccendersi dei riflettori sul caso. D’altronde quando si lasciano in giro i fantasmi, qualche tavolino prima o poi si mette a ballare e allora ci vengono in mente le tante domande e i tanti se trascurati e negletti.

“Se una banca cordonale (cellule staminali) venisse distrutta e ciò avvenisse rispettando elementari regole tecniche a servizio di puntuali principi scientifici, non si darebbe l’impressione di pressappochismo o, peggio, di inspiegabile decisione aggravata dal silenzio verso le legittime richieste di chiarimento dei cittadini” aveva scritto l’allora Onorevole, oggi Senatore, Felice Belisario in una lettera aperta del 26/05/2007  ( http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2062523.html ) indirizzata ai “Cari amici del centrosinistra di Basilicata”. Sono passati svariati mesi anche da questo “se” così autorevole e l’impressione di pressappochismo, e peggio, è stata bell’e data, ma questo non è ancora un buon motivo per far tornare tutto nel dimenticatoio e per non accorgersi che le aziende vengono diffamate e danneggiate dalle gestioni superficiali e spensierate delle questioni più serie e che più persone di quelle che appaiono rimangono a vario titolo danneggiate da certi allegri e impuniti compari.

Qualcuno si domanda se, forcaioli, vogliamo le teste. Le teste proprio no, magari i cordoni; almeno per sapere a quali placente si legano ancora. 
                                                                        
                                                                                     Anna R. G. Rivelli

SOCIETA'
UN SORRISO PER LA STAMPA
31 agosto 2008

                                               
                        
                                                                 
             
                                 

Riceviamo dal dottor Carlo Gaudiano una riflessione, una pagina di diario di un'esperienza affascinante e terribile. Non ci sono premesse da fare né  parole da aggiungere. C'è solo da apprendere da chi riesce a soffrire anche del dolore degli altri. Grazie Carlo.


All’inferno e ritorno

Senza voler parafrasare il famoso film, sulla seconda guerra mondiale, mi è sembrato di sprofondare nei bassi degli inferi, per, poi, ritornare alla “civiltà” di tutti i giorni. I “dannati” erano nella stragrande maggioranza giovani tra i 20 e 30 anni che, per sfuggire alla miseria, alla guerra, alla persecuzione politica, alla sanità inesistente, intraprendono lunghissimi viaggi, alcune volte senza ritorno, per approdare nella terra dell’apparente bengodi, l’Italia.

Viaggi avventurosi che i clandestini devono fare su sgangherati mezzi di fortuna, con i quali percorrono migliaia di chilometri, attraversando strade impervie e pericolose, per la presenza di bande armate pronte a depredarli e massacrarli. Così in questa discesa negli inferi ho conosciuto giovani provenienti da Somalia, Eritrea, Ghana, Sudan, Nigeria, Egitto, Palestina, Iran, Iraq, tutti con la speranza di attraversare il “mar rosso”, per giungere nella terra promessa.

La tappa finale in terra africana, generalmente, presuppone un bivacco sulle coste libiche, in attesa di partire per superare il Canale di Sicilia, braccio di mare che divide l’umanità tra chi muore in tenera età per mancanza di cibo e chi muore per gli effetti sulle arterie dell’abbondanza di cibo, tra chi non conosce alcuna libertà e chi ne fa un uso sfrenato fino ad arrivare al libertinaggio, tra chi muore per mancanza dei più banali farmaci e chi si può permettere di sostituire uno o più organi ormai “esauriti” con organi nuovi di zecca, (i cui “donatori” in alcune circostanze sono gli stessi “dannati”), tra chi sopravvive con pochi euro al mese a costo di sacrifici e sfruttamento e chi in pochi minuti senza alcuna fatica e sacrificio guadagna quanto i primi in una intera vita, tra chi muore sotto le bombe, per colpi d’arma da fuoco, per mine antiuomo e chi quelle armi le produce con enormi profitti.

