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noicittadinilucani
Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.

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POLITICA
IL SELFICIDIO DEI POLITICI da Gianni Pittella a Aurelio Pace
1 settembre 2017

Estate, tempo di sole, mare e folleggiamenti, per fortuna ti stiamo archiviando! Le vacanze, infatti, sono sempre più vacanti di buon senso e la smania di apparire, troppo spesso per quello che non si è davvero, spinge a svarioni che, tra il ridicolo e il patetico, ci riportano la fotografia di una società grottesca la quale, se al sole estivo può sembrare solo allegramente imbecille, con le prime luci mitigate di settembre ci riporterà bruscamente a meditare sulla triste realtà. Se è vero, infatti, che una risata ci seppellirà, c’è da giurare che prima della sepoltura saranno in molti a morire di selfie. Del resto la selfimania ormai contagia tutti, cosicché se per puro caso un nemico ci volesse tendere un agguato, se ci cercasse l’Isis o il nostro dietologo volesse controllare se stiamo seguendo alla lettera la prescrizione di dieta, basterebbe aprire la pagina facebook o instagram e il gioco sarebbe fatto. E può succedere, come riportato dalla stampa, che uno qualsiasi dei nostri vicini posti la foto di un meraviglioso mare delle Seychelles, favoleggiando di vacanze da sogno, proprio mentre noi lo vediamo in mutande a prendere il sole sul suo balcone. Questo perché alla smania del selfie vero, che non ci risparmia né piedi in primo piano, né sedute di fisioterapia, né documentate notizie di influenze e vari accidenti, si è aggiunta la smania del selfie taroccato, buono a mostrare quello che vorremmo essere o fare o far vedere agli altri di una vita che, evidentemente, riteniamo insoddisfacente o imperfetta. E la cosa non risparmia gli uomini politici, anzi! A dover esclamare “Quoque tu, selfie…!” sono infatti in molti, colpiti a tradimento dal pugnale di quella che ritenevano una amorevole emanazione (un figlio quasi) della propria incontenibile frenesia di autopromozione. Non è passato neanche un mese, infatti, da quando un affranto Gianni Pittella, sciarparossamunito, postava su facebook una sorta di lamento dell’emigrante, cercando di sollecitare un’ammirata e pietosa empatia per il povero parlamentare europeo costretto a lasciare la famiglia in piena estate per recarsi in Inghilterra ad imparare la lingua per il nostro bene, per noi che, quando andrà in pensione, potremo riconoscergli finalmente l’accento di un vero lord anglolauriota. Inutile dire che di empatia il nostro Gianni ne ha suscitata poca, ma lui, recidivo, ha continuato ad aggiornarci sulla sua vita d’oltremanica fino a tranquillizzarci (perché in realtà eravamo tutti molto in ansia) del suo ritorno in famiglia per l’ultima settimana di agosto. Ma archiviato Gianni, rasserenati sulla sua condizione, non si fa in tempo a tirare il respiro che eccone avanti un altro. Povero, povero Aurelio Pace! Anche per lui toccherà impietosirsi. Il 27 agosto, infatti, posta una foto della sua bella famigliola in aeroporto, in attesa di un volo che tarda di qualche ora, così ci aggiorna sul bel sorriso dei suoi bambini e sulla temerarietà del suo barbiere che lo ha evidentemente “lucidato” troppo. Tutto bene però, sono tutti allegri nonostante l’attesa, fanno shopping e noi siamo tutti tranquilli. Il 28 agosto, a metà pomeriggio, il nostro Consigliere ci fa sapere che è a Cagliari e ci mostra le foto di una bella mostra sul Barocco nel Mediterraneo. Tutto bene, dunque. Anzi no. Nello