.
Annunci online

noicittadinilucani
Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
Link

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 609166 volte


Free Blogger
noicittadinilucani@alice.it

 

 

  

 

 

 

 

  

 

  

 
 

 

  
  

 

 

 

  

  

 

 

 

   

 

 

 

 


 



 
 

 

 


 

 

 
 

 


 


 


 


 


 

 


 


 


 


 


 


 


 


 

 


 

 


 





 

 

arte
ERCOLE PIGNATELLI (o di una bugonia)
26 marzo 2017

Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli ho preso a cercare immagini delle sue opere nel web e a sfogliare alcuni suoi cataloghi. Generalmente, infatti, mi avvicino agli artisti partendo dalle opere e non dalle biografie o dagli interventi critici che li riguardano; questo perché sono profondamente convinta del fatto che l’arte è una creatura viva e come tale non può essere come primo passo indagata senza in qualche modo offenderla e determinare alla fine una barriera tra noi e la sua voce. In quanto creatura viva, invece, essa va ascoltata, conosciuta empaticamente, cosicché possa scoccare quella sorta di scintilla d’amore che ce la farà conoscere profondamente senza sentire il bisogno di dover di necessità ancorare questa nostra conoscenza ad una minuziosa razionalità, senza dover cercare il messaggio più o meno astruso in una cosa, l’arte appunto, che il messaggio ce lo ha connaturato nel suo essere in quanto comunicazione e bellezza.

Non appena ho iniziato ad interessarmi di Ercole Pignatelli, dicevo, e a guardare le sue opere, mi sono venuti in mente dei versi del poeta che più amo.

“Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe/anche un pensiero…”

e ancora

“e l’azzurro che nasce, a corolle, negli anditi”

“Vorrei essere fieno sul finire del giorno/ portato alla deriva/ fra campi di tabacco e ulivi…”

Versi di Vittorio Bodini, straordinario poeta contemporaneo (1914-1970), che con il nostro Artista condivide la città natia: Lecce. Io però non lo sapevo. L’ho scoperto solo dopo, quando finalmente mi sono accinta a leggere le note biografiche di Ercole Pignatelli. La cosa mi ha colpito molto, perché mi è apparso evidente che nelle sue opere, pur così europee, così internazionali, palpita un indomito cuore del Sud che del suo essere ha saputo fare una cifra e non un discorso.

Sono dunque partita da qui, da questa suggestione, per innamorarmi di questo “ragazzo col diavolo in corpo” – come è stato definito da Alessandro Riva- che veleggia col suo intatto bagaglio di infanzia verso porti che non vuol trovare, mozzo per gioco, capitano per destino. E mi sono chiesta cos’è che mi ha riportato a Bodini, anche lui innamorato del suo Salento, anche lui lontano e vicino ad un tempo. Mi sono risposta. Nelle opere di Pignatelli si percepisce un medesimo panismo, un immedesimarsi in un paesaggio talmente interiorizzato che appare dalla sua stessa sparizione, un paesaggio che più si fa vaghezza, sogno, miraggio, più è capace di trasferire suoni, profumi, emozioni. Se cerchiamo un tratto, infatti, uno solo che sia didascalico di un territorio, che ce lo marchi a fuoco in tutta la sua evidenza, non lo troveremo mai; troviamo però allusioni simboliche, eco indistinte, memorie svagate che sono tanto più incisive in quanto non ci consentono di “leggere” ma ci costringono a “sentire”. Così, al di là del forte legame con Picasso (legame evidente dagli omaggi riservatigli nonché dichiarato dalla voce stessa di Pignatelli), al di là di una suggestione che resta suggestione mediterranea oltre che fatale incontro di spiriti, mito e fede di questo nostro straordinario artista è la vita. Una vita che è prima di tutto libertà, appartenenza a se stesso, cammino mai vincolato a schemi o a mode o a “maniere”, col gusto di soffermarsi ora, di accelerare il passo poi; vita che è un continuum, un fluire privo di contraddizioni tra spiritualità sfrontata e sacro materialismo.

Giovane, sempre giovane, ventenne ottuagenario, ha mantenuto lo sguardo dei suoi ritratti degli anni ’60 ; ed è quello lo sguardo con cui interroga e racconta l’esistenza, sia quando riscrive in una sorta di sua personale bugonia la vita che rinasce dalle rovine e dalla marcescenza (pensiamo ai “basamenti”, tronchi di colonne da cui sbucano fiori e frutti come capitelli, o ai teschi di animali che si riempiono di miraggi), sia quando il colore sboccia da una figura più inquietante che leggiadra, più allusione che figura ( come in “Vitalità”, opera del 1959, premiata e tanto discussa per essere sostanzialmente figura altra da se stessa).

