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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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POLITICA
SE LE PAROLE NON SONO CHIACCHIERE
24 ottobre 2017

“Teoria gender, secondo gli autori, non è una forzatura, ma è la sintesi degli studi di genere, con una pianificata strategia di imposizione di questa dottrina controversa nei piani di studio dagli asili alle scuole di ogni grado. Prevede anche esercizi pratici di mortificazione emotiva e corporale, come il proposito di vestire maschietti da femminucce, ed altre pratiche raccapriccianti”.

Bene è specificare subito: questa è la frase che, sul sito del Mibact, conclude la breve presentazione del libro “Gender, ascesa e dittatura della teoria che non esiste”. Sì, è vero: quell’ “esercizi pratici di mortificazione emotiva e corporale” che sarebbero propinati a bambini delle scuole di ogni ordine e grado ha un che di estremamente inquietante, sembra addirittura una citazione estrapolata da un qualche antichissimo manoscritto, espressione delle tappe più oscure della nostra civiltà. Ma questo è. Il libro, di cui è orgoglioso coautore il consigliere regionale Aurelio Pace, è stato pubblicato meno di due anni orsono e fa mostra di sé, con il suo indice ben in vista per invogliare improbabili lettori, su siti di e-commerce e siti “specializzati” nell’ossessione del gender.

La “teoria gender non esiste”, ma a scuola i maschietti mettano la gonna. Il “genere è liquido”, ma se vuoi “tornare etero” il “genere” diventa “solido”: vai perseguitato. Gli omosessuali non integralisti del gender sono “omofobi”: i bambini si devono vendere. Quando Cenerentola era ariana, pardon lesbica, così vogliono sponsor e poteri forti. La pianificazione e l’aggressione del gender ai bambini di ogni età ed ai docenti. Questi sono solo alcuni dei titoli dei più di venti capitoli che costituiscono il libro. È evidente che non è necessario aggiungere altro per doversi schierare dalla parte del segretario nazionale dell’Arcigay, apprezzando e sottoscrivendo la sua presa di posizione contro la possibile elezione di Aurelio Pace in un ruolo di garanzia quale dovrebbe essere quello del Presidente del Consiglio regionale. Aveva già dell’incredibile il fatto che un profilo come quello di Aurelio Pace fosse considerato papabile per la presidenza del Consiglio regionale lucano, con maggioranza di centrosinistra - scrive Gabriele Piazzoni nel suo duro comunicato; e aggiunge - l’elezione del consigliere Aurelio Pace alla presidenza è un errore da non commettere, perché rappresenterebbe una legittimazione se non addirittura una promozione della sua azione omofoba e discriminatoria. In tema di uguaglianza e di diritti occorre che la politica dica senza ambiguità da che parte sta”. Ed è soprattutto questa sua domanda che è necessario condividere per capire, noi cittadini prossimi peraltro a nuove elezioni, se è carne o pesce questa nostra rappresentanza istituzionale. È necessario capire e, perché noi capiamo, è necessario che si spieghino bene il Presidente Pittella e tutto il Consiglio. A questo punto non bastano più neppure le uscite impreviste, le fughe dall’aula, il numero legale che viene meno e la politica in stallo nelle catene degli accordi temerari e sconsiderati che null’altro hanno in conto che una logica di spartizione. Sono uomini o caporali questi nostri consiglieri? Hanno o non hanno il coraggio del proprio pensiero e delle proprie azioni? E quello che pensano in teoria, hanno la volontà di metterlo in pratica o la teoria gli serve soltanto per sollazzare l’ego elettorale di qualcuno? Queste sono le domande. A Mario Polese, per esempio. Nella quaranteseiesima seduta consiliare, a luglio di due anni fa, Polese pronunciava frasi forti nel chiedere, con una sua ottima mozione, l’adesione della Regione Basilicata alla rete READI (Rete nazionale delle amministrazioni pubbliche anti-discriminanzione per orientamento sessuale ed identità di genere). Asseriva “che le persone omosessuali e transessuali sono ancora a forte rischio di discriminazione, laddove perduri una cultura condizionata da stereotipi e pregiudizi”; e controbatteva veementemente alle osservazioni del Consigliere Rosa con queste testuali parole: “È evidente che purtroppo siamo ancora in una fase di grande arretratezza culturale, per cui c’è la necessità di rimarcare una tutela di diritti che sono diritti essenziali”. Sembra legittimo perciò chiedersi se credeva a quello che diceva allora chi oggi, più che della citazione di Ban Ki-moon (“Lasciate che lo dica chiaro e forte: le persone LGBT hanno gli stessi diritti umani di qualunque altra persona. Anch’esse sono nate libere ed eguali”) sapientemente utilizzata in quella medesima seduta consiliare, subisce il fascino dell’accordicchio che nemmeno serve a garantire le alleanze (dato che espressione dell’alleanza è già Franco Mollica), ma solo meschinamente le aspirazioni di chi alla pancia degli sprovveduti dà in pasto il dolore dei discriminati, contemporaneamente sfamando e stimolando paure oscurantiste. E gli altri 14 su 15 votanti favorevoli di quella mozione dove sono? Cosa dicono oggi ? E il Presidente Pittella ( uno dei fuori per caso durante la votazione sulla famigerata “mozione antigender” dello stesso Pace) si distrae ancora una volta o, in scienza e coscienza, decide di perseguire il suo fine politico, snobbando e ignorando le legittime istanze di chi crede davvero che sia necessario che le Istituzioni democratiche, prima di tutti, rimarchino la tutela dei diritti che siano diritti di tutti perché le persone omosessuali e transessuali sono ancora a forte rischio di discriminazione, laddove perduri una cultura condizionata da stereotipi e pregiudizi?