stesso post, infatti, scrive “Oggi turisti, domani convegno all'Università di Cagliari.Relax e lavoro”. E qui cominciamo a preoccuparci; ma che diamine, insomma! Un pover’uomo parte per pochi giorni di vacanza, sicuramente autospesati, e deve pure lavorare? Ed ecco che una pietosa empatia comincia a farsi largo nella considerazione del cittadino medio. L’acme del dispiacere, però, il cittadino medio potrà raggiungerlo soltanto il giorno dopo, quando, il 29 agosto, alle 9:31 del mattino, Pace scrive: “Cagliari, Università. Parliamo della nostra Basilicata a chi è parte originale del Mediterraneo”, accompagnando l’annuncio con le immancabili foto, tra le quali una di lui, oratore, in piena attività. E qui il dolore del cittadino si fa lancinante. “Ma come?- si chiede- alle 9:30, in vacanza, in giacca scura, con quel caldo africano, è già nel pieno ritmo di un convegno? Bah! Sarà un convegno sull’insonnia” – si dice ancora il cittadino e si consola notando che a rinfrescare le ugole certamente secche c’è sul tavolo del nostro relatore una bottiglietta dal tappo arancione, molto Gaudiannellostyle. Parlano di Basilicata, a Cagliari, il Consigliere –persona seria- magari ha preteso l’acqua lucana. Ma poiché il lucano è anche curioso ed ha pure la sindrome dell’abbandono, quando sente che si parla di Basilicata oltre i confini regionali, si inorgoglisce e ne vorrebbe sapere di più. Ed ecco che si mette a cercare notizie di questo convegno agostano, che setaccia il web, che non contento contatta l’Università di Cagliari per averne notizia, che si fa palmo a palmo le pagine degli eventi di tutte le facoltà, ma niente. Ad agosto nulla, nessun evento, nessun convegno, niente Basilicata nei pensieri dei sardi. Delusione! “Ma com’è possibile - si chiede il cittadino medio- se nella foto postata Aurelio Pace sta davvero ad un tavolo di relatori?” E così guarda e riguarda la foto, se la rigira come fosse un santino, e si accorge che è stata ritagliata a stringere il primo piano sul soggetto e, tranne l’acqua in bottiglia e il microfono, non lascia intravedere null’altro. E guarda e riguarda ancora, si accorge pure che a distanza di un giorno e mezzo dalla foto in aeroporto, capelli e barba del nostro eroe appaiono straordinariamente cresciuti e rinfoltiti. Miracolo? “Ma no! – si risponde il nostro saggio cittadino- Un convegno, il 29 di agosto, di prima mattina, in una Università presumibilmente come tutte le altre chiusa o ad attività ridotta, deve essere stato così noioso da stimolare i bulbi piliferi dei relatori e da essere condannato per questo alla damnatio memoriae dall’Università stessa” . Perché il cittadino medio mica è fesso, se le dà le risposte; mica è insensibile, prova dispiacere di fronte a tanta sfortunata abnegazione di un Consigliere. E si chiede, soprattutto si chiede, perché essere così atroci da continuare a rovinargli le vacanze? Vogliamo mettere? È solo un Consigliere e non si gode un giorno. E se fosse addirittura Presidente? Se dovesse preoccuparsi di garantire tutti i Lucani? Se dovesse garantire l’indirizzo di una politica seria e responsabile? Ma no che cattiveria! I suoi colleghi dovrebbero capire che in altri Paesi, per esempio nell’Inghilterra di lord Gianni, di fronte ad una circostanza così avversa, sarebbe stato prescritto un lungo riposo da tutte le fatiche politiche. Siate buoni in Regione! O almeno mostrateci una locandina o stampategliene una postuma come anni addietro facevano fantasiosi esponenti nazionali, figli spirituali di un altro intransigente leader di partito.