E questo è sicuramente un altro tratto distintivo di Pignatelli; la sua è una pittura figurativa certo, ma tutt’altro che realista. La figura che si impone sulle sue tele, infatti, sia essa un corpo di donna, una struttura architettonica o una coppa traboccante di frutti, non comunica mai davvero se stessa, non descrive ma evoca. Accade così con le acrobate che, in un assioma di straripante rotondità, si offrono in torsioni innaturali che paradossalmente le naturalizzano, assimilandole ai lussureggianti elementi vegetali che le accompagnano; accade così con le rabdomanti che sembrano germinare da tralci turgidi, nascoste ed esposte coi loro rossi succosi come bacche mature, come appetibili coccole, insidie di un bosco incantato. Mai insomma la figura racconta, nemmeno con le geometrie ora arabeggianti ora metafisiche delle masserie che infrangono lo spazio-tempo e sono luoghi dell’immanenza e della trascendenza, terra e miraggio, paesaggi biblici sospesi eppure immagini della memoria dove l’acqua, a fiotti dai rubinetti o in rissa nel mare, è voce che spezza incantesimi e silenzi; le masserie, ove il bianco della calce salentina ( “…e tornerà/ il bianco per un attimo a brillare/ della calce, regina arsa e concreta/ di questi umili luoghi…” scriveva Bodini) lascia posto a colori sognanti, vibranti di ombre di lune, sovrastati dalla sproporzione di alberi e frutti, uniformati dalla controra o dai notturni, sono luoghi dell’anima, sono favola bella contemplata a tratti, a tratti allontanata e minacciata da presenze ambigue, come i serpenti che non sai se hanno voglia di aggiungere o di togliere vita.

E poi c’è il colore, il colore che è protagonista assoluto, l’uno plurale che domina ovunque in ogni sfumatura e mai sfumato, mai incerto. Il colore è figura più della figura stessa, è proiezione del verbo. Tenue, lussurioso, incandescente, sia quando si offre uniforme in un piano, sia quando si strugge nell’ardimento di una marina o nella seduzione di arabeschi o viluppi vegetali, il colore è il battito che echeggia la vita; e il silenzio lo amplifica e laddove i grandi uccelli, sui grandi alberi dai grandi frutti occuperebbero volentieri la scena è il ritmo cromatico che ci emoziona e ci rimbomba un mondo che non è quello che vediamo; così nelle fruttiere stracolme di ogni blu, dove è solo la luce a denunciare il mistero irrisolto, o nel sensuale aprirsi carminio di melagrane su un tralcio è sempre il colore che dice “io sono” come in un credo antico. Un colore turgido, sensuale, rotondo; un colore martoriato, graffiato, frugato. Comunque esso sia, ha un effetto sinestetico: lo senti, lo tocchi, lo assapori.

Ed è questo il motivo per cui alla fine non vedi più Picasso, né il Salento, né l’infanzia impacchettata come le tele che un giovanissimo Pignatelli portava in giro da mostrare a galleristi e critici; non vedi più nulla perché tutto coesiste e si risolve nell’unica figura realistica presente: quella dell’Artista stesso. Qui però qualche dubbio ci sta. Che sia realistica intendo. A ben guardarlo, infatti, mentre da un ritratto ti fissa da dietro gli occhialini tondi nei panni di Toulouse Lautrec, il dubbio ti viene che sia un satiro dispettoso anche lui, o un Peter Pan irriverente che mentre tu ti affannai a cercargli un senso ti ha già trasportato nella sua isola che non c’è.