La politica perciò dica apertamente da che parte sta. E se crede davvero che sia in atto una pianificazione dell’aggressione gender ai bambini di ogni età, elegga pure Pace suo Presidente. Suo, appunto. Suo di quel manipolo del Consiglio. La Regione Basilicata, invece, “riconosce la persona come centro di valore, soggetto di diritti e doveri senza distinzione alcuna e considera l’identità personale di ogni individuo come una qualità assoluta, unica e irripetibile… concorre alla tutela dei diritti della persona e opera per superare le discriminazioni legate ad ogni aspetto della condizione umana e sociale… rifiuta ogni forma di violenza e discriminazione, opera per prevenirne e rimuoverne le cause …” (art.5 dello Statuto Regionale).


                            Anna R. G. Rivelli


POLITICA
IL SELFICIDIO DEI POLITICI da Gianni Pittella a Aurelio Pace
1 settembre 2017

Estate, tempo di sole, mare e folleggiamenti, per fortuna ti stiamo archiviando! Le vacanze, infatti, sono sempre più vacanti di buon senso e la smania di apparire, troppo spesso per quello che non si è davvero, spinge a svarioni che, tra il ridicolo e il patetico, ci riportano la fotografia di una società grottesca la quale, se al sole estivo può sembrare solo allegramente imbecille, con le prime luci mitigate di settembre ci riporterà bruscamente a meditare sulla triste realtà. Se è vero, infatti, che una risata ci seppellirà, c’è da giurare che prima della sepoltura saranno in molti a morire di selfie. Del resto la selfimania ormai contagia tutti, cosicché se per puro caso un nemico ci volesse tendere un agguato, se ci cercasse l’Isis o il nostro dietologo volesse controllare se stiamo seguendo alla lettera la prescrizione di dieta, basterebbe aprire la pagina facebook o instagram e il gioco sarebbe fatto. E può succedere, come riportato dalla stampa, che uno qualsiasi dei nostri vicini posti la foto di un meraviglioso mare delle Seychelles, favoleggiando di vacanze da sogno, proprio mentre noi lo vediamo in mutande a prendere il sole sul suo balcone. Questo perché alla smania del selfie vero, che non ci risparmia né piedi in primo piano, né sedute di fisioterapia, né documentate notizie di influenze e vari accidenti, si è aggiunta la smania del selfie taroccato, buono a mostrare quello che vorremmo essere o fare o far vedere agli altri di una vita che, evidentemente, riteniamo insoddisfacente o imperfetta. E la cosa non risparmia gli uomini politici, anzi! A dover esclamare “Quoque tu, selfie…!” sono infatti in molti, colpiti a tradimento dal pugnale di quella che ritenevano una amorevole emanazione (un figlio quasi) della propria incontenibile frenesia di autopromozione. Non è passato neanche un mese, infatti, da quando un affranto Gianni Pittella, sciarparossamunito, postava su facebook una sorta di lamento dell’emigrante, cercando di sollecitare un’ammirata e pietosa empatia per il povero parlamentare europeo costretto a lasciare la famiglia in piena estate per recarsi in Inghilterra ad imparare la lingua per il nostro bene, per noi che, quando andrà in pensione, potremo riconoscergli finalmente l’accento di un vero lord anglolauriota. Inutile dire che di empatia il nostro Gianni ne ha suscitata poca, ma lui, recidivo, ha continuato ad aggiornarci sulla sua vita d’oltremanica fino a tranquillizzarci (perché in realtà eravamo tutti molto in ansia) del suo ritorno in famiglia per l’ultima settimana di agosto. Ma archiviato Gianni, rasserenati sulla sua condizione, non si fa in tempo a tirare il respiro che eccone avanti un altro. Povero, povero Aurelio Pace! Anche per lui toccherà impietosirsi. Il 27 agosto, infatti, posta una foto della sua bella famigliola in aeroporto, in attesa di un volo che tarda di qualche ora, così ci aggiorna sul bel sorriso dei suoi bambini e sulla temerarietà del suo barbiere che lo ha evidentemente “lucidato” troppo. Tutto bene però, sono tutti allegri nonostante l’attesa, fanno shopping e noi siamo tutti tranquilli. Il 28 agosto, a metà pomeriggio, il nostro Consigliere ci fa sapere che è a Cagliari e ci mostra le foto di una bella mostra sul Barocco nel Mediterraneo. Tutto bene, dunque. Anzi no. Nello stesso post, infatti, scrive “Oggi turisti, domani convegno all'Università di Cagliari.Relax e lavoro”. E qui cominciamo a preoccuparci; ma che diamine, insomma! Un pover’uomo parte per pochi giorni di vacanza, sicuramente autospesati, e deve pure lavorare? Ed ecco che una pietosa empatia comincia a farsi largo nella considerazione del cittadino medio. L’acme del dispiacere, però, il cittadino medio potrà raggiungerlo soltanto il giorno dopo, quando, il 29 agosto, alle 9:31 del mattino, Pace scrive: “Cagliari, Università. Parliamo della nostra Basilicata a chi è parte originale del Mediterraneo”, accompagnando l’annuncio con le immancabili foto, tra le quali una di lui, oratore, in piena attività. E qui il dolore del cittadino si fa lancinante. “Ma come?- si chiede- alle 9:30, in vacanza, in giacca scura, con quel caldo africano, è già nel pieno ritmo di un convegno? Bah! Sarà un convegno sull’insonnia” – si dice ancora il cittadino e si consola notando che a rinfrescare le ugole certamente secche c’è sul tavolo del nostro relatore una bottiglietta dal tappo arancione, molto Gaudiannellostyle. Parlano di Basilicata, a Cagliari, il Consigliere –persona seria- magari ha preteso l’acqua lucana. Ma poiché il lucano è anche curioso ed ha pure la sindrome dell’abbandono, quando sente che si parla di Basilicata oltre i confini regionali, si inorgoglisce e ne vorrebbe sapere di più. Ed ecco che si mette a cercare notizie di questo convegno agostano, che setaccia il web, che non contento contatta l’Università di Cagliari per averne notizia, che si fa palmo a palmo le pagine degli eventi di tutte le facoltà, ma niente. Ad agosto nulla, nessun evento, nessun convegno, niente Basilicata nei pensieri dei sardi. Delusione! “Ma com’è possibile - si chiede il cittadino medio- se nella foto postata Aurelio Pace sta davvero ad un tavolo di relatori?” E così guarda e riguarda la foto, se la rigira come fosse un santino, e si accorge che è stata ritagliata a stringere il primo piano sul soggetto e, tranne l’acqua in bottiglia e il microfono, non lascia intravedere null’altro. E guarda e riguarda ancora, si accorge pure che a distanza di un giorno e mezzo dalla foto in aeroporto, capelli e barba del nostro eroe appaiono straordinariamente cresciuti e rinfoltiti. Miracolo? “Ma no! – si risponde il nostro saggio cittadino- Un convegno, il 29 di agosto, di prima mattina, in una Università presumibilmente come tutte le altre chiusa o ad attività ridotta, deve essere stato così noioso da stimolare i bulbi piliferi dei relatori e da essere condannato per questo alla damnatio memoriae dall’Università stessa” . Perché il cittadino medio mica è fesso, se le dà le risposte; mica è insensibile, prova dispiacere di fronte a tanta sfortunata abnegazione di un Consigliere. E si chiede, soprattutto si chiede, perché essere così atroci da continuare a rovinargli le vacanze? Vogliamo mettere? È solo un Consigliere e non si gode un giorno. E se fosse addirittura Presidente? Se dovesse preoccuparsi di garantire tutti i Lucani? Se dovesse garantire l’indirizzo di una politica seria e responsabile? Ma no che cattiveria! I suoi colleghi dovrebbero capire che in altri Paesi, per esempio nell’Inghilterra di lord Gianni, di fronte ad una circostanza così avversa, sarebbe stato prescritto un lungo riposo da tutte le fatiche politiche. Siate buoni in Regione! O almeno mostrateci una locandina o stampategliene una postuma come anni addietro facevano fantasiosi esponenti nazionali, figli spirituali di un altro intransigente leader di partito.