                              Anna R. G. Rivelli




POLITICA
I FISSATI PER L’AMMINISTRAZIONE (o dell’Hully Gully nella città di Potenza)
14 agosto 2017

Konrad Adenauer, tra i primi promotori di quei processi di cooperazione europea che sarebbero giunti fino alla UE, scriveva che “La storia è la somma totale delle cose che avrebbero potuto essere evitate”. Con la suggestione di tale aforisma, tocca guardare a questi tre anni della città di Potenza; tre anni che nella storia, intesa come totale di cose evitabili, hanno già impresso le impronte di molti uomini, fermo restando che ognuno a suo modo si è dato da fare per evidenziarsi con un proprio perché. Così, tanto per prenderne uno a caso, l’assessore Coviello sarebbe ben potuto restare negli annali per essere rimasto assessore “a titolo personale” dopo essere stato epurato dal partito di appartenenza insieme al collega Bellettieri, ma, avendo voluto strafare, ci resterà forse per il video, orgogliosamente costruito e diffuso, in cui recupera una carcassa di lavatrice da un ciglio di strada boscoso tra applausi e batti cinque dei presenti proprio mentre nel backstage (cioè in tutto il resto fuori onda della città) i topi si moltiplicavano e una differenziata nata con patologia autoimmune rendeva invivibili rioni e contrade. Ma poiché non c’è personaggio storico senza frase celebre, ecco che il nostro, evidentemente più arguto per la politica in social che per le politiche sociali, si è prodotto su facebook in un’espressione memorabile con la quale intendeva sminuire la voce di chi sottolineava da tempo i “misfatti” di Piazza Matteotti. Scriveva più o meno che tutto andava per il meglio e che tutti vivevano felici e contenti tranne qualche “fissato per l’amministrazione” che continuava a cercare pretesti per attaccare Sindaco, Giunta e Consiglio tutto. L’espressione ovviamente era destinata a rimanere proverbiale, perché nella narrazione sapientemente imbastita dai nostri amministratori, i cantori di altre gesta meglio era sbaragliarli con la stigma del rancore, dell’inimicizia politica, dell’interesse personale e di tutto quell’armamentario di negatività che la parola “fissato” prontamente trascina con sé. Ma la storia, si sa, è imprevedibile, cosicché a rendere famigerata più che famosa cotanta definizione, è intervenuto un fatto nuovo, una specie di Hully Gully a cui tutta la città ha iniziato finalmente a prendere parte. Così, come nell’allegra canzoncina anni ’60, se prima era uno a ballare l’Hully Gully, adesso sono in tanti a ballare l’Hully Gully. Da giorni e giorni, infatti, le denunce si sono spostate dai social ai giornali e si sono fatte sempre più chiare e circostanziate. La differenziata non funziona, le scale mobili sono un disastro, i contratti puzzano, le strisce blu si moltiplicano, alle interrogazioni non ci sono risposte e, dulcis in fundo, si producono ad arte nuovi disoccupati. Così ballano i cittadini, i Sindacati, l’Adoc, ecc… e qualcuno pure canta perché un Pittella ascolti, ma pare non ci sia nulla da fare perché tutto è, ovviamente, in nome del bene della città. Perciò vengono in mente altre parole, frasi celebri di altri personaggi che nel cambiare casacca scrivevano “… oggi il mio posto è altrove, nel Movimento dei Democratici e Progressisti dove provare ad affermare da sinistra un diverso punto di vista che porti a un cambio delle politiche…”. Così anche Iudicello passerà alla storia, ben piazzato sulla poltrona da cui dice di voler “costruire il futuro della Sinistra moderna e riformista in Italia e in Basilicata”, facendo coro a chi da Roma intona “Siamo i Vatussi”, lato b di un disco rotto che non incanta più.
                                                                          Anna R. G. Rivelli
POLITICA
QUANDO IL SILURO È INTELLIGENTE
4 agosto 2017


“Il Consiglio regionale rappresenta la comunità regionale ed esprime l’indirizzo politico della Regione”.

“Il Presidente garantisce, con imparzialità, il corretto svolgimento dei lavori consiliari”.

Tanto si legge nello Statuto della Regione Basilicata, rispettivamente all’articolo 24 comma 1 e all’articolo 27 comma 4. Sono due asserzioni importanti che, pur nel caos che attanaglia il PD locale e nel sospetto ormai perennemente ingenerato nell’opinione pubblica di fronte ad ogni atto politico posto in essere, dovrebbero ritenersi sufficienti a non far leggere la mancata staffetta Mollica-Pace come una questione di screzi interni o di guerre tra bande o di giochi di poltrone. O almeno, una volta tanto, si potrebbe leggere la cosa anche dal punto di vista di un cittadino qualsiasi che prende sul serio lo Statuto, il senso della rappresentanza di una intera comunità attribuita al Consiglio, nonché quello di una necessaria imparzialità di chi lo presiede.

In primis va detto che una “staffetta” tra presidenti o assessori, specialmente quando avviene in tempi relativamente circoscritti, è sempre da vedersi come un gioco di relazioni e accordi di convenienza tra esponenti di partiti che hanno una pur legittima necessità di veder riconosciuto un proprio peso; nulla, però, questi accordi hanno a che fare con il benessere della comunità, posto che tutti coloro che a vario titolo ci rappresentano dovrebbero lavorare costantemente nell’interesse di tutti. Insomma, cambiare un presidente o un assessore avrebbe valore positivo per la comunità solo ed unicamente se si sostituisse un incapace comprovato con un’eccellenza sicura, altrimenti il cambio va considerato nell’ottica del tutto diversa che è, appunto, quella delle relazioni politiche. Ecco perché dal punto di vista dell’interesse comune, la mancata elezione del consigliere Pace alla Presidenza del Consiglio non può che essere salutata come una benedizione, perché un organo che “rappresenta la comunità regionale ed esprime l’indirizzo politico della Regione” non può essere rappresentato da chi nell’espletare il suo ruolo di consigliere ha ben dimostrato di avere in spregio l’uguaglianza dei cittadini, la salvaguardia dei diritti comuni e persino il principio di laicità a cui si ispira la nostra Costituzione. Quale imparzialità, quale garanzia ci sarebbero per i cittadini? Il consigliere Pace, sia ben chiaro, ha tutto il diritto di tenersi le proprie opinioni (anche se va sottolineato che l’omofobia non è un’opinione e che la laicità dello Stato è un principio inderogabile), ma non può certo pretendere di rappresentare tutta la comunità né tanto meno di esprimere l’indirizzo politico della Regione che “riconosce la persona come centro di valore, soggetto di diritti e doveri senza distinzione alcuna e considera l’identità personale di ogni individuo come una qualità assoluta, unica e irripetibile… concorre alla tutela dei diritti della persona e opera per superare le discriminazioni legate ad ogni aspetto della condizione umana e sociale… rifiuta ogni forma di violenza e discriminazione, opera per prevenirne e rimuoverne le cause …” (art.5 Statuto Regionale). Con la palma del consigliere anti-gender, il certificato di referente di crociati nostrani in preghiera davanti ai musei, Aurelio Pace, infatti, non potrebbe mai essere quel presidente a cui, con la certezza di essere compreso ed accolto, un Gaber potrebbe rivolgersi dicendo “ Mi scusi Presidente, ma ho in mente il fanatismo…”.

