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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
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SOCIETA'
UN SORRISO PER LA STAMPA
31 agosto 2008

                                               
                        
                                                                 
             
                                 

Riceviamo dal dottor Carlo Gaudiano una riflessione, una pagina di diario di un'esperienza affascinante e terribile. Non ci sono premesse da fare né  parole da aggiungere. C'è solo da apprendere da chi riesce a soffrire anche del dolore degli altri. Grazie Carlo.


All’inferno e ritorno

Senza voler parafrasare il famoso film, sulla seconda guerra mondiale, mi è sembrato di sprofondare nei bassi degli inferi, per, poi, ritornare alla “civiltà” di tutti i giorni. I “dannati” erano nella stragrande maggioranza giovani tra i 20 e 30 anni che, per sfuggire alla miseria, alla guerra, alla persecuzione politica, alla sanità inesistente, intraprendono lunghissimi viaggi, alcune volte senza ritorno, per approdare nella terra dell’apparente bengodi, l’Italia.

Viaggi avventurosi che i clandestini devono fare su sgangherati mezzi di fortuna, con i quali percorrono migliaia di chilometri, attraversando strade impervie e pericolose, per la presenza di bande armate pronte a depredarli e massacrarli. Così in questa discesa negli inferi ho conosciuto giovani provenienti da Somalia, Eritrea, Ghana, Sudan, Nigeria, Egitto, Palestina, Iran, Iraq, tutti con la speranza di attraversare il “mar rosso”, per giungere nella terra promessa.

La tappa finale in terra africana, generalmente, presuppone un bivacco sulle coste libiche, in attesa di partire per superare il Canale di Sicilia, braccio di mare che divide l’umanità tra chi muore in tenera età per mancanza di cibo e chi muore per gli effetti sulle arterie dell’abbondanza di cibo, tra chi non conosce alcuna libertà e chi ne fa un uso sfrenato fino ad arrivare al libertinaggio, tra chi muore per mancanza dei più banali farmaci e chi si può permettere di sostituire uno o più organi ormai “esauriti” con organi nuovi di zecca, (i cui “donatori” in alcune circostanze sono gli stessi “dannati”), tra chi sopravvive con pochi euro al mese a costo di sacrifici e sfruttamento e chi in pochi minuti senza alcuna fatica e sacrificio guadagna quanto i primi in una intera vita, tra chi muore sotto le bombe, per colpi d’arma da fuoco, per mine antiuomo e chi quelle armi le produce con enormi profitti.

E’ proprio sulle coste della Libia, nei giorni di attesa per l’imbarco, che si consuma l’atto più indegno di sopraffazione umana: lo stupro di ragazze indifese da parte di carnefici che, oltre a spogliarle economicamente, le marchiano in modo indelebile nel fisico e nella mente. Raggiungono così le “dannate” il punto più basso degli inferi

Quando finalmente le previsioni meteo e la disponibilità del mezzo (barcone o gommone) lo permettono ecco che vengono imbarcati e, acceso il motore dell’enduro yamaha 48 cavalli, riforniti di qualche bidone di benzina, equipaggiati con un cellulare satellitare e la bussola, partono per la terra promessa, per un viaggio pieno di incognite della durata variabile che va da poche ore a diversi giorni. Partono spogliati di tutto, materialmente e spiritualmente, senza alcun bagaglio se non i poveri indumenti che indossano; alcuni poi, per rifugiarsi dall’eventuale freddo notturno, si coprono con diversi strati di indumenti, strategia questa con il rovescio della medaglia. Se per qualsiasi evento il barcone o il gommone dovesse rovesciarsi, gli strati di indumenti diventano una micidiale zavorra che facilita l’annegamento dei “dannati” che già di per sé hanno poca esperienza nelle tecniche di galleggiamento.

Partono incuranti e ignari dei pericoli che possono sopraggiungere e di come evitarli o affrontarli. Partono stipati come sardine, senza alcuna possibilità di muoversi, espellendo nei propri indumenti le scorie contenute nel retto e nella vescica, lasciando così le feci e le urine a contatto con la cute delle cosce e dei glutei. Si forma un mix micidiale che oltre a contribuire allo sviluppo di infezioni e ulcere, per macerazione della cute, ammorba l’aria di un fetore insopportabile. La situazione diventa ancora più drammatica per il “dannato” che, per un qualsiasi motivo, è affetto da diarrea. La posizione “costretta” diventa fonte di dolori muscolari e articolari. Partono di notte e arrivano in qualsiasi momento del giorno o della notte, cotti da un sole accecante e bruciati dalla salsedine, disidratati e con insolazione, vedendo, per ore o per giorni solo acqua salata dalla quale vengono bagnati di notte e “bruciati” di giorno.

Così li ho accolti, nel mare, i “dannati” della terra, portando loro i primi soccorsi, come medico di prima linea.

Ho vissuto per 10 giorni su una motovedetta della guardia costiera dell’isola di Lampedusa. Si partiva in qualsiasi momento del giorno o della notte, non appena la capitaneria di porto di Palermo ci segnalava, dandocene le coordinate geografiche, la presenza di un natante pieno di clandestini, che in gergo tecnico viene chiamato “bersaglio”.

Così ho conosciuto esseri umani che, in cerca di un futuro migliore per sé e per i propri cari, hanno percorso tutti i gironi infernali.

Così ho accolto gente sfinita, uomini donne e bambini disidratati, mamme gravide con minaccia di aborto o di parto prematuro, uomini con tubercolosi, uomini con diabete, uomini con scabbia, uomini con ulcere in varie parti del corpo, uomini scottati dalla benzina che si versava sulla loro pelle, uomini con esiti invalidanti di poliomielite.

In questi dieci giorni ho vissuto con gli uomini della guardia costiera, comandante e quattro sottoposti, tutti consapevoli e appassionati al grande gesto umanitario al quale venivano chiamati, tutti capaci di esprimere alta professionalità nelle procedure, in alto mare, di accostamento e trasferimento dei “dannati” dal barcone o gommone alla motovedetta, anche nelle condizioni di mare meno favorevoli. Queste fasi sono le più pericolose rispetto alla stabilità del barcone e del gommone per le relative drammatiche conseguenze nell’ipotesi che la piccola imbarcazione potesse ribaltarsi.

Una volta che i “dannati” toccavano terra il mio compito di medico terminava. Gli uomini e le donne venivano affidati alle cure dei colleghi di Medici senza frontiere e successivamente, tramite bus, venivano trasferiti nel Centro di Permanenza Temporanea.

Tutto avveniva senza che i forzati della vacanza, senza che i divertimenti estivi, senza che i bagnati venissero minimamente disturbati dai “dannati”; questi ultimi diventavano, così, trasparenti al grande circo del consumismo vacanziero.

Ho portato con me una telecamera per dare supporto mnemonico ai mie occhi, alle cellule del mio cervello, ma dopo il primo giorno ho rinunciato a filmare. Ho pensato che probabilmente violavo la loro privacy, già di per sé abbondantemente violata dagli organi di informazione. Dopo aver portato soccorso e imbarcato i clandestini, ogni qualvolta si giungeva al molo, in qualsiasi ora del giorno e della notte, sul molo si formava una piccola platea di giornalisti, con cineoperatori a seguito, alla ricerca dell’immagine che più di ogni altra doveva mettere in evidenza la miseria umana. Era il momento del “sorriso per la stampa”, come ironicamente annunciava un grande cartellone posizionato all’ingresso del molo da una associazione onlus che si occupa dei diritti delle persone.

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