                              Anna R. G. Rivelli




CULTURA
"SE CI SONO DUE ALBERI" ...a Milano
1 agosto 2017

Il 20 Luglio scorso a Milano, presso l’Associazione Art Marginem, si è tenuta la presentazione dell’ultimo romanzo di Anna R. G. Rivelli, dal titolo “Se ci sono due alberi”, Eretica Edizioni. La storia narrata, che si sviluppa nell’arco di soli tre giorni e in un unico asfittico luogo, ha come protagonista Lu, una giovane ragazza senza memoria che con il suo modo di intendere la vita finisce per imporre una seria riflessione sull’esistenza a tutti coloro che vengono in contatto con lei, fino a diventare inconsapevolmente una vera guida spirituale per il giovane medico che l’ha in cura, il quale riuscirà alla fine a percepire, desiderare e condividere quelli che inizialmente gli erano apparsi una visione sbagliata della vita e un atteggiamento malato nei confronti di essa. Per questo il libro offre al lettore numerosi spunti di riflessione e altrettante tracce per una comprensione più piena ed empatica di diverse questioni attinenti alla nostra società attuale, a partire dallo smarrimento dell’io, che affligge per svariate motivazioni i giovani in particolare, fino ad arrivare alla necessità di riappropriarsi di una vera libertà, contro tutte le ipocrisie e gli stereotipi che vengono spesso proposti come “canoni” per sopravvivere. Questi ed altri temi sono stati sottolineati dai relatori. Adriano Pompa, Presidente di Art Marginem, associazione che – come si legge nel sito web- è “un luogo dove si impara , si insegna, si espone, un club di arte dove ridare vitalità all'istinto del disegno, alla creazione”, nell’introdurre la serata ha sottolineato il filo invisibile e tenace che lo lega alla Basilicata e all’autrice stessa. Egli, infatti, artista di grande qualità ed inventiva, è figlio di Gaetano Pompa, pittore originario di Forenza notissimo a livello internazionale, che recentemente la Rivelli ha inteso far recensire sulla rivista Sineresi da lei stessa diretta. La lettura critica del romanzo è stata fatta da Sara Valmaggi, Vicepresidente del Consiglio della Regione Lombardia, e Vito Santarsiero, Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Regione Basilicata, entrambi presenti in una doppia veste, quella istituzionale , a celebrazione di quel legame tra le due regioni sottolineato da Pompa, e quella personale. La Valmaggi, che già con il precedente romanzo si era dimostrata a Sesto splendida ospite dell’autrice e attenta lettrice della sua opera, ha sottolineato come il romanzo sia capace di porre in campo temi numerosi e profondi, soffermandosi in particolare sulle questioni che attengono alla condizione femminile, alle discriminazioni ancora evidenti nella società ed alla necessità di un’educazione che insegni l’accettazione delle diversità e la comprensione dell’altro. Vito Santarsiero, intervenuto anche come collaboratore della rivista Sineresi, tra gli altri temi si è soffermato in particolare sul valore della libertà, che è sicuramente la struttura portante del romanzo, ed ha evidenziato il legame esistente tra l’agire di Lu, la protagonista, e l’obsistenza, tema individuato dalla Rivelli come ispiratore dell’ultimo numero della rivista.

