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noicittadinilucani
Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.

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CULTURA
MUTATIS MUTANDIS
15 luglio 2017

Si potrebbe non credere che siano passati quasi cinque secoli da quando uno zelante Daniele da Volterra si adoperò per infilare le braghe a santi e sante della Sistina, arrivando addirittura, come nel caso delle figure di Santa Caterina d’Alessandria e di San Biagio, a distruggere e rifare l’affresco michelangiolesco poiché gli appariva oscena la posa della santa nuda chinata con il santo alle sue spalle ripiegato su di lei. Era il 1564, ma nonostante questi 450 anni che ci separano dalla solerzia del “Braghettone” ( è questo il nome con cui è da allora conosciuto lo scrupoloso artista) ancora è molto attivo il popolo delle mutande, quello che è capace di strumentalizzare, a fine più politico che morale ovviamente, qualsiasi cosa pur di ricordare la propria esistenza ad un mondo che, per la verità, la ignora. E così ci ritroviamo a Potenza come nella Capitale, al Museo Provinciale come nei Musei Capitolini, a girare di faccia al muro (e già, è questo che è stato fatto seppure solo per qualche ora nel Museo di Potenza) alcune opere della mostra “Intramoenia”, inaugurata lo scorso 7 luglio, e non già per la visita di un Hassan Rouhani, ma per la “condanna” di una cittadina scandalizzata da alcune immagini. Purtroppo però, come scrisse Pasolini, “Chi si scandalizza è sempre banale; ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. E chi è male informato dovrebbe avere l’umiltà di informarsi prima di puntare il dito e ergersi a moralizzatore e censore. Insomma, per essere espliciti, chi non capisce l’arte e neanche ha voglia di capirla, dovrebbe evitare di sollevare polveroni che potrebbero facilmente ritorcerglisi contro. Cominciamo con le puntualizzazioni dunque. La Presidente del Popolo della Famiglia (notoriamente popolo di percentuale da prefisso telefonico) solleva il problema di una Istituzione pubblica che ospita una mostra ritenuta “fosse anche solo dal Popolo della Famiglia” offensiva della sensibilità; non mi pare abbia mai invece sollevato il problema di patrocini, sponsorizzazioni e spazi pubblici offerti a mostre d’arte sacra con il loro gran tripudio di immagini di morte spesso raccapriccianti, probabilmente capaci di ferire la sensibilità di persone, sicuramente più numerose di quelle appartenenti al Popolo della Famiglia, che ritengono le istituzioni pubbliche laiche e che potrebbero voler difendere i loro figli dalla violenza che si sprigiona da certi martiri o Ecce Homo. La signora grida allo scandalo anche per la nudità di tre fanciulle coperta da una immagine della Madonna; l’opera in questione, di Dario Carmentano, è stata da lui stesso ben “spiegata” e inserita in un contesto di denuncia che ( ah, la scarsa informazione!) non solo non è offensiva, ma è addirittura in difesa di determinati valori oggi troppo spesso assoggettati al marketing e alla superficialità. Ma se anche l’eccellente artista materano avesse taciuto, solo chi fa della strumentalizzazione la propria professione poteva trovare nella sua opera qualcosa di indecente. Pur volendo infatti assoggettarsi a considerare la nudità un gran peccato ( ditelo poi ai Rubens, ai Michelangelo, ai Guttuso ecc…), un’immaginetta di Maria che copre l’ “indecenza” andrebbe letta più come un intervento salvifico nei confronti delle tre “peccatrici” che come un’offesa nei confronti della Madonna. Ma “a far indignare il Popolo della Famiglia è la possibilità che questa mostra possa poi essere vista da bambini e scolaresche…” aggiunge la Presidente. E così finiscono di faccia al muro anche le sbigottite pudenda di un ritratto firmato da Pino Lauria, un Crocifisso in equilibrio sul naso del blasfemo Carmentano ed un altro Lauria in versione satiro con l’aureola. Certo che i bambini non le reggerebbero immagini così. Non le reggerebbero allo stesso modo di come mai potrebbero reggere i genitali del Cristo di Brunelleschi che penzolano dalla croce, o il fallo marmoreo del michelangiolesco Cristo della Minerva, o ancora i seni sprizzanti, sensualmente offerti dalle tante madonne del latte. E tra queste, se volessimo prenderne una a caso, come una scolaresca innocente potrebbe mai reggere la blasfemia dell’algida Madonna di Jean Fouquet? Come le si potrebbe mai spiegare che sotto il nome di “Madonna del latte in trono con il bambino”, nei panni ricchi e sensuali di una regina si cela il ritratto di Agnès Sorel, amante di re Carlo VII, nota per la bellezza del suo seno che amava scoprire abbondantemente? Come non trovare scandalosa e blasfema l’ipocrisia di sacralizzare una cortigiana? E perché dovremmo credere che le tornite figurine rosse che contornano una “vergine” così profana siano serafini e non angeli infernali? Da quanti secoli queste immagini violentano l’innocenza dei nostri figli nelle Istituzioni pubbliche in cui li portiamo per accrescere la loro cultura e addirittura nelle chiese in cui li portiamo per pregare? Non sarà scandaloso che le nostre bambine apprendano l’anatomia del maschio, in tenera età, dai genitali dei santi? O che chiedano spiegazioni sul gesto inequivocabile della fanciulla che, in un quadro del Rubens, offre il suo seno a un laido vecchio? Come glielo spieghiamo che quella è l’allegoria della carità filiale?