Se poi si vuole aggiungere il fatto che i lucani possono anche essere afasici, ma la memoria ce l’hanno lunga, va ricordata una certa riunione “carbonara”, mai smentita del tutto dagli stessi protagonisti e mai ancora chiarita, alla quale il nostro mancato presidente prese parte e della quale la stampa dell’epoca riportò poco nobili motivazioni; ed ecco che il cerchio si chiude del tutto a favore di un Franco Mollica suo malgrado tetragono nella postazione in cui è. Perciò, se siluramento c’è stato, una volta tanto si può prendere atto che almeno si è trattato di una bomba intelligente.

               Anna R.G. Rivelli


CULTURA
"SE CI SONO DUE ALBERI" ...a Milano
1 agosto 2017

Il 20 Luglio scorso a Milano, presso l’Associazione Art Marginem, si è tenuta la presentazione dell’ultimo romanzo di Anna R. G. Rivelli, dal titolo “Se ci sono due alberi”, Eretica Edizioni. La storia narrata, che si sviluppa nell’arco di soli tre giorni e in un unico asfittico luogo, ha come protagonista Lu, una giovane ragazza senza memoria che con il suo modo di intendere la vita finisce per imporre una seria riflessione sull’esistenza a tutti coloro che vengono in contatto con lei, fino a diventare inconsapevolmente una vera guida spirituale per il giovane medico che l’ha in cura, il quale riuscirà alla fine a percepire, desiderare e condividere quelli che inizialmente gli erano apparsi una visione sbagliata della vita e un atteggiamento malato nei confronti di essa. Per questo il libro offre al lettore numerosi spunti di riflessione e altrettante tracce per una comprensione più piena ed empatica di diverse questioni attinenti alla nostra società attuale, a partire dallo smarrimento dell’io, che affligge per svariate motivazioni i giovani in particolare, fino ad arrivare alla necessità di riappropriarsi di una vera libertà, contro tutte le ipocrisie e gli stereotipi che vengono spesso proposti come “canoni” per sopravvivere. Questi ed altri temi sono stati sottolineati dai relatori. Adriano Pompa, Presidente di Art Marginem, associazione che – come si legge nel sito web- è “un luogo dove si impara , si insegna, si espone, un club di arte dove ridare vitalità all'istinto del disegno, alla creazione”, nell’introdurre la serata ha sottolineato il filo invisibile e tenace che lo lega alla Basilicata e all’autrice stessa. Egli, infatti, artista di grande qualità ed inventiva, è figlio di Gaetano Pompa, pittore originario di Forenza notissimo a livello internazionale, che recentemente la Rivelli ha inteso far recensire sulla rivista Sineresi da lei stessa diretta. La lettura critica del romanzo è stata fatta da Sara Valmaggi, Vicepresidente del Consiglio della Regione Lombardia, e Vito Santarsiero, Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Regione Basilicata, entrambi presenti in una doppia veste, quella istituzionale , a celebrazione di quel legame tra le due regioni sottolineato da Pompa, e quella personale. La Valmaggi, che già con il precedente romanzo si era dimostrata a Sesto splendida ospite dell’autrice e attenta lettrice della sua opera, ha sottolineato come il romanzo sia capace di porre in campo temi numerosi e profondi, soffermandosi in particolare sulle questioni che attengono alla condizione femminile, alle discriminazioni ancora evidenti nella società ed alla necessità di un’educazione che insegni l’accettazione delle diversità e la comprensione dell’altro. Vito Santarsiero, intervenuto anche come collaboratore della rivista Sineresi, tra gli altri temi si è soffermato in particolare sul valore della libertà, che è sicuramente la struttura portante del romanzo, ed ha evidenziato il legame esistente tra l’agire di Lu, la protagonista, e l’obsistenza, tema individuato dalla Rivelli come ispiratore dell’ultimo numero della rivista.