La serata, nella bellissima e informale location – una vecchia fabbrica di cornici trasformata in laboratorio di artisti e pullulante di opere straordinarie - si è conclusa con l’intervento dell’autrice che ha dialogato con un pubblico particolarmente attento e loquace, il quale ha interagito attivamente offrendo altri spunti ed altre riflessioni e mostrando particolare entusiasmo proprio per il concetto di obsistenza e per il vocabolo stesso, prontamente recepito, condiviso e segnalato ancora all’Accademia della Crusca perché possa presto rientrare tra i neologismi della nostra lingua.


CULTURA
MUTATIS MUTANDIS
15 luglio 2017

Si potrebbe non credere che siano passati quasi cinque secoli da quando uno zelante Daniele da Volterra si adoperò per infilare le braghe a santi e sante della Sistina, arrivando addirittura, come nel caso delle figure di Santa Caterina d’Alessandria e di San Biagio, a distruggere e rifare l’affresco michelangiolesco poiché gli appariva oscena la posa della santa nuda chinata con il santo alle sue spalle ripiegato su di lei. Era il 1564, ma nonostante questi 450 anni che ci separano dalla solerzia del “Braghettone” ( è questo il nome con cui è da allora conosciuto lo scrupoloso artista) ancora è molto attivo il popolo delle mutande, quello che è capace di strumentalizzare, a fine più politico che morale ovviamente, qualsiasi cosa pur di ricordare la propria esistenza ad un mondo che, per la verità, la ignora. E così ci ritroviamo a Potenza come nella Capitale, al Museo Provinciale come nei Musei Capitolini, a girare di faccia al muro (e già, è questo che è stato fatto seppure solo per qualche ora nel Museo di Potenza) alcune opere della mostra “Intramoenia”, inaugurata lo scorso 7 luglio, e non già per la visita di un Hassan Rouhani, ma per la “condanna” di una cittadina scandalizzata da alcune immagini. Purtroppo però, come scrisse Pasolini, “Chi si scandalizza è sempre banale; ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. E chi è male informato dovrebbe avere l’umiltà di informarsi prima di puntare il dito e ergersi a moralizzatore e censore. Insomma, per essere espliciti, chi non capisce l’arte e neanche ha voglia di capirla, dovrebbe evitare di sollevare polveroni che potrebbero facilmente ritorcerglisi contro. Cominciamo con le puntualizzazioni dunque. La Presidente del Popolo della Famiglia (notoriamente popolo di percentuale da prefisso telefonico) solleva il problema di una Istituzione pubblica che ospita una mostra ritenuta “fosse anche solo dal Popolo della Famiglia” offensiva della sensibilità; non mi pare abbia mai invece sollevato il problema di patrocini, sponsorizzazioni e spazi pubblici offerti a mostre d’arte sacra con il loro gran tripudio di immagini di morte spesso raccapriccianti, probabilmente capaci di ferire la sensibilità di persone, sicuramente più numerose di quelle appartenenti al Popolo della Famiglia, che ritengono le istituzioni pubbliche laiche e che potrebbero voler difendere i loro figli dalla violenza che si sprigiona da certi martiri o Ecce Homo. La signora grida allo scandalo anche per la nudità di tre fanciulle coperta da una immagine della Madonna; l’opera in questione, di Dario Carmentano, è stata da lui stesso ben “spiegata” e inserita in un contesto di denuncia che ( ah, la scarsa informazione!) non solo non è offensiva, ma è addirittura in difesa di determinati valori oggi troppo spesso assoggettati al marketing e alla superficialità. Ma se anche l’eccellente artista materano avesse taciuto, solo chi fa della strumentalizzazione la propria professione poteva trovare nella sua opera qualcosa di indecente. Pur volendo infatti assoggettarsi a considerare la nudità un gran peccato ( ditelo poi ai Rubens, ai Michelangelo, ai Guttuso ecc…), un’immaginetta di Maria che copre l’ “indecenza” andrebbe letta più come un intervento salvifico nei confronti delle tre “peccatrici” che come un’offesa nei confronti della Madonna. Ma “a far indignare il Popolo della Famiglia è la possibilità che questa mostra possa poi essere vista da bambini e scolaresche…” aggiunge la Presidente. E così finiscono di faccia al muro anche le sbigottite pudenda di un ritratto firmato da Pino Lauria, un Crocifisso in equilibrio sul naso del blasfemo Carmentano ed un altro Lauria in versione satiro con l’aureola. Certo che i bambini non le reggerebbero immagini così. Non le reggerebbero allo stesso modo di come mai potrebbero reggere i genitali del Cristo di Brunelleschi che penzolano dalla croce, o il fallo marmoreo del michelangiolesco Cristo della Minerva, o ancora i seni sprizzanti, sensualmente offerti dalle tante madonne del latte. E tra queste, se volessimo prenderne una a caso, come una scolaresca innocente potrebbe mai reggere la blasfemia dell’algida Madonna di Jean Fouquet? Come le si potrebbe mai spiegare che sotto il nome di “Madonna del latte in trono con il bambino”, nei panni ricchi e sensuali di una regina si cela il ritratto di Agnès Sorel, amante di re Carlo VII, nota per la bellezza del suo seno che amava scoprire abbondantemente? Come non trovare scandalosa e blasfema l’ipocrisia di sacralizzare una cortigiana? E perché dovremmo credere che le tornite figurine rosse che contornano una “vergine” così profana siano serafini e non angeli infernali? Da quanti secoli queste immagini violentano l’innocenza dei nostri figli nelle Istituzioni pubbliche in cui li portiamo per accrescere la loro cultura e addirittura nelle chiese in cui li portiamo per pregare? Non sarà scandaloso che le nostre bambine apprendano l’anatomia del maschio, in tenera età, dai genitali dei santi? O che chiedano spiegazioni sul gesto inequivocabile della fanciulla che, in un quadro del Rubens, offre il suo seno a un laido vecchio? Come glielo spieghiamo che quella è l’allegoria della carità filiale?