Ovviamente, prima che si scandalizzi di nuovo ( due scandali a breve distanza potrebbero certo far male alla Presidente), tengo a precisare che c’è chi è convinto che nell’arte, e quindi anche in tutte le straordinarie opere citate, fermare la propria attenzione sui retroscena o sui bassoventre e i fondoschiena equivale a contemplare il Creato soffermandosi sui pruriginosi ponfi delle zanzare; perciò non credo ci sia possibilità che qualcuno, benché bambino, subisca shock né per il nudo di Cristo né per l’aureola di Pino Lauria. Insomma, si può anche capire che le lotte iconoclaste possono tornare utili per dar fuoco al poco spirito di cui si dispone, ma sarebbe scaltro comprendere che di questi incendi non è mai morta la civiltà né l’arte. E diciamolo: il pretesto una volta è il gender, una volta è Fa’afafine, un’altra il Pride, stavolta Carmentano. Non credo tuttavia che la signora Giorgio o le interrogazioni dei suoi referenti politici possano sperare di spaventare il mondo più di quanto non lo abbia spaventato il terrorismo fondamentalista che continua a minacciare di far saltare in aria il duomo bolognese di San Petronio per via di quel Maometto seviziato e collocato all’inferno nell’affresco quattrocentesco di Giovanni da Modena. In realtà se ci pensa, gentile signora, i fondamentalisti ragionano con la stessa stringente logica del suo Popolo della Famiglia e in questa logica avrebbero pure ragione, perché di certo il Profeta torturato, umiliato e condannato al fuoco eterno non è proprio un bel vedere per la sensibilità religiosa di chi ha un credo diverso dal suo. Ma, ci scommetterei, che lei direbbe che chi si sente offeso può anche andarsene dal nostro Paese. Ecco. Ottima idea. Chi si sente offeso, non vada al museo e non ci porti i figli.

Anna R. G. Rivelli



CULTURA
INCONTRO CON L'AUTORE: ANNA R.G.RIVELLI
5 aprile 2017
CULTURA
LE DONNE E LA SCRITTURA
23 maggio 2016




CULTURA
SPECIALE SINERESI:I QUADRI PLASTICI DI AVIGLIANO
7 marzo 2016
SE CI SONO DUE ALBERI...ad Avigliano
9 febbraio 2016


Sabato 13 febbraio, ore 18:30
Chiostro del Comune
Avigliano (Pz)


CULTURA
SE CI SONO DUE ALBERI
3 gennaio 2016
Presentato a Potenza lo scorso scorso 18 dicembre,
il libro è acquistabile direttamente presso la casa editrice al link
negli store online e nelle librerie


Lu, rinvenuta priva di memoria, in cerca d’identità.
Le rane di Chomsky, fil rouge del romanzo, se già l’aforisma di Wilde posto all’ inizio del libro non fosse sufficientemente evocativo del solco narrativo.
I sentimenti di tenerezza che Lu ispira nel lettore si alternano alla frenetica curiosità dello stesso di cogliere tracce utili alla soluzione dell’enigma: chi è Lu? E mentre crede, a tratti, di intravedere la soluzione, rimane stravolto ed affascinato. Man mano l’intreccio narrativo si approssima al climax risolutivo e si arricchisce di metafore e di descrizioni palpitanti. La storia è intrigante e movimentata, fino a scivolare verso un’epifania assolutamente inaspettata.

Il nome della protagonista è un monosillabo che oscilla dinanzi al lettore come un pendolo ipnotizzante: quante sono le verità di Lu? Una, due, più di una? Quante le vite che ha vissuto? E, soprattutto, in quali “navigli” del Tempo? Di sicuro c’è, però, che le abbia intensamente vissute, se tanto profonde sono le ferite lasciate nell’anima, fino a costringerla a rimanere reclusa in una stanza d’ospedale, asfittica ed opprimente, preda di medici per i quali la risoluzione del caso è l’unica ratio.