La serata, nella bellissima e informale location – una vecchia fabbrica di cornici trasformata in laboratorio di artisti e pullulante di opere straordinarie - si è conclusa con l’intervento dell’autrice che ha dialogato con un pubblico particolarmente attento e loquace, il quale ha interagito attivamente offrendo altri spunti ed altre riflessioni e mostrando particolare entusiasmo proprio per il concetto di obsistenza e per il vocabolo stesso, prontamente recepito, condiviso e segnalato ancora all’Accademia della Crusca perché possa presto rientrare tra i neologismi della nostra lingua.


CULTURA
MUTATIS MUTANDIS
15 luglio 2017

Si potrebbe non credere che siano passati quasi cinque secoli da quando uno zelante Daniele da Volterra si adoperò per infilare le braghe a santi e sante della Sistina, arrivando addirittura, come nel caso delle figure di Santa Caterina d’Alessandria e di San Biagio, a distruggere e rifare l’affresco michelangiolesco poiché gli appariva oscena la posa della santa nuda chinata con il santo alle sue spalle ripiegato su di lei. Era il 1564, ma nonostante questi 450 anni che ci separano dalla solerzia del “Braghettone” ( è questo il nome con cui è da allora conosciuto lo scrupoloso artista) ancora è molto attivo il popolo delle mutande, quello che è capace di strumentalizzare, a fine più politico che morale ovviamente, qualsiasi cosa pur di ricordare la propria esistenza ad un mondo che, per la verità, la ignora. E così ci ritroviamo a Potenza come nella Capitale, al Museo Provinciale come nei Musei Capitolini, a girare di faccia al muro (e già, è questo che è stato fatto seppure solo per qualche ora nel Museo di Potenza) alcune opere della mostra “Intramoenia”, inaugurata lo scorso 7 luglio, e non già per la visita di un Hassan Rouhani, ma per la “condanna” di una cittadina scandalizzata da alcune immagini. Purtroppo però, come scrisse Pasolini, “Chi si scandalizza è sempre banale; ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. E chi è male informato dovrebbe avere l’umiltà di informarsi prima di puntare il dito e ergersi a moralizzatore e censore. Insomma, per essere espliciti, chi non capisce l’arte e neanche ha voglia di capirla, dovrebbe evitare di sollevare polveroni che potrebbero facilmente ritorcerglisi contro. Cominciamo con le puntualizzazioni dunque. La Presidente del Popolo della Famiglia (notoriamente popolo di percentuale da prefisso telefonico) solleva il problema di una Istituzione pubblica che ospita una mostra ritenuta “fosse anche solo dal Popolo della Famiglia” offensiva della sensibilità; non mi pare abbia mai invece sollevato il problema di patrocini, sponsorizzazioni e spazi pubblici offerti a mostre d’arte sacra con il loro gran tripudio di immagini di morte spesso raccapriccianti, probabilmente capaci di ferire la sensibilità di persone, sicuramente più numerose di quelle appartenenti al Popolo della Famiglia, che ritengono le istituzioni pubbliche laiche e che potrebbero voler difendere i loro figli dalla violenza che si sprigiona da certi martiri o Ecce Homo. La signora grida allo scandalo anche per la nudità di tre fanciulle coperta da una immagine della Madonna; l’opera in questione, di Dario Carmentano, è stata da lui stesso ben “spiegata” e inserita in un contesto di denuncia che ( ah, la scarsa informazione!) non solo non è offensiva, ma è addirittura in difesa di determinati valori oggi troppo spesso assoggettati al marketing e alla superficialità. Ma se anche l’eccellente artista materano avesse taciuto, solo chi fa della strumentalizzazione la propria professione poteva trovare nella sua opera qualcosa di indecente. Pur volendo infatti assoggettarsi a considerare la nudità un gran peccato ( ditelo poi ai Rubens, ai Michelangelo, ai Guttuso ecc…), un’immaginetta di Maria che copre l’ “indecenza” andrebbe letta più come un intervento salvifico nei confronti delle tre “peccatrici” che come un’offesa nei confronti della Madonna. Ma “a far indignare il Popolo della Famiglia è la possibilità che questa mostra possa poi essere vista da bambini e scolaresche…” aggiunge la Presidente. E così finiscono di faccia al muro anche le sbigottite pudenda di un ritratto firmato da Pino Lauria, un Crocifisso in equilibrio sul naso del blasfemo Carmentano ed un altro Lauria in versione satiro con l’aureola. Certo che i bambini non le reggerebbero immagini così. Non le reggerebbero allo stesso modo di come mai potrebbero reggere i genitali del Cristo di Brunelleschi che penzolano dalla croce, o il fallo marmoreo del michelangiolesco Cristo della Minerva, o ancora i seni sprizzanti, sensualmente offerti dalle tante madonne del latte. E tra queste, se volessimo prenderne una a caso, come una scolaresca innocente potrebbe mai reggere la blasfemia dell’algida Madonna di Jean Fouquet? Come le si potrebbe mai spiegare che sotto il nome di “Madonna del latte in trono con il bambino”, nei panni ricchi e sensuali di una regina si cela il ritratto di Agnès Sorel, amante di re Carlo VII, nota per la bellezza del suo seno che amava scoprire abbondantemente? Come non trovare scandalosa e blasfema l’ipocrisia di sacralizzare una cortigiana? E perché dovremmo credere che le tornite figurine rosse che contornano una “vergine” così profana siano serafini e non angeli infernali? Da quanti secoli queste immagini violentano l’innocenza dei nostri figli nelle Istituzioni pubbliche in cui li portiamo per accrescere la loro cultura e addirittura nelle chiese in cui li portiamo per pregare? Non sarà scandaloso che le nostre bambine apprendano l’anatomia del maschio, in tenera età, dai genitali dei santi? O che chiedano spiegazioni sul gesto inequivocabile della fanciulla che, in un quadro del Rubens, offre il suo seno a un laido vecchio? Come glielo spieghiamo che quella è l’allegoria della carità filiale?