                 Anna R.G. Rivelli


UNO PLURALE
24 marzo 2017

CULTURA
FA’AFAFINE, BELLEZZA SENZA FINE
11 marzo 2017



Nel suo “Il tallone di ferro” ( romanzo distopico di autentica profezia sul destino della società, pubblicato agli inizi del XX secolo ) Jack London scriveva, riferendosi a quei ricchi borghesi che opprimevano la collettività inseguendo fini di profitto e potere, “Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna”. Queste stesse parole non possono non venire in mente se si ripensa alla polemica esplosa in Basilicata alla sola notizia dell’arrivo in teatro di “FA’AFAFINE”, opera meritoriamente pluripremiata che non è nulla, ma proprio nulla di tutto quello che è stato raccontato da quel manipolo di benpensanti che pure sono riusciti ad armare una piccola crociata parlando di “promozione della teoria gender” (fantomatica teoria gender !), di ambiguità ed incertezze”, addirittura di “volontà di abbattere la dualità maschile e femminile a favore di una sessualità fluida e indefinita” e di “attacco violento alla figura dei genitori e della famiglia”. Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna, appunto. Perché chi volesse trovare tutto questo, dovrebbe al più sperare che qualcuno avesse in grado di mettere in scena la fiction che la premiata ditta Pace, Bradascio e Spada si è immaginata nei suoi pensieri evidentemente tormentati da spauracchi medioevali e controriformistici. “FA’AFAFINE”, infatti, è veramente e totalmente tutt’altra cosa: una fiaba, in sostanza, una fiaba dei nostri tempi che esattamente come una fiaba rappresenta il percorso di formazione del protagonista alla ricerca della definizione della propria identità. Una fiaba in cui non ci sono boschi e non ci sono lupi, nella quale invece il buio e la paura si concretizzano nella cameretta di Alex, luogo di rifugio dallo smarrimento e dal tormento, ma anche luogo di separazione e autoemarginazione, nonché nel buco della serratura da cui due genitori ansiosi, preoccupati, spaventati non riescono ad affacciarsi totalmente su quel figlio che appare un orizzonte sconosciuto. Alex, non diversamente da tanti altri amatissimi protagonisti di fiabe, è alla ricerca di un mondo magico dove la sua sensibilità possa avere diritto di cittadinanza, i suoi sentimenti essere accolti e non dileggiati, la sua giovane persona ancora incerta e indefinita sentirsi inclusa e amata senza sgomento. E come tanti altri protagonisti di fiabe alla fine, per fortuna, si accorge che il suo mondo magico può essere appena oltre la soglia di quella stanza in cui la solitudine lascia passare il sogno, ma anche l’incubo del vivere. Alex è un dinosauro, un orsetto, una principessa, un ragazzino con la felpa gialla ora, con le scarpe rosse poi, con l’abito di raso azzurro ancora, col pallone e con Kartika a cui confida le sue pene; e di nuovo con Mr. Pig che parla e piange e proprio come lui non vuol restare solo. Alex si cerca, ma anche i suoi lo cercano, prima quasi complici di una società pronta a giudicare ( la preside, la madre dell’amichetto Elliot), poi finalmente alleati contro quei bulli che stanno uccidendo la personalità di Alex, qualunque essa sia, qualunque essa sarà. Genitori alla fine resi forti dall’amore, capaci di voltare le spalle al pregiudizio e annullare la barriera della porta che pareva dover restare inesorabilmente chiusa tra loro e il figlio.

Questo è “FA’AFAFINE”: una storia bella, a lieto fine, di tenerezza particolare, narrata con delicatezza, con uno straordinario Michele Degirolamo nella parte di Alex, con scenografie e musiche sognanti, con la capacità di toccare il cuore ma anche la testa, di far meditare su certe sofferenze infantili e far emozionare sul lieto fine non tanto per l’abbraccio e la danza allegra di quella famiglia speciale finalmente unita oltre la porta, quanto per la consapevolezza che nella realtà molti di quegli abbracci non si concludono e finiscono piuttosto in voli, in dondolii sospesi, in rivoli di sangue che forse, finalmente, dovrebbero raggiungere la coscienza di una società bigotta ed ignorante. Uno spettacolo che dovrebbero vedere i genitori per acquisire coraggio e consapevolezza e forza, che dovrebbero vedere i bambini per trarne speranza e fiducia. Uno spettacolo che, per la cronaca, è vincitore dei Premi Eolo Awards 2016, Infogiovani 2015, Scenario Infanzia 2014, è selezione Visionari Kilowatt Festival 2016 e finalista Premio Rete Critica promossa dal Teatro Stabile del Veneto ed ha persino ottenuto il patrocinio ufficiale di Amnesty International “ per aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi ed ignoranza, rappresentando con dolcezza il dramma vissuto oggi da molti giovani”.

Ma ad assistere allo spettacolo di giovedì 9 marzo nel Teatro Stabile di Potenza tutti quelli che tanto hanno parlato non c’erano. Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna.