L’ aria è libertà; il setting della storia è claustrofobico, fatta salva la scena finale del terrazzo che per l’Autrice è espediente atto ad enfatizzare, nel gioco dei contrasti, lo stato snaturato in cui Lu è costretta a vivere. Calata in una “meccanica ariosità”, in un ambiente incolore e insapore, Lu ondeggia in una “sfinente primavera”, come l’Ofelia di Millais, rischiando di morirci lentamente, bollita. Dead man walking: si sente così, quando attraversa il budello di corridoio dell’ospedale- con le “pie donne” che la osservano ed il “ridere impudico” delle sue ciabatte - unico momento in cui può evadere dalla sua stanza, dove impera una “temperatura costante e adulterata” e dove anche una mela “itterica e rugosa” implora “la propria fine” facendo pendant con i toni malati e sbiaditi del cibo. L’aria condizionata è un ossimoro, finta come le convenzioni, le regole, l’ipocrisia, i “forse perché” e l’immobilismo dei “benpensanti”, o il tutto so io degli “abbonati di Dio”. Finto come il neon che “dentro la stanza fingeva un giorno eterno”.

Nel lettore, avido e curioso, comincia ad insinuarsi il dubbio, come nel co-protagonista Stefano: se fossero tutte vere le identità di Lu? È una voglia (o una cicatrice?) quella sul costato di Guercioli? E se, per assurdo, ci fosse consentito vivere più volte? Con esistenze inconciliabili e parallele “in spazi e tempi divergenti”, fino ad archiviarne le esperienze più pregnanti? Impossibile! È tutto falso! tuonano i benpensanti, finti come il “bugiardissimo vetro smerigliato” della finestra che separa la stanza dall’esterno, come l’ ignoranza di chi, per scelta o per conformismo, non vuole sapere cosa ci sia davvero dall’altra parte. Un “impassibile vetro” che Stefano (o Angela?) troverà infine il coraggio di infrangere.

                   Grazia Pastore

CULTURA
DIPHDA NON È SOLO UN GATTO ( ebook)
18 giugno 2015


Dopo "Il ragno" e "La voce che scompone il buio", anche "Diphda non è solo un gatto" (pubblicato in edizione cartacea da Tracce Editore) diventa un ebook  scaricabile gratuitamente. Con l'augurio che il gusto di leggerlo sia per tutti pari al  piacere che l'autrice ha nell'offrirlo in dono.
Buona lettura!

L'ebook è scaricabile al link sottostante
http://www.ebookservice.net/scheda_ebook.php?ideb=1472#sthash.Q7xnXi6J.dpbs
CULTURA
NON SOLO MIMOSE
8 marzo 2012

IL RUOLO DELLE DONNE
NEL CONTESTO
 ISTITUZIONALE E CULTURALE 
sabato 10 marzo 2012, ore 18:00
Sala convegni Palazzo Corbo- Filiano

CULTURA
PRESENTAZIONE DEL ROMANZO "IL RAGNO"
22 marzo 2011





Sabato 26 marzo 2011 , presso l'Auditorium del Pontificio Seminario minore, in viale Marconi 104 a Potenza
alle ore 18,30
presentazione del romanzo di
 Anna R.G. Rivelli "Il ragno" 
http://annargrivelli.blogspot.com/2011_03_01_archive.html#6684118773656281852

La manifestazione è organizzata dal Circolo Culturale "Silvio Spaventa Filippi" in collaborazione con il Liceo Ginnasio Paritario


PROGRAMMA


Saluti  
 


Vito Santarsiero
Sindaco di Potenza

Introduce

Santino G. Bonsera
Presidente del Circolo Culturale "Silvio Spaventa Filippi"


Presentano 

Lucia Serino
caporedattore de «Il Quotidiano della Basilicata»

Prof. Fancessco Saverio Lioi

Conclude


Vito De Filippo
Presidente Regione Basilicata


Sarà presente l’Autrice

località
OMAGGIO ALLA BASILICATA
26 febbraio 2011

 

Non sarà un caso se a questa Terra unica madre ancora noi temiamo di regalare il cuore, eppure attanagliati le restiamo, abbarbicati coi pensieri a un sasso, ad una strada, a un suono.
E vacillò l'idea di vita che è più vita altrove già sulle teste degli amanti in vaso sul limitare di ogni nostro io, perché impastati siamo con fango rugiadoso di una storia che alito muove d'appassionati incesti d'acqua e monti, d'intatte attese ancora mai appagate alle porte del tempo.
Andremo via -strenua difesa- e respiriamo intanto ancor più forte e trafughiamo, come se non ci appartenesse, il curvo sussurrar di antichi dei alle soglie del bosco e la preistorica cadenza di villaggi d'ora e lo struggente repentino oblio di un cielo viola, viola di luce andata.
 
       Anna R.G. Rivelli
      da "Viola di luce andata" -1995

 

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