Ovviamente, prima che si scandalizzi di nuovo ( due scandali a breve distanza potrebbero certo far male alla Presidente), tengo a precisare che c’è chi è convinto che nell’arte, e quindi anche in tutte le straordinarie opere citate, fermare la propria attenzione sui retroscena o sui bassoventre e i fondoschiena equivale a contemplare il Creato soffermandosi sui pruriginosi ponfi delle zanzare; perciò non credo ci sia possibilità che qualcuno, benché bambino, subisca shock né per il nudo di Cristo né per l’aureola di Pino Lauria. Insomma, si può anche capire che le lotte iconoclaste possono tornare utili per dar fuoco al poco spirito di cui si dispone, ma sarebbe scaltro comprendere che di questi incendi non è mai morta la civiltà né l’arte. E diciamolo: il pretesto una volta è il gender, una volta è Fa’afafine, un’altra il Pride, stavolta Carmentano. Non credo tuttavia che la signora Giorgio o le interrogazioni dei suoi referenti politici possano sperare di spaventare il mondo più di quanto non lo abbia spaventato il terrorismo fondamentalista che continua a minacciare di far saltare in aria il duomo bolognese di San Petronio per via di quel Maometto seviziato e collocato all’inferno nell’affresco quattrocentesco di Giovanni da Modena. In realtà se ci pensa, gentile signora, i fondamentalisti ragionano con la stessa stringente logica del suo Popolo della Famiglia e in questa logica avrebbero pure ragione, perché di certo il Profeta torturato, umiliato e condannato al fuoco eterno non è proprio un bel vedere per la sensibilità religiosa di chi ha un credo diverso dal suo. Ma, ci scommetterei, che lei direbbe che chi si sente offeso può anche andarsene dal nostro Paese. Ecco. Ottima idea. Chi si sente offeso, non vada al museo e non ci porti i figli.

Anna R. G. Rivelli



CULTURA
OBSISTENZA
15 luglio 2017

Il tema del n.4 della rivista Sineresi è l'obsistenza. La parola, ma soprattutto il significato per cui è stata coniata (modellandola sul verbo latino obsistere e contrapponendola al tanto abusato concetto di resilienza), ha suscitato grande interesse e condivisione, cosicché oltre ad essere stata utilizzata in tutti gli articoli del citato numero di Sineresi, sta diventando di uso comune tra quanti hanno avuto modo di conoscerla. Il suggerimento, provenuto da più parti, di proporla all'Accademia della Crusca come nuova parola della lingua italiana è stato perciò accolto e sembra che le segnalazioni siano state numerose, visto che OBSISTENZA compare sul sito dell'Accademia tra le parole più segnalate.

Mi sembra giusto, pertanto, chiarirne il significato cosicché possa essere utilizzata consapevolmente da chi ne fosse affascinato e, eventualmente, volesse contribuire a farla crescere segnalandola a sua volta all'Accademia della Crusca ( ecco il link utile per farlo http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/segnala-nuove-parole?parola=obsistenza ).