Ovviamente, prima che si scandalizzi di nuovo ( due scandali a breve distanza potrebbero certo far male alla Presidente), tengo a precisare che c’è chi è convinto che nell’arte, e quindi anche in tutte le straordinarie opere citate, fermare la propria attenzione sui retroscena o sui bassoventre e i fondoschiena equivale a contemplare il Creato soffermandosi sui pruriginosi ponfi delle zanzare; perciò non credo ci sia possibilità che qualcuno, benché bambino, subisca shock né per il nudo di Cristo né per l’aureola di Pino Lauria. Insomma, si può anche capire che le lotte iconoclaste possono tornare utili per dar fuoco al poco spirito di cui si dispone, ma sarebbe scaltro comprendere che di questi incendi non è mai morta la civiltà né l’arte. E diciamolo: il pretesto una volta è il gender, una volta è Fa’afafine, un’altra il Pride, stavolta Carmentano. Non credo tuttavia che la signora Giorgio o le interrogazioni dei suoi referenti politici possano sperare di spaventare il mondo più di quanto non lo abbia spaventato il terrorismo fondamentalista che continua a minacciare di far saltare in aria il duomo bolognese di San Petronio per via di quel Maometto seviziato e collocato all’inferno nell’affresco quattrocentesco di Giovanni da Modena. In realtà se ci pensa, gentile signora, i fondamentalisti ragionano con la stessa stringente logica del suo Popolo della Famiglia e in questa logica avrebbero pure ragione, perché di certo il Profeta torturato, umiliato e condannato al fuoco eterno non è proprio un bel vedere per la sensibilità religiosa di chi ha un credo diverso dal suo. Ma, ci scommetterei, che lei direbbe che chi si sente offeso può anche andarsene dal nostro Paese. Ecco. Ottima idea. Chi si sente offeso, non vada al museo e non ci porti i figli.