E’ proprio sulle coste della Libia, nei giorni di attesa per l’imbarco, che si consuma l’atto più indegno di sopraffazione umana: lo stupro di ragazze indifese da parte di carnefici che, oltre a spogliarle economicamente, le marchiano in modo indelebile nel fisico e nella mente. Raggiungono così le “dannate” il punto più basso degli inferi

Quando finalmente le previsioni meteo e la disponibilità del mezzo (barcone o gommone) lo permettono ecco che vengono imbarcati e, acceso il motore dell’enduro yamaha 48 cavalli, riforniti di qualche bidone di benzina, equipaggiati con un cellulare satellitare e la bussola, partono per la terra promessa, per un viaggio pieno di incognite della durata variabile che va da poche ore a diversi giorni. Partono spogliati di tutto, materialmente e spiritualmente, senza alcun bagaglio se non i poveri indumenti che indossano; alcuni poi, per rifugiarsi dall’eventuale freddo notturno, si coprono con diversi strati di indumenti, strategia questa con il rovescio della medaglia. Se per qualsiasi evento il barcone o il gommone dovesse rovesciarsi, gli strati di indumenti diventano una micidiale zavorra che facilita l’annegamento dei “dannati” che già di per sé hanno poca esperienza nelle tecniche di galleggiamento.

Partono incuranti e ignari dei pericoli che possono sopraggiungere e di come evitarli o affrontarli. Partono stipati come sardine, senza alcuna possibilità di muoversi, espellendo nei propri indumenti le scorie contenute nel retto e nella vescica, lasciando così le feci e le urine a contatto con la cute delle cosce e dei glutei. Si forma un mix micidiale che oltre a contribuire allo sviluppo di infezioni e ulcere, per macerazione della cute, ammorba l’aria di un fetore insopportabile. La situazione diventa ancora più drammatica per il “dannato” che, per un qualsiasi motivo, è affetto da diarrea. La posizione “costretta” diventa fonte di dolori muscolari e articolari. Partono di notte e arrivano in qualsiasi momento del giorno o della notte, cotti da un sole accecante e bruciati dalla salsedine, disidratati e con insolazione, vedendo, per ore o per giorni solo acqua salata dalla quale vengono bagnati di notte e “bruciati” di giorno.

Così li ho accolti, nel mare, i “dannati” della terra, portando loro i primi soccorsi, come medico di prima linea.

Ho vissuto per 10 giorni su una motovedetta della guardia costiera dell’isola di Lampedusa. Si partiva in qualsiasi momento del giorno o della notte, non appena la capitaneria di porto di Palermo ci segnalava, dandocene le coordinate geografiche, la presenza di un natante pieno di clandestini, che in gergo tecnico viene chiamato “bersaglio”.

Così ho conosciuto esseri umani che, in cerca di un futuro migliore per sé e per i propri cari, hanno percorso tutti i gironi infernali.

Così ho accolto gente sfinita, uomini donne e bambini disidratati, mamme gravide con minaccia di aborto o di parto prematuro, uomini con tubercolosi, uomini con diabete, uomini con scabbia, uomini con ulcere in varie parti del corpo, uomini scottati dalla benzina che si versava sulla loro pelle, uomini con esiti invalidanti di poliomielite.

In questi dieci giorni ho vissuto con gli uomini della guardia costiera, comandante e quattro sottoposti, tutti consapevoli e appassionati al grande gesto umanitario al quale venivano chiamati, tutti capaci di esprimere alta professionalità nelle procedure, in alto mare, di accostamento e trasferimento dei “dannati” dal barcone o gommone alla motovedetta, anche nelle condizioni di mare meno favorevoli. Queste fasi sono le più pericolose rispetto alla stabilità del barcone e del gommone per le relative drammatiche conseguenze nell’ipotesi che la piccola imbarcazione potesse ribaltarsi.

Una volta che i “dannati” toccavano terra il mio compito di medico terminava. Gli uomini e le donne venivano affidati alle cure dei colleghi di Medici senza frontiere e successivamente, tramite bus, venivano trasferiti nel Centro di Permanenza Temporanea.

Tutto avveniva senza che i forzati della vacanza, senza che i divertimenti estivi, senza che i bagnati venissero minimamente disturbati dai “dannati”; questi ultimi diventavano, così, trasparenti al grande circo del consumismo vacanziero.

Ho portato con me una telecamera per dare supporto mnemonico ai mie occhi, alle cellule del mio cervello, ma dopo il primo giorno ho rinunciato a filmare. Ho pensato che probabilmente violavo la loro privacy, già di per sé abbondantemente violata dagli organi di informazione. Dopo aver portato soccorso e imbarcato i clandestini, ogni qualvolta si giungeva al molo, in qualsiasi ora del giorno e della notte, sul molo si formava una piccola platea di giornalisti, con cineoperatori a seguito, alla ricerca dell’immagine che più di ogni altra doveva mettere in evidenza la miseria umana. Era il momento del “sorriso per la stampa”, come ironicamente annunciava un grande cartellone posizionato all’ingresso del molo da una associazione onlus che si occupa dei diritti delle persone.

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