Qui di seguito, a scopo esplicativo, la trascrizione dell'Editoriale del n. 4 della rivista "SINERESI -il diritto di essere eretici"

L'OBSISTENZA

L’abbiamo chiamata obsistenza, perché obsistere è più che resistere, più che essere resilienti. L’abbiamo chiamataobsistenza perché obsistere è contrapporsi, opporsi, impedire. Ci interessa dell’Uomo lo slancio titanico talvolta dolente e persino rassegnato, talvolta eroico e pieno di aspettative. Ci interessa il sogno di chi crede di poter cambiare il mondo e la rabbia di chi non ci crede, ma non smette di lottare perché non smette di essere uomo. Ci interessa tutto ciò che è inequivocabilmente ed inesorabilmente contrario alla passiva accettazione di uno status quo, tutto ciò che si erge contro la deformazione personale/sociale nell’ottica dell’adattamento finalizzato alla propria mera sopravvivenza; ci interessa ciò che cambia il male e non ciò che cambia in male per poter restare. Per questo noi tutti parliamo di obsistenza e parliamo di poesia, di musica, di politica e narrativa, di arte… parliamo di cultura perché la cultura è per sua natura obsistente, perché la cultura è pensiero, è riflessione, è movimento e bellezza. La cultura è ciò che cambia lo sguardo per poter cambiare il paesaggio, è il mutamento del cielo che crea le stagioni; la cultura è scomoda, profetica, scandalosa, spesso arrabbiata; la cultura che ha bisogno di obsistere sperimenta l’angoscia, l’emarginazione, lo smarrimento, l’umiliazione, ma resta viva, viva e oppositiva e propositiva e salda nella sua lotta troppe volte denigrata e incompresa, mai suddita, mai sconfitta davvero.

L’abbiamo chiamata obsistenza perché è obsistere che si deve.

                                                                                                                    Anna R.G. Rivelli


CULTURA
INCONTRO CON L'AUTORE: ANNA R.G.RIVELLI
5 aprile 2017
CULTURA
POTENZA E I SUOI POETI: BEPPE SALVIA
3 aprile 2017
arte
ERCOLE PIGNATELLI (o di una bugonia)
26 marzo 2017

Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli ho preso a cercare immagini delle sue opere nel web e a sfogliare alcuni suoi cataloghi. Generalmente, infatti, mi avvicino agli artisti partendo dalle opere e non dalle biografie o dagli interventi critici che li riguardano; questo perché sono profondamente convinta del fatto che l’arte è una creatura viva e come tale non può essere come primo passo indagata senza in qualche modo offenderla e determinare alla fine una barriera tra noi e la sua voce. In quanto creatura viva, invece, essa va ascoltata, conosciuta empaticamente, cosicché possa scoccare quella sorta di scintilla d’amore che ce la farà conoscere profondamente senza sentire il bisogno di dover di necessità ancorare questa nostra conoscenza ad una minuziosa razionalità, senza dover cercare il messaggio più o meno astruso in una cosa, l’arte appunto, che il messaggio ce lo ha connaturato nel suo essere in quanto comunicazione e bellezza.

Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli, dicevo, e a guardare le sue opere, mi sono venuti in mente dei versi del poeta che più amo.

“Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe/anche un pensiero…”

e ancora

“e l’azzurro che nasce, a corolle, negli anditi”

“Vorrei essere fieno sul finire del giorno/ portato alla deriva/ fra campi di tabacco e ulivi…”

Versi di Vittorio Bodini, straordinario poeta contemporaneo (1914-1970), che con il nostro Artista condivide la città natia: Lecce. Io però non lo sapevo. L’ho scoperto solo dopo, quando finalmente mi sono accinta a leggere le note biografiche di Ercole Pignatelli. La cosa mi ha colpito molto, perché mi è apparso evidente che nelle sue opere, pur così europee, così internazionali, palpita un indomito cuore del Sud che del suo essere ha saputo fare una cifra e non un discorso.

Sono dunque partita da qui, da questa suggestione, per innamorarmi di questo “ragazzo col diavolo in corpo” – come è stato definito da Alessandro Riva- che veleggia col suo intatto bagaglio di infanzia verso porti che non vuol trovare, mozzo per gioco, capitano per destino. E mi sono chiesta cos’è che mi ha riportato a Bodini, anche lui innamorato del suo Salento, anche lui lontano e vicino ad un tempo. Mi sono risposta. Nelle opere di Pignatelli si percepisce un medesimo panismo, un immedesimarsi in un paesaggio talmente interiorizzato che appare dalla sua stessa sparizione, un paesaggio che più si fa vaghezza, sogno, miraggio, più è capace di trasferire suoni, profumi, emozioni. Se cerchiamo un tratto, infatti, uno solo che sia didascalico di un territorio, che ce lo marchi a fuoco in tutta la sua evidenza, non lo troveremo mai; troviamo però allusioni simboliche, eco indistinte, memorie svagate che sono tanto più incisive in quanto non ci consentono di “leggere” ma ci costringono a “sentire”. Così, al di là del forte legame con Picasso (legame evidente dagli omaggi riservatigli nonché dichiarato dalla voce stessa di Pignatelli), al di là di una suggestione che resta suggestione mediterranea oltre che fatale incontro di spiriti, mito e fede di questo nostro straordinario artista è la vita. Una vita che è prima di tutto libertà, appartenenza a se stesso, cammino mai vincolato a schemi o a mode o a “maniere”, col gusto di soffermarsi ora, di accelerare il passo poi; vita che è un continuum, un fluire privo di contraddizioni tra spiritualità sfrontata e sacro materialismo.