Anna R. G. Rivelli



CULTURA
INCONTRO CON L'AUTORE: ANNA R.G.RIVELLI
5 aprile 2017
CULTURA
LE DONNE E LA SCRITTURA
23 maggio 2016




CULTURA
SPECIALE SINERESI:I QUADRI PLASTICI DI AVIGLIANO
7 marzo 2016
SE CI SONO DUE ALBERI...ad Avigliano
9 febbraio 2016


Sabato 13 febbraio, ore 18:30
Chiostro del Comune
Avigliano (Pz)


CULTURA
SE CI SONO DUE ALBERI
3 gennaio 2016
Presentato a Potenza lo scorso scorso 18 dicembre,
il libro è acquistabile direttamente presso la casa editrice al link
negli store online e nelle librerie


Lu, rinvenuta priva di memoria, in cerca d’identità.
Le rane di Chomsky, fil rouge del romanzo, se già l’aforisma di Wilde posto all’ inizio del libro non fosse sufficientemente evocativo del solco narrativo.
I sentimenti di tenerezza che Lu ispira nel lettore si alternano alla frenetica curiosità dello stesso di cogliere tracce utili alla soluzione dell’enigma: chi è Lu? E mentre crede, a tratti, di intravedere la soluzione, rimane stravolto ed affascinato. Man mano l’intreccio narrativo si approssima al climax risolutivo e si arricchisce di metafore e di descrizioni palpitanti. La storia è intrigante e movimentata, fino a scivolare verso un’epifania assolutamente inaspettata.

Il nome della protagonista è un monosillabo che oscilla dinanzi al lettore come un pendolo ipnotizzante: quante sono le verità di Lu? Una, due, più di una? Quante le vite che ha vissuto? E, soprattutto, in quali “navigli” del Tempo? Di sicuro c’è, però, che le abbia intensamente vissute, se tanto profonde sono le ferite lasciate nell’anima, fino a costringerla a rimanere reclusa in una stanza d’ospedale, asfittica ed opprimente, preda di medici per i quali la risoluzione del caso è l’unica ratio.

L’ aria è libertà; il setting della storia è claustrofobico, fatta salva la scena finale del terrazzo che per l’Autrice è espediente atto ad enfatizzare, nel gioco dei contrasti, lo stato snaturato in cui Lu è costretta a vivere. Calata in una “meccanica ariosità”, in un ambiente incolore e insapore, Lu ondeggia in una “sfinente primavera”, come l’Ofelia di Millais, rischiando di morirci lentamente, bollita. Dead man walking: si sente così, quando attraversa il budello di corridoio dell’ospedale- con le “pie donne” che la osservano ed il “ridere impudico” delle sue ciabatte - unico momento in cui può evadere dalla sua stanza, dove impera una “temperatura costante e adulterata” e dove anche una mela “itterica e rugosa” implora “la propria fine” facendo pendant con i toni malati e sbiaditi del cibo. L’aria condizionata è un ossimoro, finta come le convenzioni, le regole, l’ipocrisia, i “forse perché” e l’immobilismo dei “benpensanti”, o il tutto so io degli “abbonati di Dio”. Finto come il neon che “dentro la stanza fingeva un giorno eterno”.

Nel lettore, avido e curioso, comincia ad insinuarsi il dubbio, come nel co-protagonista Stefano: se fossero tutte vere le identità di Lu? È una voglia (o una cicatrice?) quella sul costato di Guercioli? E se, per assurdo, ci fosse consentito vivere più volte? Con esistenze inconciliabili e parallele “in spazi e tempi divergenti”, fino ad archiviarne le esperienze più pregnanti? Impossibile! È tutto falso! tuonano i benpensanti, finti come il “bugiardissimo vetro smerigliato” della finestra che separa la stanza dall’esterno, come l’ ignoranza di chi, per scelta o per conformismo, non vuole sapere cosa ci sia davvero dall’altra parte. Un “impassibile vetro” che Stefano (o Angela?) troverà infine il coraggio di infrangere.

                   Grazia Pastore

CULTURA
DIPHDA NON È SOLO UN GATTO ( ebook)
18 giugno 2015


Dopo "Il ragno" e "La voce che scompone il buio", anche "Diphda non è solo un gatto" (pubblicato in edizione cartacea da Tracce Editore) diventa un ebook  scaricabile gratuitamente. Con l'augurio che il gusto di leggerlo sia per tutti pari al  piacere che l'autrice ha nell'offrirlo in dono.
Buona lettura!

L'ebook è scaricabile al link sottostante
http://www.ebookservice.net/scheda_ebook.php?ideb=1472#sthash.Q7xnXi6J.dpbs
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