                             Anna R. G. Rivelli


diritti
L'8 MARZO LOTTO MARZO
6 marzo 2017



8 MARZO 2017: SCIOPERO DELLE DONNE

SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA CI FERMIAMO!

L'8 marzo non è una festa è una giornata di lotta.
Prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici. Ricordiamo Il primo, quello delle camiciaie di New York nel 1909, poi lo sciopero e la rivolta delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo del 1917.
Niente fiori e cioccolatini, dunque: non abbiamo niente da festeggiare, abbiamo tutto da cambiare! Dopo le straordinarie giornate di mobilitazione che hanno visto milioni di donne nelle piazze di tutto il mondo ( dalla Polonia, alla Germania, alla Turchia, dal Brasile all’Argentina), e in particolare in Italia dove una marea di donne ha sfilato a Roma il 26 novembre, e noi insieme a loro, il prossimo 8 marzo sarà l'occasione per riprenderci questa giornata di lotta: sarà SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE.
Lanciato dalle donne argentine, ha raccolto l'adesione di oltre 22 paesi al grido di “Se le nostre vite non valgono, non produciamo”. Differenti luoghi e contesti, analoga condizione di subalternità e violenza per le donne: NI UNA MENOS, allora, non una di meno in piazza. Uniamoci per continuare a lottare!
L’8 marzo sciopereremo anche in Italia. Alla grande manifestazione di Roma del 26 Novembre indetta da Non Una Di Meno (a cui hanno dato vita D.i.re, la rete nazionale dei centri antiviolenza, l'Udi, e la rete Io Decido) sono seguite assemblee in molte città d'Italia per arrivare a quella nazionale di Bologna del 2/3 febbraio che ha lanciato gli 8 punti dello sciopero dell' 8 marzo. Questi 8 punti partono dalle forme specifiche di violenza, discriminazione e sfruttamento che viviamo quotidianamente, 24 ore al giorno, in ogni ambito della vita, che sia pubblico o privato. La violenza è fenomeno strutturale delle nostra società, strumento di controllo delle nostre vite e condiziona ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada.
Noi a Potenza, dopo aver partecipato alla manifestazione di Roma, abbiamo discusso e recepito gli 8 punti usciti dall'assemblea di Bologna, e ci siamo costituite in Coordinamento Non Una Di Meno Potenza. Il 2 marzo terremo presso la libreria Ubik alle ore 11, una conferenza stampa aperta a chi vuole partecipare, in contemporanea con le altre città italiane, nella quale illustreremo gli 8 punti dello sciopero e le modalità della manifestazione che si terrà a Potenza
l'8 Marzo in Piazza Mario Pagano dalle 10,30 alle 12
Sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi. Saremo in piazza a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”; di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni indotte perché abbiamo figli o forse li avremo; di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni, di chi vuole accontentarci con dei voucher....

Prime firmatarie: Associazione Telefono Donna, ArciGay Basilicata, Comitato Cittadinanza di Genere, Libera Università delle Donne, Zonta Club Potenza, Associazione Yin-sieme, Associazione Equomondo, Ufficio Consigliera Regionale Di Parità Basilicata, Flc – Cgil Basilicata, Consulta Studentesca Provinciale PZ, I.C. Torraca- Bonaventura. Si sono aggiunte : Associazione Famiglie Fuori Gioco, Pan-Centro di Produzione Culturale, Associazione RisVolta MT, Commissione Regionale Pari Opportunità Basilicata, CGIL Basilicata, CISL Basilicata, Cestrim, Associazione Fiori con le Spine, Associazione Rosaerubrae, Associazione Ali di Frida, Ande, Noi del Parco di Elisa Claps, e tante donne a titolo personale.
In Piazza l'8 marzo, saremo vestite di nero con qualcosa di fuksia. Sono previste delegazioni di varie scuole. Coordinamento Non Una Di Meno Potenza

CULTURA
SPECIALE SINERESI:GLI EX VOTO DI TOLVE
2 agosto 2016


Presentazione della rivista di arte e cultura
 Sineresi -il diritto di essere eretici-
(tema del numero: Le infinite declinazioni di Dio)
con lo speciale allegato dedicato agli ex voto di San Rocco a Tolve

lunedì 8 agosto 2016
ore 21:00
Chiostro del Convento
Tolve (Potenza)


http://www.sineresiildirittodiessereeretici.it/
POLITICA
La rivoluzione mai vista
23 luglio 2016

Nino Grasso, portavoce del Presidente Pittella, ha intesto replicare così http://noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/post/2848912.html all’articolo del post precedente.