Giovane, sempre giovane, ventenne ottuagenario, ha mantenuto lo sguardo dei suoi ritratti degli anni ’60 ; ed è quello lo sguardo con cui interroga e racconta l’esistenza, sia quando riscrive in una sorta di sua personale bugonia la vita che rinasce dalle rovine e dalla marcescenza (pensiamo ai “basamenti”, tronchi di colonne da cui sbucano fiori e frutti come capitelli, o ai teschi di animali che si riempiono di miraggi), sia quando il colore sboccia da una figura più inquietante che leggiadra, più allusione che figura ( come in “Vitalità”, opera del 1959, premiata e tanto discussa per essere sostanzialmente figura altra da se stessa).

E questo è sicuramente un altro tratto distintivo di Pignatelli; la sua è una pittura figurativa certo, ma tutt’altro che realista. La figura che si impone sulle sue tele, infatti, sia essa un corpo di donna, una struttura architettonica o una coppa traboccante di frutti, non comunica mai davvero se stessa, non descrive ma evoca. Accade così con le acrobate che, in un assioma di straripante rotondità, si offrono in torsioni innaturali che paradossalmente le naturalizzano, assimilandole ai lussureggianti elementi vegetali che le accompagnano; accade così con le rabdomanti che sembrano germinare da tralci turgidi, nascoste ed esposte coi loro rossi succosi come bacche mature, come appetibili coccole, insidie di un bosco incantato. Mai insomma la figura racconta, nemmeno con le geometrie ora arabeggianti ora metafisiche delle masserie che infrangono lo spazio-tempo e sono luoghi dell’immanenza e della trascendenza, terra e miraggio, paesaggi biblici sospesi eppure immagini della memoria dove l’acqua, a fiotti dai rubinetti o in rissa nel mare, è voce che spezza incantesimi e silenzi; le masserie, ove il bianco della calce salentina ( “…e tornerà/ il bianco per un attimo a brillare/ della calce, regina arsa e concreta/ di questi umili luoghi…” scriveva Bodini) lascia posto a colori sognanti, vibranti di ombre di lune, sovrastati dalla sproporzione di alberi e frutti, uniformati dalla controra o dai notturni, sono luoghi dell’anima, sono favola bella contemplata a tratti, a tratti allontanata e minacciata da presenze ambigue, come i serpenti che non sai se hanno voglia di aggiungere o di togliere vita.

E poi c’è il colore, il colore che è protagonista assoluto, l’uno plurale che domina ovunque in ogni sfumatura e mai sfumato, mai incerto. Il colore è figura più della figura stessa, è proiezione del verbo. Tenue, lussurioso, incandescente, sia quando si offre uniforme in un piano, sia quando si strugge nell’ardimento di una marina o nella seduzione di arabeschi o viluppi vegetali, il colore è il battito che echeggia la vita; e il silenzio lo amplifica e laddove i grandi uccelli, sui grandi alberi dai grandi frutti occuperebbero volentieri la scena è il ritmo cromatico che ci emoziona e ci rimbomba un mondo che non è quello che vediamo; così nelle fruttiere stracolme di ogni blu, dove è solo la luce a denunciare il mistero irrisolto, o nel sensuale aprirsi carminio di melagrane su un tralcio è sempre il colore che dice “io sono” come in un credo antico. Un colore turgido, sensuale, rotondo; un colore martoriato, graffiato, frugato. Comunque esso sia, ha un effetto sinestetico: lo senti, lo tocchi, lo assapori.

Ed è questo il motivo per cui alla fine non vedi più Picasso, né il Salento, né l’infanzia impacchettata come le tele che un giovanissimo Pignatelli portava in giro da mostrare a galleristi e critici; non vedi più nulla perché tutto coesiste e si risolve nell’unica figura realistica presente: quella dell’Artista stesso. Qui però qualche dubbio ci sta. Che sia realistica intendo. A ben guardarlo, infatti, mentre da un ritratto ti fissa da dietro gli occhialini tondi nei panni di Toulouse Lautrec, il dubbio ti viene che sia un satiro dispettoso anche lui, o un Peter Pan irriverente che mentre tu ti affannai a cercargli un senso ti ha già trasportato nella sua isola che non c’è.

                 Anna R.G. Rivelli


UNO PLURALE
24 marzo 2017

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