Qui di seguito la controreplica.


Gentile Direttore,

mi spiace rubare ancora un po’ di spazio al suo giornale per prendermi il gusto di ringraziare Nino Grasso; è che io adoro le persone che sanno così bene dipingersi da sé, senza arrecare disturbo a chi pure potrebbe volergli fare il ritratto. Solo che non ho ben capito se l’excursus del dott. Grasso sulla attività lavorativa della sottoscritta , con particolare menzione alla lunga collaborazione con un altro quotidiano, sia un modo maldestro per ammonire un giornale che lascia spazio al dissenso o solo un tentativo di accreditarsi come mio biografo ufficiale da parte di chi presume (brutta cosa la presunzione!) di sapere della mia vita più cose di quante io stessa ne sappia. Non posso che dirgli grazie, comunque, per essersi così ben presentato, perché altri motivi per apprezzarlo io proprio non ne avrei, non come bancario ( non ho molto a che fare con le banche), né come giornalista, dacché nella mia fervida fantasia di romanziera ho sempre immaginato il giornalista come uno che sintonizza la penna con la propria testa, cosa che chi per mestiere deve portare la voce altrui proprio non può fare dovendo esprimere il presidente pensiero qualunque esso sia. E già, perché i tentativi che il signor Grasso fa di smorzare le voci dissenzienti tentando di offendere la parola ( e la persona) d’altri non sono cosa nuova e la stessa fedeltà di scudiero è stata negli scorsi anni ampiamente testimoniata da altre sue violente risposte in conto terzi. Però un paio di appunti al dottor Grasso vanno fatti. Il primo è che usare i termini professoressa, insegnante, intellettuale come una deminutio nei confronti di chi li riceve non è prudente perché non fa che evidenziare quella sottocultura che, a parere della sottoscritta, è una piaga di molta classe dirigente, la quale non ha tempo “per corteggiare il narcisista intellettuale di turno” perché spesso impegnata a corteggiare narcisisti di più proficuo mestiere. Il secondo appunto riguarda invece la sua distratta analisi di quanto da me precedentemente scritto ed è quasi incredibile che, come egli stesso dichiara, abbia “riletto più volte” e ciò nonostante nemmeno sia riuscito a trovare “qualche critica”; si vede che per il dottor Grasso la rappresentazione della verità (l’assessore Berlinguer implicato in questioni poco edificanti, la dottoressa Franconi tenuta in giunta solo per problemi di genere, il Robortella junior così poco garante per il nostro territorio e il nostro ambiente ecc…) rappresenta non una critica legittima, bensì un insulto. E in realtà ha pure ragione, perché tutto il quadro è sì un insulto, ma non da parte mia alle Istituzioni, bensì da parte delle Istituzioni a tutta la comunità regionale. Cosicché scambiare per “difesa di un singolo esponente di partito” la vibrante richiesta di un cambio di passo è un grosso granchio preso (ma ci sono anche i granchi nell’acquario?) da parte di Grasso perché non tiene conto che la scrivente non è portavoce di nessuno e perciò può prendersi il lusso di stigmatizzare comportamenti positivi e/o negativi senza preoccuparsi del soggetto che li pone in essere. In ultimo vorrei tranquillizzarlo: la vittoria di Marcello Pittella è stata talmente metabolizzata e pure digerita che la comunità regionale sembra avere ancora molta fame di quella rivoluzione che era stata annunciata e che mai si è vista. E poi anche mi dispiace che si sia voluto leggere come offensivo il termine “califfo”, che addirittura si sia andati “con la memoria a episodi drammatici e inquietanti che riguardano il cosiddetto califfato turco”! Si rilassi, dottor Grasso, non sia così prevenuto nei confronti di chi critica il Presidente! Pensi solo che i gladiatori erano per lo più schiavi, criminali, prigionieri di guerra e galeotti! Orsù! Il califfo è pur sempre un capo.

Anna R. G. Rivelli





permalink | inviato da associazionencl il 23/7/2016 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
DA GLADIATORE A CALIFFO
21 luglio 2016

Ci volevano far credere che fosse un gladiatore, ce lo siamo ritrovato califfo; democraticamente eletto, per carità, ma la storia contemporanea ci insegna che in politica “democrazia” è la più stuprata delle parole. Continuavamo a sentir parlare di rivoluzione, ingenui forse da non capire che, come diceva Parini nell’Ortis foscoliano, “la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto a’ loro delitti”. Oggi qualcuno parla del PD come di un acquario; ne parla a sproposito però, perché in un acquario ci stanno per lo più creature d’eccellenza, specie rare che “il cibo sicuro e l’assenza di predatori” se li guadagnano e pagano comunque offrendo a chi li guarda se stessi nel migliore degli aspetti possibili per quella cattività. Esattamente tutto il contrario di ciò che avviene nel Partito Regione dove da tempo va in scena il peggiore degli spettacoli ed il califfo ex gladiatore, che il potere lo ha ereditato e lo condivide in famiglia (sono questi i due quarti della sorte pariniana), si mostra progressivamente sempre più sprezzante non solo della società civile (il che è abitudine alquanto comune, varcato il confine dei vigilantes dei palazzi) ma persino degli altri frantumati e molteplici PD che stanno insieme solo con la tiritera scontata delle diverse anime del partito. Praticamente il PD lucano è la tautologia al potere: non esiste predicato che non serva a ripetere e rafforzare il soggetto; i processi che vengono governati sono quelli interni al partito, opere di canalizzazione di correnti che assorbono tutte le energie e annaffiano sempre gli stessi orti. Di che acquario parliamo! È una palude. Melmosa, maleodorante e viscida. Ci siamo sorbiti per due anni l’assessore Berlinguer (intimo di fratel Gianni), pescato nella lontanissima (coi treni che abbiamo) Toscana con solo un’inchiesta penale prescritta (ma senza proscioglimento nel merito) e solo una condanna della Corte dei Conti della Toscana che lo ha ritenuto ideatore di una truffa. Abbiamo un assessore alla sanità che si salva per la gonna, ma solo finché non si troverà un modello autunno/inverno di perfetta vestibilità, uno che consenta ampiezza di movimenti come se fosse un kilt. Gli altri sono assessori agli accordi presi e alle politiche del chi sono io. Ultima chicca è stata la presidenza della terza commissione regionale affidata al giovane Robortella, figlio di padre illustre e del sistema Vicino; una nomina più violentemente sprezzante non si poteva fare nei confronti di una regione che pure ha urlato con l’esito dell’ultimo referendum la sua volontà e tutte le sue preoccupazioni in rapporto al territorio e all’ambiente. Lacorazza non andava bene; per amor del cielo, possiamo anche credere che anche lui utilizzi la questione ambiente (dente che duole alla nostra comunità) per un proprio interesse politico, ma almeno si poteva sperare che una volta tanto l’interesse di uno coincidesse con quello comune. E invece no, il califfo deve governare incontrastato che già cattiva figura una volta ha fatto con Renzi. Ma gli altri, brava gente, dove siete? A far calcoli e tavoli e accordi e alleanze e chiacchiere e consigli che sembrano riti tribali propiziatori di qualche spirito magno? Non possiamo credere nelle battaglie di minoranze che alla fine fanno sempre corona. E fate uno scatto di reni, diamine! Altrimenti non siete altro che quei ridenti centurioni con le armi di cartone, buoni a far selfie mentre qualcuno danneggia il Colosseo.

Anna R.G. Rivelli


CULTURA
SINERESI N.2
22 giugno 2016

A breve uscirà il nuovo numero di SINERESI il diritto di essere eretici, perciò il numero precedente da oggi è online in formato sfogliabile. Tema del numero è il corpo; lo speciale allegato è dedicato ai Quadri plastici di Avigliano; il Sineresi link è un catalogo dell'artista Arcangelo Moles recentemente scomparso. Buona lettura.

http://www.sineresiildirittodiessereeretici.it/page_7.html


CULTURA
LE DONNE E LA SCRITTURA
23 maggio 2016




CULTURA
SINERESI ONLINE
9 aprile 2016

Il trimestrale di arte e cultura

SINERESI

Il diritto di essere eretici

è ora anche online in versione sfogliabile

in italiano, inglese e spagnolo

sul sito

www.sineresiildirittodiessereeretici.it

All’uscita di ogni nuovo numero, sarà reso disponibile il numero precedente




sfoglia
agosto